Ogni tanto il titolo riaffiora su qualche feed, quasi sempre accompagnato da un’immagine di AirPods in bianco e nero e dalla parola “allarme”. Le cuffie Bluetooth farebbero male alla tiroide. L’ho visto passare tre volte in settimana scorsa, con toni diversi ma sempre la stessa struttura: lo studio lo dice, la scienza lo conferma, i media lo ignorano. Io, lo dico onestamente, non faccio il “debunker” e neanche mi piace come attività. Però queste robe non le tollero.
Sono andato a leggere lo studio. È una cosa che faccio ogni volta che un titolo del genere gira con troppa sicurezza, perché di solito tra quello che il paper contiene e quello che il titolo promette c’è una distanza che racconta più del paper stesso. E ora vi dico proprio tutto, senza pretesa di convincervi (documentatevi anche voi).
Lo studio esiste davvero
Il riferimento è un lavoro pubblicato su Scientific Reports il 21 giugno 2024 (quindi non è proprio di stamattina), firmato da un gruppo di ricercatori cinesi e malesi. Titolo lungo e tecnico, contenuto invece piuttosto semplice e basato su tre elementi: 600 questionari raccolti sulla piattaforma WenJuanXing, un modello di machine learning (XGBOOST) per stimare quali fattori fossero associati alla presenza di noduli tiroidei, e un’analisi per “pesare” il contributo di ciascun fattore.
La conclusione dello studio? Tra i predittori più rilevanti figurano l’età e la durata giornaliera d’uso delle cuffie Bluetooth.
Fin qui, tutto vero. Il paper è indicizzato su PubMed, open access, e si legge in mezz’ora. Poi però ci sono i dettagli che i titoli dei siti che fanno spiccioli con le “notizie bomba” saltano.
Cosa misura davvero questo studio?
Allora: il dato di partenza, ve l’ho detto, è un questionario. Nessuna misurazione, insomma, né una coorte di pazienti seguita nel tempo. Qualche domanda online, su una piattaforma cinese di sondaggi, con risposte auto-riferite su quante ore al giorno l’utente usa gli auricolari e sulla presenza o meno di noduli tiroidei.
Gli stessi autori lo scrivono nei limiti: il campionamento tramite indagine su utenti di dispositivi smart tende ad attrarre una popolazione più giovane, e la durata d’uso è soggettiva. Il paper finisce con la formula che in epidemiologia suona sempre come una campanella: servono ulteriori ricerche sui meccanismi biologici e su possibili fattori confondenti.
Cuffie Bluetooth e danni alla tiroide: il dettaglio che non torna
Qui arriviamo al punto. I noduli tiroidei sono già una condizione molto comune, indipendentemente dalle cuffie. In Italia, ad esempio, secondo una rassegna della Società Italiana di Medicina Generale l’ecografia rileva noduli in un range tra il 20% e il 76% degli adulti a seconda delle casistiche, con frequenza più alta nelle donne e negli anziani. L’ospedale Niguarda di Milano parla di 40-50% della popolazione generale. Altre fonti cliniche italiane arrivano a stimare fino al 60% nelle donne adulte.
Tenete a mente questi numeri e rileggete il risultato: lo studio trova un’associazione in un campione di 600 persone reclutate online, con noduli dichiarati dal 12,2% del totale, usando un modello di machine learning su un set ridotto a 96 casi dopo aver verificato tutte le corrispondenzr. Un’associazione in un segmento così piccolo di una condizione così diffusa è interessante, ma non è ancora un nesso causale. È un’ipotesi che chiede di essere testata meglio, non certo una sentenza.
Il problema dell’AUC 0,95
Chi legge il paper si imbatte a un certo punto in un dato che nei riassunti divulgativi viene usato come prova della solidità: il modello XGBOOST raggiunge un’AUC di 0,95, che in letteratura statistica significa “classificatore quasi perfetto”. Bellissimo, se non fosse che l’AUC misura la performance del modello sul dataset con cui è stato addestrato e validato, non dimostra che il fenomeno esista nel mondo reale.
