Siore e siori, AccelerateEU: nome da startup, contenuto da emergenza. Sapete già cos’è, vero? No? Ve lo dico io: è il piano europeo contro lo shock energetico innescato dalla guerra in Iran (ve lo dicevo che poteva mettersi male male), sarà annunciato il 22 aprile e già dalle bozze si vede la linea.
Qualche esempio, poi cerco di dettagliare: un giorno obbligatorio di telelavoro a settimana, sconti per i mezzi pubblici, pompe di calore in leasing sociale, trasporti pubblici scontati e altre misure. Soldi nuovi per attuarli? Pochi, forse addirittura zero. Soldi vecchi? Molti: 184 miliardi di PNRR non speso, 38 miliardi di fondi di Coesione. Faccio Il cattivello se dico che mi sembra lo stesso obiettivo del 2022 che torna in scena con costumi diversi? Parlo dell’obiettivo strutturale di passare dal 21% al 35% di consumi elettrici finali entro il 2030.
Il prezzo da pagare per noi europei sarà una vita un po’ diversa: meno auto, meno uffici accesi, e caldaie letteralmente sotto controllo.
Da dove arriva questo piano
Partiamo dal perché esiste questo AccelerateEU. Dall’inizio delle ostilità in Iran, la spesa dell’Unione Europea per acquistare idrocarburi è aumentata di oltre 22 miliardi di euro, numero citato direttamente dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen nelle settimane scorse. Lo Stretto di Hormuz, dove passa una quota importante del greggio mondiale, è tornato al centro della geopolitica energetica, e l’Europa ha riaperto il cassetto del 2022. Stessa urgenza, stesse paure, stesse misure di fondo.
“Volete il condizionatore acceso o la Pace?”
(cit. Mario Draghi, vado a memoria)
La differenza è nel framing. Nel 2022 Bruxelles parlò di REPowerEU come risposta alla Russia. Nel 2026 parla di AccelerateEU come accelerazione della transizione. Il verbo cambia, ma non nasconde del tutto la sostanza: molte delle misure sono le stesse, riciclate e ripresentate con un nome nuovo che suona bene in inglese e si traduce male in italiano. La Commissione lo scrive nero su bianco nella bozza: si tratta di
“recuperare e re-impacchettare elementi del Green Deal tornati prepotentemente in voga”.
Vale a dire: la crisi ha reso di nuovo vendibile il vecchio piano.
Il catalogo delle cinghie
Entriamo nel merito, perché le anticipazioni sono dettagliate e la cinghia che tireremo ha una geografia precisa. La parte che finirà nei titoli dei giornali italiani, lo sapete già, sarà quella sul lavoro: la Commissione raccomanderà agli Stati almeno un giorno di telelavoro a settimana, dove applicabile. Nella mia agenzia dalla fine del Covid ne applichiamo già due a settimana, per un migliore equilibrio (si spera) tra vita privata e lavoro. Qui il proposito è un po’ diverso: meno spostamenti casa-lavoro, meno carburante bruciato, meno picchi di consumo negli uffici. L’Agenzia Internazionale dell’Energia lo indica da anni come misura a costo zero e impatto immediato.
Poi c’è la mobilità. Trasporti pubblici più economici, raccomandazione di evitare spostamenti non necessari, distribuzione dei consumi fuori dalle ore di punta, giornate senz’auto, spinta al passaggio da benzina ed elettrico laddove possibile. Le amministrazioni pubbliche dovranno dare l’esempio riducendo illuminazione non essenziale e chiudendo edifici non indispensabili in alcune fasce orarie. A questo punto realizzo cosa mi arriverà dai commenti: un mare di gente incavolata che mi scrive “vogliono toglierci le libertà, e non farci spostare liberamente”. E non ho ancora finito.
Nelle case, il catalogo si fa più tecnico. Secondo le anticipazioni circolate in questi giorni, caldaie a condensazione da tenere sotto i 50 gradi, adeguamento delle impostazioni di climatizzatori e impianti centralizzati negli edifici commerciali e altri accorgimenti simili. Per le famiglie vulnerabili sono previsti voucher energetici e, forse, prezzi calmierati temporanei. Per i settori più esposti, cioè agricoltura, pesca, trasporto stradale e marittimo e industrie energivore, sono previste misure di sostegno temporanee fino al 50% dei costi extra dovuti alla crisi, con scadenza al 31 dicembre 2026. Altre cose, invece, non avranno una scadenza.
La parte che dura di più
Qui la faccenda si fa interessante, perché oltre alle misure d’emergenza c’è il pezzo strutturale, quello che sopravviverà alla fine dell’emergenza e continuerà a cambiare le case europee anche quando il petrolio tornerà a scorrere tranquillo.
La Commissione vuole presentare entro l’estate un obiettivo vincolante di elettrificazione. Cos’è? Dunque: oggi l’elettricità rappresenta circa il 21% dei consumi energetici finali in Europa. L’obiettivo è portarlo ad almeno il 35% entro il 2030. Sembra un passaggio tecnico, è invece un cambio di civiltà: significa che case, automobili, riscaldamenti, processi industriali devono spostarsi sistematicamente da gas e petrolio verso la presa di corrente.
