Il titolo Palantir ha chiuso venerdì 17 aprile 2026 a 148 dollari: cinquantadue settimane fa ne valeva meno della metà, 66. Nello stesso arco di tempo Alex Karp (il cofondatore) ha pubblicato un libro salito in cima alle classifiche negli USA, ha firmato un contratto NATO che ha “ingaggiato” il suo software per l’operazione militare che ha portato alla cattura di Maduro e per la piattaforma che traccia gli espulsi dal territorio americano. Ha pubblicato ventidue “comandamenti” (scusatemi, non mi viene di chiamarli in altro modo) sulla sua visione di “Repubblica tecnologica” e le ha vendute come manifesto per il futuro.
Ma se guardate le date e i numeri, il libro di Karp non apre una discussione: la chiude. Karp, per farla breve, sta descrivendo quello che il mondo sta diventando.
I ventidue punti, in versione asciutta
Il libro in questione è The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, uscito il 25 febbraio 2025 per Crown Currency (Penguin Random House), scritto a quattro mani con Nicholas Zamiska, responsabile degli affari societari e consulente legale dell’ufficio del CEO di Palantir. In Italia l’ha tradotto Silvio Berlusconi Editore, cosa su cui si potrebbe aprire un capitolo a parte, ma andiamo avanti.
Karp e Zamiska hanno diffuso un estratto-manifesto in ventidue punti. Provo a riassumerli raggruppandoli, potete leggerli in fila in un post su X che mi ha segnalato l’ottima Marina Mercaldo, e che potete trovare più giù:
Il primo tema potremmo chiamarlo “torna a casa, Silicon Valley” (Karp ne parla nei punti 1, 2, 3, 4, 5 e 7). In sintesi: la Silicon Valley deve alla nazione un debito morale. Basta app per condividere foto e ordinare sushi! Fatti non foste per avere email gratis e app fuffose, l’era del soft power è finito. Il potere nel nostro secolo, dice Karp, è hard: e l’hard oggi si scrive in codice. Le armi a intelligenza artificiale saranno costruite comunque, e quindi tanto vale che lo facciamo noi: se un Marine chiede un fucile migliore, glielo si dà. E vale ovviamente anche per il software.
Nel secondo tema, Karp illustra la sua versione del “ritorno alla preminenza dello Stato” (nei punti 6, 8, 9, 18 e 19). Il servizio nazionale dovrebbe tornare universale. I servitori pubblici non sono sacerdoti, sono dei professionisti mal pagati. Chi entra in politica merita più grazia e meno linciaggio. La cautela che imponiamo alla vita pubblica seleziona dei mediocri: gente che per non sbagliare mai non dice mai niente.
Terzo tema, secondo me uno dei più importanti: deterrenza e geopolitica (punti 11, 12, 14 e 15): non godiamo della caduta dei nemici. Anche l’era atomica è finita: ora inizia quella della deterrenza IA. Abbiamo dimenticato che tre generazioni di persone non hanno conosciuto una guerra mondiale? Il pacifismo imposto alla Germania e al Giappone nel dopoguerra va ripensato.
Nei punti 13, 16 e 17, Karp si spertica nell’elogio del costruttore e dell’élite che funziona: gli Stati Uniti restano il posto con più opportunità al mondo per chi non eredita niente. Chi prova a costruire dove il mercato ha fallito va applaudito, anche se si chiama Musk. La Silicon Valley deve occuparsi anche dei temi sporchi (aridaje), anche di reprimere la criminalità violenta, non deve voltarsi dall’altra parte.
Ultimo tema che individuo, quello che chiama esplicitamente a una “guerra santa” di matrice culturale (lo fa nei punti 10, 20, 21 e 22). Qui la sintesi del “Karp pensiero” è più o meno questa: l’intolleranza elitaria verso la fede religiosa va messa da parte. Alcune culture producono meraviglie, altre producono disfunzione, e dirlo non è razzismo. Il pluralismo vuoto, quello che include tutto perché non crede in niente, va respinto.
Palantir, ovvero: l’azienda che ha già fatto i compiti
Allora, ricapitoliamo: Palantir è stata fondata nel 2003 da Peter Thiel (questo tizio è ovunque), Alex Karp, Joe Lonsdale, Stephen Cohen e Nathan Gettings, con capitale iniziale proveniente anche (attenzione) da In-Q-Tel, il fondo di venture capital della CIA. Il business model, fin dal primo giorno, è stato: facciamo software di analisi dati per agenzie di intelligence, dipartimenti della Difesa e corpi di polizia. Solo in un secondo momento, aziende private.
Palantir realizza tutto il suo lavoro attraverso tre piattaforme:
- Gotham, in uso al Pentagono, alla comunità di intelligence statunitense, alle forze armate israeliane e a diverse polizie occidentali. Viene usata per analisi target, contrasto al terrorismo ed operazioni militari classificate e non.
