83 malattie, dall’insufficienza cardiaca alla demenza, risultano meno frequenti in chi passa più tempo in fase REM, il momento della notte in cui il cervello lavora quasi a pieno regime e arrivano i sogni più vividi. Lo dice uno studio su 95.559 britannici seguiti per quasi 9 anni, con il sonno stimato dai movimenti del polso. Per la demenza il rischio relativo scende del 46% ogni 48 minuti di REM in più, un legame statistico da maneggiare con cautela. Come del resto, opinione mia, lo studio per intero.
Come si contano i sogni senza dormire in laboratorio
Il metodo classico, la polisonnografia, registra onde cerebrali, occhi e muscoli per tutta la notte. Per questo non si può chiedere a decine di migliaia di persone. Il gruppo di Jingsong Luo, tra la Peking University e la Capital Medical University di Pechino, ha usato i dati della UK Biobank.
Tra il 2013 e il 2015 i partecipanti hanno portato per 7 giorni un accelerometro al polso, il sensore che nello smartwatch conta i passi. Un algoritmo chiamato SleepNet ha fatto il resto, trasformando i movimenti in fasi del sonno. Il braccialetto ha “indovinato” la fase dei sogni da come si muoveva il polso.
Dei 103.611 volontari con registrazioni utilizzabili ne sono rimasti 95.559, e nei registri degli ospedali i ricercatori hanno cercato chi si ammalava. I sogni da fuori restano quasi invisibili. Nel 2021 raccontammo di sognatori lucidi che in fase REM rispondevano con gli occhi alle domande degli sperimentatori, ma accadeva in meno di metà delle sessioni.
Dove la fase REM pesa di più
Delle 156 associazioni significative, più della metà riguarda il REM. Ogni 47,6 minuti in più corrispondono a un rischio di insufficienza cardiaca più basso del 26%. Il legame regge anche tenendo conto delle ore totali di sonno, con 54 malattie ancora in gioco. Il sonno profondo pesa meno: 7 malattie, tra cui il diabete di tipo 2 e la depressione maggiore. Chi dormiva meno di 5 ore, invece, raccoglie 37 dei 41 effetti avversi trovati per il sonno corto.
Chi ha misurato che cosa, e per quanto
Pubblicazione: Jingsong Luo, Ruiyi Liu e colleghi, “Accelerometer-derived real-world sleep stages and risk of incident diseases”, pubblicato su PLOS Medicine (settembre 2026). DOI: 10.1371/journal.pmed.1005213.
Dati chiave: i partecipanti avevano in media 56,2 anni e sono stati seguiti per una mediana di 8,9 anni. Gli esiti di salute esaminati erano 1.049.
Il sensore sbaglia, e la causa può stare dall’altra parte
SleepNet sottostima il REM di 17 minuti in media rispetto al laboratorio. Sembra una bazzecola, ma i gruppi confrontati distano 47,6 minuti, e nel riconoscere la fase giusta l’algoritmo ottiene 0,49 su 1. C’è poi la direzione del legame: chi sta per ammalarsi può dormire peggio già prima della diagnosi. Togliendo i primi 2 anni di osservazione restano significative circa il 60% delle associazioni, e per le altre potrebbe contare una malattia già in corso.
L’analisi è esplorativa, gli esiti vengono dai soli ricoveri e i volontari sono in prevalenza bianchi e in buona salute. Su altre popolazioni, per ora, si può solo ipotizzare.
A novembre 2024 avevamo raccontato un’altra tornata di dati dalla stessa banca, con lo stesso braccialetto per 7 giorni. Su 72.269 persone, chi dormiva in modo irregolare aveva un rischio cardiaco più alto del 26%. Una settimana di misure basta a legare il sonno a decine di malattie. Separare il filo che conta da quelli di passaggio diventa il lavoro vero.
Intanto la percentuale di REM che compare ogni mattina sul braccialetto resta una stima, e i sogni che le stanno dietro un indizio. Per sapere se allungarli faccia bene a cuore e memoria servirebbe uno studio che assegni a caso le notti lunghe e quelle corte: una ricerca che osserva come dorme chi dorme, per definizione, non può farlo.