Chi addestra cani militari lo sa meglio di chiunque altro: gran parte del mestiere è attesa. Si aspetta un cucciolo da un allevatore olandese o slovacco, si aspettano i tre anni della filiera, e poi arriva il giorno in cui quel cane viene giudicato non idoneo. I cani clonati nascono esattamente lì, in quel giorno lì.
La notizia, raccontata in esclusiva da Fortune, è l’uscita dallo stealth di Warhound, startup texana con un seed da 200 milioni di dollari (circa 184 milioni di euro). Dietro ci sono Ben Lamm di Colossal Biosciences e Palmer Luckey di Anduril. L’amministratore delegato è David Spirk, ex Marine ed ex chief data officer del Pentagono.
Perché i cani clonati partono da un problema di dogana
Il Military Working Dog Program conta oltre 2.200 squadre cane-conduttore. Più dell’80% degli animali viene comprato in Europa. La commissione Forze Armate del Senato parla di costi di acquisto skyrocketing, e l’American Kennel Club segnala che ormai scarseggiano persino i cani stranieri di qualità mediocre. Gli Stati Uniti, dice Lamm, si trovano a rilanciare contro altri governi per gli stessi animali: Cina e Russia comprese.
Poi c’è il numero che nessuno ama citare nei comunicati. Per mettere in servizio 100 cani operativi, oggi bisogna acquistarne e addestrarne circa 200. Meno della metà arriva in fondo.
Il piano di Warhound procede per gradi. Si individuano i cani migliori già addestrati, si biobanca il loro materiale genetico, si clonano. In parallelo si interviene con editing mirato per eliminare le varianti legate a degenerazione muscolare e ad altre malattie ereditarie che chiudono una carriera a metà. Il primo gruppo è già congelato e in lavorazione, i primi animali sono attesi fra due anni circa.
Due anni per il primo cucciolo, e poi?
Consegna prevista: 2028 per il primo gruppo. Ostacoli dichiarati dalla stessa azienda: non esiste ancora un’infrastruttura di canili e addestramento su scala nazionale, i tratti da modificare oltre le malattie note non sono stati definiti, e la biologia non si comprime («allevare e crescere un cane richiede il tempo che richiede», dice Lamm). A beneficiare per primi saranno i reparti speciali, non le pattuglie. Il dettaglio che ridimensiona tutto: a oggi Warhound non ha un solo cliente firmato né un prezzo per cane.
Il cane come abbonamento
Anduril ci mette l’hardware: protezioni per occhi e orecchie, giubbotti balistici, integrazione con il sistema Eagle Eye. Il comunicato li chiama «Augment cibernetici». Luckey, che nella società non ha quote, si limita a una frase da targa: «Il miglior amico dell’uomo merita la miglior tecnologia dell’uomo».
Il modello commerciale di cui si discute è il Canine-as-a-Service: il governo non compra l’animale, compra il flusso. Un abbonamento, come già fa da anni con il software. La clonazione di cani da lavoro, del resto, non è una novità: la dogana sudcoreana schierò sei segugi clonati nel 2009, e nel 2019 la polizia di Pechino ne aveva sei in servizio, discendenti del cane-lupo Kunxun.
Colossal, intanto, licenzia la tecnologia a Warhound e ne detiene una quota economica. È la stessa azienda che nell’aprile 2025 annunciò il ritorno del lupo crinito con tre cuccioli ottenuti modificando una ventina di siti su 14 geni di lupo grigio. Molti genetisti dissero che erano lupi grigi editati, e basta. Lamm liquida la questione con una scorciatoia logica: sul fatto che un cane sia un cane, nessuno può discutere. È lo stesso passaggio che vediamo altrove, quando batteri ingegnerizzati diventano fabbriche viventi: l’etichetta resta familiare, il contenuto meno.
La American Humane Society certificherà i programmi di addestramento e aiuterà a far ritrovare i cani in pensione ai loro conduttori. Resteranno per 10 o 12 anni, se va bene, poi una cuccia in Texas. E nel frattempo, in un congelatore vicino a Dallas, il materiale genetico dei cani clonati aspetta il suo turno, come la polvere di Chernobyl che dopo 40 anni è ancora lì.