Un nuovo studio pubblicato su Science Advances il 15 aprile ridisegna le stime sul futuro della corrente atlantica, quel “nastro” di acqua che aiuta a spostare calore nell’oceano e quindi influenza il clima, (soprattutto in Europa) e le ridisegna al ribasso.
Il team guidato da Valentin Portmann dell’Università di Bordeaux ha combinato decenni di osservazioni oceaniche con i principali modelli climatici, ottenendo una stima molto più precisa: l’AMOC (questo il nome tecnico della corrente atlantica) rallenterà tra il 42% e il 58% entro il 2100. La media precedente parlava del 32%, con un margine di errore così ampio da rendere la previsione quasi inutilizzabile. Adesso il margine si è stretto, e il quadro che emerge, quello che in climatologia prima veniva considerato pessimista, si è rivelato più realistico che mai.
Cosa ha cambiato i numeri
Il problema di prevedere il comportamento della corrente atlantica è sempre stato lo stesso: decine di modelli climatici, decine di risultati diversi. Alcuni suggerivano zero rallentamento entro il 2100, altri un crollo del 65% anche con emissioni azzerate. In mezzo, un margine di incertezza da rendere impossibile qualsiasi decisione politica seria.
Portmann e colleghi hanno provato quattro metodi statistici diversi per capire quali modelli combaciano meglio con la realtà osservata. Il vincitore è stato un approccio poco frequentato in climatologia: la regressione ridge, una tecnica usata solitamente in medicina e in economia.
Il metodo ha permesso di isolare i modelli che meglio descrivono la salinità superficiale del Sud Atlantico, uno dei parametri chiave del sistema. Risultato: la stima del rallentamento è passata da 32% ± 37% a 51% ± 8%. Un indebolimento del 60% più forte di quanto suggerisse la media dei modelli, e con un’incertezza ridotta di quattro volte.
Quel salto dal 5% al 50%
Stefan Rahmstorf, del Potsdam Institute for Climate Impact Research, studia la corrente atlantica da 35 anni. Le sue parole, affidate al Guardian, sono quelle su cui sto rimuginando mentre scrivo (qui a Napoli sto in pantaloncini e t-shirt, ad Aprile): fino a poco tempo fa, dice, il rischio di un collasso dell’AMOC era stimato intorno al 5%, “e già allora dicevamo che era troppo alto, viste le conseguenze enormi”. Adesso lo stesso Rahmstorf parla di oltre il 50%. E aggiunge una cosa che in termini tecnici si chiama understatement: il punto di non ritorno, quello oltre cui il collasso diventa inevitabile, potrebbe essere raggiunto in poco più di 20 anni, già a metà del secolo.
Metà del secolo. Nel 2050, non più nel 2100. Non so se mi spiego.
Scheda studio
Titolo: Observational constraints project a ~50% AMOC weakening by the end of this century
Autori: Valentin Portmann, Didier Swingedouw, Omar Khattab, Marie Chavent
Istituzione: Università di Bordeaux, CNRS, Inria Centre Bordeaux Sud-Ouest
Rivista: Science Advances, 15 aprile 2026
DOI: 10.1126/sciadv.adx4298
Cosa significa per noi
La corrente atlantica è quella cosa che fa sì che a Napoli (la solita città a caso nei miei esempi) ci siano 15 gradi in inverno e non meno cinque. Trasporta acqua calda tropicale verso nord, la raffredda, la fa affondare, e rimette in moto il nastro trasportatore oceanico che regola il clima di mezzo pianeta.
Se si ferma, o anche solo rallenta parecchio, le conseguenze sono queste: inverni rigidi e siccità estive nell’Europa occidentale, spostamento della fascia di piogge tropicali con impatti devastanti sul Sahel (dove vivono 400 milioni di persone che mangiano grazie a quelle piogge), innalzamento del livello del mare di 50-100 cm sulle coste atlantiche.
Rahmstorf aggiunge un dettaglio che vale la pena riportare: i modelli analizzati nello studio non includono ancora lo scioglimento della calotta groenlandese, che continua a versare acqua dolce nell’Atlantico settentrionale riducendone la salinità.
“Questo è un fattore in più che suggerisce che la realtà sia probabilmente ancora peggiore”.
Un modo elegante per dire che perfino il 51% è ottimistico.
Approfondisci
Per capire meglio il contesto, può essere utile rileggere cosa succede alla calotta groenlandese se sforiamo la soglia di 1,5°C, dato che il suo scioglimento è il fattore che potrebbe rendere lo scenario di Portmann ottimista. Due anni fa l’ONU diceva che avevamo due anni per salvare il pianeta: ne è passato uno, la traiettoria è peggiorata. E chi segue da tempo queste cose sa che lo spostamento della corrente a getto è un altro pezzo dello stesso puzzle oceanico-atmosferico.
C’è una frase di Rahmstorf che tengo per ultima.
“I cambiamenti climatici più drammatici degli ultimi 100.000 anni sono avvenuti quando la corrente atlantica è passata da uno stato all’altro”.
Siamo in uno di quei passaggi. Solo che stavolta c’è qualcuno che prende appunti.