Gli investimenti necessari, secondo le stime della Commissione, ammontano a circa 660 miliardi di euro all’anno fino al 2030. Una cifra enorme. Bruxelles mette oltre 220 miliardi, ricavati dirottando risorse esistenti che per vari motivi non sono state ancora spese. Il messaggio politico è chiaro e un po’ imbarazzante: non vi diamo un euro in più, usate meglio quello che avete.
AccelerateEU: da maggio in poi, il calendario completo
La parte operativa del piano si srotolerà nei mesi successivi alla presentazione, con un calendario che già nelle bozze è dettagliato. A maggio 2026, riunione informale dei ministri dell’Energia a Cipro per un catalogo di misure efficaci di risparmio basate sulle lezioni del 2022. Da giugno 2026 in poi, sostegno ai programmi di leasing sociale per tecnologie pulite: veicoli elettrici, pompe di calore, batterie di piccola capacità, attraverso il Consiglio per gli investimenti nella transizione energetica. Sempre da maggio, sostegno alla geotermia con dati geologici, una banca dati dell’Unione e programmi di riduzione del rischio assicurativi in collaborazione con BEI e banche nazionali di promozione, oltre a finanziamenti per progetti di solare termico su larga scala.
Sempre da giugno 2026 è prevista una revisione mirata dei criteri di produzione dell’idrogeno rinnovabile, anche per lo sviluppo del carburante sostenibile per l’aviazione.
E poi ci sono gli esempi virtuosi che la Commissione cita come riferimento, e qui il ventaglio europeo è rivelatore. La Francia ha già varato sovvenzioni su larga scala per pompe di calore, geotermia e solare, un Heat Fund da 500 milioni destinato all’industria, il divieto di installare caldaie a gas nei nuovi edifici entro il 2027 e programmi di leasing sociale per veicoli elettrici. Il Belgio si è limitato al minimo sindacale: IVA al 6% per pompe di calore, fotovoltaico e scaldacqua solari. L’Austria è andata più pesante: sussidi fino al 100% per sostituire caldaie a combustibili fossili nelle famiglie vulnerabili.
Insomma: AccelerateEU non parte da zero, parte da un’Europa a velocità diverse e prova a spingere i più lenti verso il modello dei più avanti. Senza obblighi uniformi, almeno per ora. E questo, secondo me, è il punto delicato.
Il fatto che nessuno sta raccontando bene
Nel 2022 queste stesse misure (più o meno) venivano presentate come sacrificio temporaneo. Oggi, nel 2026, le stesse misure tornano come accelerazione positiva. Il contenuto, salvo sorprese che non mi aspetto, è praticamente identico: la confezione è opposta. E funziona, perché nel frattempo il mercato ha già risposto da solo.
Lo documenta bene anche il recente pezzo di Futuro Prossimo sulle auto elettriche post-Hormuz: nel marzo 2026 i concessionari tedeschi di auto elettriche usate hanno registrato un +40% di visite in una settimana dall’inizio della crisi. Nel 2022 lo stesso effetto si era visto in un mese. Ogni crisi energetica accorcia il ciclo, e AccelerateEU non inventa nulla: prova a canalizzare un movimento che è già partito dalle famiglie, prima che altri (Cina soprattutto, Stati Uniti a seguire) ne raccolgano i frutti industriali.
La Commissione, insomma, sta correndo dietro a un treno che il mercato ha già preso. E questo spiega perché la parte strutturale del piano è più ambiziosa della parte emergenziale: sulle pompe di calore, sul leasing sociale per i veicoli elettrici, sulla geotermia, Bruxelles sta provando a montare cornici di policy su comportamenti che bene o male stanno già accadendo.
La vita che ci arriverà in casa
Provate a immaginarla davvero, questa settimana diversa che arriva. Lunedì mattina uscite di casa per andare in ufficio, come sempre. Martedì e giovedì pure sono in presenza. Mercoledì, secondo una raccomandazione europea recepita dal vostro Stato, restate a casa in telelavoro. Il vostro ufficio, quel giorno, tiene meno luci accese, meno ascensori in funzione, meno caffè erogati dalle macchine.
La somma nazionale di questi piccoli risparmi è quello che Bruxelles chiama “flessibilità della domanda”.
In casa il riscaldamento condominiale parte mezz’ora dopo, per spostare il consumo fuori dalla punta di rete. La vostra caldaia a condensazione la tenete sotto i 50 gradi, come da raccomandazione. Sul balcone, magari, c’è un piccolo fotovoltaico plug-and-play che avete acquistato con IVA ridotta, come già accade in Belgio. In cantina, al posto della vecchia caldaia, c’è una pompa di calore che avete preso in leasing sociale, pagandola in rate mensili coperte in parte dalla rete di sostegno europea.
