Hot Pot Dentro la Tesla Roadster c’è una tecnologia che non riguarda le auto

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Un drone ucraino ha portato via un ferito: primo medevac volante

In Ucraina il primo drone medevac della storia ha evacuato un soldato ferito. Notizia che ha il suo rilievo ma qualcosa nel racconto, non mi torna.

Un drone ucraino ha portato via un ferito: primo medevac volante

In Ruanda un drone sgancia sacche di sangue col paracadute, un chilo e mezzo alla volta, per salvare vite umane. E ne salva, è un lavoro di routine, ormai. In Ucraina, nelle stesse settimane, un esacottero ha portato via in volo un soldato ferito: il primo drone medevac della storia, con un carico ottanta volte più pesante.

Il video dura poco e si vede un po’ male, come tutti i video che arrivano da lì. Si vede una barella imbracata sotto un velivolo a sei rotori, il tipo di macchina che di solito trasporta ordigni e non persone. Decolla, si allontana a bassa quota, scompare.

Un drone medevac nato per fare tutt’altro

Anzitutto, giusto per sicurezza e perché ho ripetuto già due volte la parola “Medevac”. Sapete cos’è? È la contrazione del termine “Medical Evacuation”, il servizio di trasporto rapido e assistito di persone ferite, malate o in pericolo di vita da un luogo di emergenza a una struttura ospedaliera idonea.

Il fatto che sia stato impiegato per la prima volta al mondo un drone sottolinea, da un lato, l’orrore dell’impiego bellico di questi strumenti (sul fronte, il grosso dei feriti e dei morti è dovuto proprio ai droni). Da un lato, come un’inevitabile altro lato della medaglia, il perfezionamento di meccanismi e tecnologie che avranno ricadute anche positive sulla vita civile.

Gli esamotori pesanti usati al fronte, quelli che i russi hanno soprannominato Baba Yaga, nascono per portare 15 o 20 chili di esplosivo oltre la linea di contatto. Un uomo in assetto da combattimento ne pesa cento. Per questo, un medevac fatto con drone non è figlio di un aggiornamento software: è proprio un salto di categoria strutturale, con batterie, telai e motori che vanno ripensati da zero.

Il contesto lo spiega meglio di qualsiasi comunicato. La fascia di territorio battuta dai droni FPV si è allargata fino a 15 chilometri per lato, e un’ambulanza blindata lì dentro è un bersaglio lentissimo, e fin troppo facile da colpire. La golden hour della traumatologia, (60 minuti in cui una vita si salva davvero) da due anni in Ucraina si misura in giorni. I robot terrestri da evacuazione hanno riempito in parte il vuoto, strisciando sui sentieri sterrati con un ferito legato al cassone. Ma non basta, sono ancora troppo lenti.

L’aria, in teoria, è più veloce.

Due frasi che non stanno nella stessa stanza

Chi ha diffuso l’operazione dichiara due cose. La prima: l’evacuazione via terra era impossibile perché ogni mezzo in movimento viene intercettato in pochi minuti. La seconda: il volo è avvenuto a bassa quota, a velocità ridotta, sopra lo stesso corridoio.

Ma rifletto: se un pick-up che corre a 60 orari è un bersaglio, un esacottero carico di 100 chili che arranca a 30 chilometri orari non è, presumibilmente, un bersaglio ancora più comodo? La stessa fonte definisce il metodo “replicabile” e poco dopo lo descrive come ultima risorsa in condizioni eccezionali. Le due affermazioni convivono nel medesimo paragrafo, e nessuna delle due viene corretta.

Succede spesso con le tecnologie che nascono per un mestiere e ne trovano un altro per necessità, come la componentistica della Tesla Roadster che parla di tutt’altro settore, o come i micro raccoglitori di energia infilati in un paio di occhiali. Prima si fa, poi si capisce. Pensiamo agli impieghi civili, che è meglio.

Da episodio isolato a procedura: quanto manca

Forchetta realistica: 2 o 3 anni per vedere squadriglie dedicate, e solo dove l’aria è contesa ma non chiusa. Ostacoli concreti: autonomia che crolla con 100 chili appesi, assenza di stabilizzazione del paziente in volo, nessun protocollo medico che autorizzi il trasporto di un politraumatizzato senza personale a bordo.

A beneficiarne prima saranno le unità con officine proprie, non le ambulanze civili. Il dettaglio che pesa: un esacottero attrezzato in questo modo costa quanto un furgone usato, e ogni missione è potenzialmente a perdere.

«La guerra è il motore della medicina», diceva Ippocrate, che in realtà non l’ha mai detto e che in ogni caso lavorava sui feriti dopo, non durante. La frase gira lo stesso, perché è comoda.

Il primo drone medevac della storia ha riportato indietro un uomo, ed è una notizia buona nel senso più ristretto possibile del termine. Un giorno i feriti nel mondo saranno raccolti in tempo brevissimo e in sicurezza trasportati aglinospedali più vicini: niente più ambulanze e traffico.

Tutto il resto, per ora, è un esacottero che ronza piano sopra un campo di morte e spera di non essere visto.

Gianluca Riccio

Gianluca Riccio, direttore creativo di Melancia adv, copywriter e giornalista. Fa parte di Italian Institute for the Future, World Future Society e H+. Dal 2006 dirige Futuroprossimo.it , la risorsa italiana di Futurologia. È partner di Forwardto - Studi e competenze per scenari futuri. Seguilo su LinkedIn