A Leopoli, sul palco dell’IT Arena, scorre un video generato con l’intelligenza artificiale. Un robot umanoide, numerato 0427, avanza in una trincea stretta, tra sacchi di sabbia e cielo grigio. Dietro di lui, quadrupedi meccanici che sembrano cani, droni sferici che rotolano più che volare. Nessuna di quelle macchine esiste ancora davvero, almeno non in quel tipo di scenario: sono render, non hardware.
L’uomo che le presenta si chiama Mykhailo Fedorov. Fino a luglio 2026 era il ministro ucraino della Trasformazione digitale, l’artefice dell’Esercito di Droni lanciato nel 2022. Zelensky lo ha rimosso dall’incarico dopo sei mesi da ministro della Difesa, sei giorni prima di silurare anche il comandante in capo Syrskyi. Da allora Fedorov si è mosso nel privato: prima a chiesto a gran voce nuove elezioni (raccogliendo anche ampio sostegno di piazza), poi ha corteggiato investitori americani, e ora annuncia il “suo” esercito di robot.
Cosa cambia rispetto ai droni
I droni, oggi, coprono oltre il 95% degli attacchi sferrati al fronte ucraino, secondo i numeri diffusi dallo stesso Fedorov. Le aziende che li producono sono passate da sette, prima della guerra, a più di 700. È un dato che parla da solo, ed è anche la base su cui Fedorov costruisce la sua nuova scommessa: se ha funzionato con i droni, può funzionare anche con i robot terrestri.
Qui però la tecnologia è più indietro. I veicoli senza pilota già impiegati sul campo di battaglia servono soprattutto per logistica ed evacuazione dei feriti, e raramente sono autonomi: qualcuno li guida da remoto, via connessione satellitare. Le batterie durano poco, e l’esposizione al fuoco nemico li rende fragili.

Il salto che Fedorov propone è diverso: un sensore individua il bersaglio, un robot entra da solo nella zona di pericolo. Per sua stessa ammissione, oggi è più una visione che una capacità reale.
I numeri dietro l’annuncio
Fonte: dichiarazioni di Mykhailo Fedorov all’IT Arena 2026 di Leopoli, riportate dal media ucraino Euromaidan Press e da DroneXL.
Un intero ecosistema
Fedorov insiste su un punto: dietro l’Esercito di Robot non c’è una singola società, ma un fondo che investe in più startup di tecnologia della difesa. Alcune già esistenti, altre da avviare da zero, tutte con l’obiettivo di testare sul campo quello che funziona e scalarlo.
Tra i sostenitori compare anche Alex Karp, amministratore delegato di Palantir, segno che l’interesse per la robotica bellica ucraina va oltre i confini del paese. Di lui abbiamo parlato qui, e avrei giurato che prima o poi sarebbe spuntato il suo nome nel teatro di guerra ucraino.
Un cane robotico armato era già comparso in un conflitto. Nel 2022 la Russia aveva mostrato l’M-81, un quadrupede con lanciarazzi montato sul dorso. Restava però un prototipo isolato, mostrato più per intimidire che per essere schierato davvero. La differenza con l’annuncio di Fedorov sta nella scala dichiarata: un intero ecosistema industriale pensato per sostituire soldati in trincea, non per affiancarli soltanto.
La domanda è sempre la stessa: chi decide, quando decide una macchina?
C’è un nodo che accompagna ogni robot militare da anni, e che l’annuncio di Fedorov non scioglie: quanto di quel processo, dal sensore che individua il bersaglio al robot che agisce, resterà sotto controllo umano. Il dibattito alle Nazioni Unite sui limiti alle armi autonome va avanti da tempo, mentre sul terreno la tecnologia corre più veloce delle regole. Fedorov non fornisce dettagli su questo punto: parla di scala, di velocità, di investimenti. Non di chi resterà in ultima analisi responsabile della decisione.
Faccio uno sforzo sovrumana per dare notizie sul tema, perché spesso la mia sensibilità fa vacillare la mia professionalità: per questo mi limito a ricordare, soprattutto ai miei lettori, che dietro ogni cifra su droni e produttori c’è un conflitto che continua a costare vite umane, su entrambi i fronti.
La tecnologia che sostituisce un soldato in trincea non cancellerà quel costo: si limiterà a spostarlo. Oggi lo nasconde dietro un video generato al computer: per quanto possibile, nel nostro piccolo non permetteremo che lo faccia anche quando le vittime non saranno solo in computer grafica.
Questo, beninteso, di qualunque vita umana si tratti, sotto qualsiasi bandiera, “buona” o “cattiva” che sia.