- Foundry, la versione enterprise di Gotham, per clienti commerciali.
- AIP, l’Artificial Intelligence Platform lanciata nel 2023, che integra i modelli linguistici nei flussi operativi militari e aziendali: oggi è questo il princioale motore di crescita del titolo Palantir.
Ora, se non lo avete già fatto istintivamente, prendete i temi e i punti della “Repubblica tecnologica” che vi ho elencato prima, e metteteli accanto alla scheda aziendale:
La Repubblica tecnologica È la stessa Palantir.
- Tema 1 (debito morale verso la nazione): Palantir è l’unica grande azienda della Silicon Valley che non si è mai nascosta dietro l’etichetta “noi con la Difesa non lavoriamo”. Lo ha rivendicato per vent’anni, contro il vento, e ora raccoglie i frutti.
- Punti 4 e 5 (hard power e armi ad intelligenza artificiale): nel settembre 2025 il Dipartimento dell’Esercito ha firmato con Palantir un contratto da 10 miliardi di dollari per il consolidamento dei servizi software. Ad aprile 2025 la NATO ha adottato la piattaforma Maven Smart System in appena sei mesi: “uno dei processi più rapidi nella storia dell’alleanza”, parole loro.
- Punto 12 (età atomica finita, inizia la deterrenza IA): il programma Golden Dome del Pentagono mette assieme SpaceX, Anduril e Palantir. Oltre mille satelliti,
tempi di sviluppo sono stati compressi da diciassette anni a quattro. - Quarto tema (Silicon Valley contro il crimine): Los Angeles usa Palantir per fare polizia predittiva. ICE ha firmato a inizio 2025 un contratto da 30 milioni per una piattaforma che traccia i migranti in tempo reale. I dettagli li trovate nell’articolo che ho scritto un anno fa sull’ascesa di Palantir.
A essere onesti, mentre scrivo questo pezzo mi rendo conto che l’esercizio è quasi troppo facile: basta pescare un punto a caso del manifesto per trovare un contratto Palantir che lo incarna. Sembra un cruciverba facilitato, di quelli che in spiaggia neanchr facciamo per quanto sono scontati.
Il mercato ha già votato
Il titolo PLTR è entrato nell’S&P 500 a settembre 2024. Nel 2025 è stato uno dei top performer dell’indice, con un guadagno superiore al 150% nell’anno solare, secondo i dati di fine dicembre diffusi da Motley Fool. La capitalizzazione attuale è intorno ai 355 miliardi di dollari: più di Verizon, più di Disney, più di molti produttori storici dell’industria della Difesa. I ricavi 2025 sono in crescita del 56% anno su anno. Le stime per il 2026 dicono che saranno tra 7,18 e 7,20 miliardi.
Questo dimostra una sola cosa: nell’attività di Palantir gli investitori hanno praticamente letto in anticipo il libro sulla Repubblica tecnologica (che io chiamavo “tecno-governo” quando non aveva ancora una forma). Hanno capito, già tra il 2023 e il 2024, che Google avrebbe rimosso i paletti etici sull’uso militare dell’IA, che Meta avrebbe aperto Llama ai contractor della Difesa, che OpenAI avrebbe stretto una partnership con Anduril per difesa anti-drone, e che Anthropic, l’azienda con l’anima, avrebbe quasi smesso di dire no sotto pressione del Pentagono, nel febbraio 2026, per poi entrare in un rapporto complicatissimo con la Casa Bianca.
Il “ritorno della Silicon Valley sotto le armi” che il libro invoca è già il terreno su cui Palantir gioca in vantaggio tattico di vent’anni, e personalmente mi era chiaro già vedendo tutti i leader di Big Tech correre a baciare l’anello di Trump appena rieletto.
Il Bitcoin dei contratti statali
Guardo le dichiarazioni pubbliche di Karp degli ultimi dodici mesi: una call con gli azionisti in cui urla “we’re doing it, we’re doing it!” mentre annuncia gli utili. Un’intervista in cui definisce Palantir un’azienda che serve a “ridisegnare le istituzioni con cui lavoriamo, spaventare i nemici e, quando serve, occasionalmente ucciderli”. Sono frasi che un altro CEO tech, mettiamo quello di Klarna, per dire, non può permettersi. Karp sì. Perché l’investitore che compra Palantir sta comprando anche questo: la promessa che qualcuno, da qualche parte, stia dicendo ad alta voce ciò che gli altri mormorano nei consigli d’amministrazione.
Karp si definisce “progressive warrior” e ha sostenuto i Democratici, Kamala Harris inclusa (per chi crede che, a parte grosse differenze operative, la traiettoria sarebbe stata diversa con un altro presidente). Thiel, invece, è un trumpiano della prima ora. Eppure la società è prosperata sotto entrambe le amministrazioni, perché il prodotto che vende è strutturale: è capacity.