È la differenza tra “il modello distingue bene chi nel mio campione ha noduli e chi no” e “le cuffie Bluetooth causano noduli”. Sono due frasi diverse.
Radiofrequenza e tiroide: cosa sappiamo fuori da questo studio
L’idea che le radiofrequenze non ionizzanti possano interagire con la tiroide non nasce con questo paper. Gli autori richiamano una letteratura più ampia su telefoni cellulari, campi elettromagnetici e funzione tiroidea, dove alcuni studi hanno osservato variazioni di TSH o altri parametri. Nel 2011 la IARC ha classificato la radiofrequenza come “possibilmente cancerogena per l’uomo” (categoria 2B), la stessa del caffè per un certo periodo e del sottaceto asiatico, per darvi l’ordine di grandezza.
Le cuffie auricolari Bluetooth emettono a potenze molto più basse dei cellulari in conversazione, restando vicini al collo per molte ore al giorno. È legittimo chiedersi se questa esposizione cumulativa faccia qualcosa. È meno legittimo dire che lo studio da 600 questionari abbia già dato la risposta.
Quindi?
Il claim “uno studio peer reviewed ha trovato un’associazione tra uso prolungato di cuffie Bluetooth e noduli tiroidei” è vero. Il claim “le cuffie Bluetooth fanno male alla tiroide” è un’estrapolazione che lo studio non autorizza: trasforma un’associazione osservazionale, piena di limiti dichiarati dagli stessi autori, in una conclusione causale.
La differenza fra le due frasi sembra sottile, e invece il fact-checking dovete farlo voi, imparando da soli a capire dove finisce il dato e dove comincia il titolo.
Cosa fare, se proprio volete fare qualcosa
Buttare gli auricolari non ha senso. Farsi prendere dal panico per un paper da 96 casi nemmeno. Se volete essere prudenti, alternare le cuffie Bluetooth con cuffie cablate e ridurre le ore di uso continuativo è una strategia ragionevole di minimizzazione dell’esposizione, comunque sapendo che oggi non esiste prova solida che questo prevenga alcunché. Se avete familiarità tiroidea o sintomi, la strada seria passa per un’ecografia e un endocrinologo, non per la gestione del vostro paio di AirPods.
Il vero dato controintuitivo, alla fine, è un altro: abbiamo un pianeta pieno di gente con noduli tiroidei (lo avete letto prima: addirittura il 40-50% degli adulti secondo il Niguarda) e un’idea ancora molto vaga del perché. È quello lo spazio in cui studi come questo si infilano, ed è quello lo spazio in cui i titoli allarmistici trovano terreno fertile.
Finché non ne sappiamo abbastanza, ogni questionario online può sembrare una rivelazione.
Approfondisci
Sul fronte delle tecnologie wireless, vale la pena tenere d’occhio anche dove sta andando il Bluetooth a livello di portata e applicazioni, perché i prossimi anni vedranno un’espansione d’uso che renderà la domanda sull’esposizione cumulativa ancora più rilevante.
Su come si costruiscono (e si smontano) gli allarmi sanitari basati su singoli studi, invece, vale la regola generale di Futuro Prossimo: un paper è un segnale, una meta-analisi è un indizio, e la pratica clinica consolidata è l’unica cosa che somiglia a una certezza.
Scheda studio
Titolo: Epidemiological exploration of the impact of bluetooth headset usage on thyroid nodules using Shapley additive explanations method
Autori: Nan Zhou, Wei Qin, Jia-Jin Zhang, Yun Wang, Jian-Sheng Wen, Yang Mooi Lim
Istituzioni: Universiti Tunku Abdul Rahman (Malesia); First People’s Hospital of Nanning; Dongtai City Traditional Chinese Medicine Hospital
Rivista: Scientific Reports, 21 giugno 2024
DOI: 10.1038/s41598-024-63653-0
PMID: 38906901