Il vostro appartamento, lentamente, diventa una piccola unità energetica da ottimizzare: elettrodomestici che dialogano tra loro, consumi spostati di notte, app che monitorano la bolletta in tempo reale.
Fuori, la città cambia più lentamente ma cambia. Più ZTL (non prendetevela con me), più colonnine di ricarica, trasporto pubblico più frequente sulle direttrici centrali. Nelle città europee più piccole, dove il trasporto collettivo è debole, questa transizione sarà più dolorosa e più contestata.
I due scenari
Qui sta il nodo politico. AccelerateEU può andare in due direzioni, e la scelta non dipende dal testo del 22 aprile. Dipende da chi pagherà il conto nei prossimi diciotto mesi.
Se gli Stati recepiranno con voucher seri per i vulnerabili, trasporti pubblici davvero più economici, agevolazioni concrete su pompe di calore e fotovoltaico domestico, allora fra 4 anni potremo dire che l’Europa ha trasformato una crisi geopolitica in un salto infrastrutturale. Il conto della resilienza energetica sarà stato pagato soprattutto da Stati e imprese, e le famiglie avranno visto bollette più basse e case più efficienti.
Se invece il piano si tradurrà soprattutto in raccomandazioni ai cittadini senza compensazione (lavorate meno, viaggiate meno, scaldatevi meno, compratevi la pompa di calore e buona fortuna), produrremo una società più “disciplinata” e più incazzata, in cui il costo della sicurezza energetica viene scaricato sulle scelte private delle famiglie.
Il segnale politico si vede già. Matteo Salvini ha attaccato la bozza come un invito a “lavorare e viaggiare di meno”, e questo schema retorico funzionerà in tutti i paesi con un consenso elettorale costruito sull’auto privata e sulle abitudini di consumo tradizionali. Le critiche arriveranno da destra sul tema della libertà di movimento e consumo, e da sinistra sul tema della giustizia distributiva. Entrambe avranno dei punti.
La capacità della Commissione e dei governi di raccontare AccelerateEU come protezione, non come restrizione, deciderà il destino politico del piano molto prima che le pompe di calore arrivino nelle cantine. Per quello che vale, la mia fiducia in questa capacità della Commissione è zero.
C’è un dettaglio che merita attenzione particolare. La Confederazione europea dei sindacati spinge per tutele specifiche sul telelavoro, per evitare che il risparmio energetico delle imprese si traduca in bollette più alte scaricate sulle case dei lavoratori. Se questo nodo non viene risolto, una misura nata per risparmiare energia nazionale rischia di aprire un conflitto nuovo sulla redistribuzione dei costi domestici della crisi.
Il 22 aprile e dopo
Io, mercoledì 22, leggerò il testo definitivo con una certa curiosità e con un promemoria aperto su quel numero: 660 miliardi l’anno, fino al 2030. È la cifra che serve per non ritrovarci nella stessa identica riunione d’emergenza al prossimo Hormuz, alla prossima crisi ucraina, al prossimo qualcosa. I soldi già esistono, sono nei nostri cassetti. Siamo capaci di spenderli bene, e di non tornare indietro appena i prezzi del petrolio si calmano?
Perché AccelerateEU, se funziona, non ci farà uscire da questa crisi ma forse ci impedirà di rientrare nella prossima. Guardate come verrà raccontato nei prossimi mesi questo provvedimento: se nei titoli dei giornali prevale “smart working obbligatorio” sarà un disastro comunicativo, se prevale “meno bollette e più autonomia” avrà una chance. Forse.
La cinghia, sul breve, la tireremo davvero. Meno auto nei centri, uffici vuoti un giorno alla settimana, caldaie più basse, bollette sempre sott’occhio. Ma cosa sarà questa cinghia fra tre anni, escludendo (forse ingenuamente) ipotesi distopiche? Sarà una restrizione che ci siamo lasciati alle spalle perché la crisi è finita, oppure un’abitudine nuova che ci ha reso meno dipendenti dal prossimo sussulto geopolitico?
La risposta ad AccelerateEU arriverà dal tipo di decreto che il vostro governo nazionale scriverà nelle settimane successive al 22 aprile, dal tipo di contratto collettivo che il vostro sindacato firmerà, dal tipo di leasing che vi proporranno per la vostra vecchia caldaia.
In sintesi: il piano si presenta a Bruxelles, ma la cinghia si tira a casa nostra.
Approfondisci
Se vuoi mettere AccelerateEU in prospettiva, tre letture di Futuro Prossimo compongono bene il quadro più ampio della trasformazione che il piano prova a cavalcare. C’è l’analisi sul perché la geotermia europea sia a un bivio decisivo e sia una delle carte strategiche indicate dalla stessa Commissione, una prospettiva più visionaria sui pannelli solari spaziali che potrebbero coprire fino all’80% del fabbisogno europeo entro il 2050, e un pezzo concreto su come un Energy Smart System stia già trasformando le case in piccole unità energetiche intelligenti, che è esattamente il pezzo privato del puzzle pubblico che Bruxelles sta provando a montare.