È la capacità operativa di vedere, decidere, colpire. Cioè quello che gli USA ed Israele hanno iniziato a fare su larga scala e inesorabilmente. Punto, non c’è molto altro da aggiungere. O si?
Quello che la lista non dice
Un piccolo disclaimer personale: da italiano che scrive di futuro a un tiro di schioppo dal Vesuvio, ho un’esitazione fisica davanti alla parola “repubblica tecnologica”. Mi ricorda altre formule del Novecento, quando “tecnologico” diventava un aggettivo riempitivo per coprire decisioni politiche pesanti. Per me il manifesto ideologico di Karp ha un difetto che i suoi temi rivelano quando li metti in ordine: presuppone che l’Occidente sia una squadra compatta, con avversari chiari e regole del gioco condivise. E che Palantir sia, semplicemente, il miglior attrezzo della squadra.
Ma come ha scritto Piervincenzo Di Terlizzi nella recensione su Casco Learning, il libro sorvola su un pezzo importante: come gli strumenti di analisi dati, in assenza di consapevolezza politica, riproducono e amplificano i meccanismi di esclusione. Ruha Benjamin, Virginia Eubanks, interi filoni di ricerca americana hanno documentato questo per anni. Karp e Zamiska tacciono.
L’attacco al pensiero critico di sinistra, nella loro narrazione, funziona meglio come costruzione di un nemico retorico che come dialogo reale.
Perché questa (posso usare una negazione o dite che è AI?) non è una recensione, ma una previsione
Mi sono buttato a capofitto in questo pezzo pensando di scriverlo come una analisi del libro. A metà stesura mi sono reso conto che il libro, in senso stretto, non è più analizzabile. La recensione la fa il prezzo di mercato delle azioni Palantir. Si, la capitalizzazione di Palantir è la recensione (a cinque stelle) più lunga mai scritta, e cresce ogni trimestre.
La vera previsione, allora, riguarda quello che succede dopo. Ho tre cose in mente, per la categoria previsioni di questo blog:
Prima previsione: questo libro diventerà un corso di management. Nei prossimi due anni, i ventidue punti saranno smontati e rimontati come framework nelle business school americane, accanto ai classici Porter-Drucker. Il linguaggio di Karp entrerà nel vocabolario aziendale mainstream in molte forme, e forse (con l’aiuto dell’AI) i suoi principi saranno trasferiti su altri temi, formando delle persone.
Seconda previsione — l’Europa ci arriverà tardi e male. Il documento italiano “IA e Difesa, Edizione 2026” firmato dal ministro Crosetto a gennaio è, nei fatti, una fotocopia concettuale depotenziata della tesi di Karp: stesso problema (la sovranità tecnologica passa dal software), stesse soluzioni (collaborazione pubblico-privato, modularità, talento), ma senza una Palantir da cui partire. Costruirne una europea da zero richiede capitali, volontà politica e tolleranza al rischio etico che l’Europa, oggi, non ha.
L’Europa affronterà il tema della repubblica tecnologica tra cinque anni, forse sette, quando sarà ormai inutile. Oppure non lo farà, e sarà una medaglia sul petto che dice “non siamo cinici e spietati, abbiamo ancora un’etica”: ma forse ci servirà a poco se saremo travolti comunque da una guerra, e senza gli strumenti per uscirne interi. Beninteso: mi auguro di sbagliarmi, qualunque sia l’opzione.
Terza previsione: i ventidue punti invecchieranno male su almeno uno di loro. Scommetto sul punto 5: “le armi IA saranno costruite comunque, la sola domanda è chi”. Tra tre o quattro anni, quando il primo incidente operativo con vittime civili di un sistema autonomo sarà documentato (e accadrà: è una questione statistica), quella formulazione suonerà come suonano oggi le lettere di Oppenheimer.
Giuste (forse) nel contesto, intollerabili a rileggerle. Karp le ha messe per iscritto: e questo è il rischio di scrivere manifesti prima che le cose succedano.
Approfondisci
Se vuoi vedere la dinamica in azione su un’altra azienda, leggi il pezzo su Anthropic e l’ultimatum del Pentagono: è la stessa trama di questo articolo, ma vista dall’altro lato, da parte di un’azienda che fino a ieri pretendeva di non giocare questa partita e ora ha capito che o sei con, o sei contro: non ci sono mezze misure. Per capire come Palantir si inserisce nei nuovi scudi missilistici, c’è Golden Dome, la gara a tre tra SpaceX, Anduril e Palantir. E se ti serve il ritratto di Karp e dell’ascesa della società, trovi tutto in Tutto sull’ascesa di Palantir, l’occhio invisibile dell’era Trump.