Per decenni la perdita dell’udito è stata l’acciacco più innocuo dell’età: si alza il volume, si chiede di ripetere e si va avanti. Oggi sappiamo che chi sente male ha più probabilità di avere problemi al cuore e di chiudersi in casa, e forse di perdere la memoria, anche se su quel «forse» i ricercatori si dividono.
Intanto qualcuno è riuscito a riparare l’orecchio interno invece di amplificare il suono, almeno per una forma rara di sordità. Vediamo insieme tutti i progressi fatti?
Quanti sono, e di che cosa parliamo
Si parla di perdita dell’udito quando il suono più debole che si sente sale a 20-25 decibel, più o meno il tic tac di un orologio da polso. Le forme sono 3. Quella di trasmissione dipende da un tappo di cerume o da un’infezione e di solito si risolve. Quella neurosensoriale, la più comune, nasce dal danno alla coclea (l’orecchio interno a chiocciola) o ai nervi che portano il segnale al cervello. La terza riguarda il cervello, che elabora male i suoni. Le ultime due non tornano indietro da sole.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità conta più di 1,5 miliardi di persone con un calo dell’udito, quasi 1 su 5. Saranno 1,9 miliardi entro la fine del decennio e 2,5 miliardi nel 2050, un quarto dell’umanità. Almeno 700 milioni avranno bisogno di un apparecchio, di un impianto cocleare o di un altro aiuto.
Dopo i 65 anni fa fatica a sentire circa metà delle persone. L’udito che se ne va non fa rumore, e per questo si nota tardi.
Perdita dell’udito, cuore e memoria: che cosa dicono gli studi
L’effetto più facile da immaginare è la solitudine. Julie Beadle, della Simon Fraser University, spiega che anche un calo lieve spinge a ritirarsi dalle attività sociali, e che isolamento e solitudine fanno salire di circa un terzo il rischio di morire per qualunque causa. Chi sente male si stanca prima e studia o lavora con più fatica.
A settembre del 2024 avevamo raccontato un’analisi genetica che legava la perdita dell’udito alla solitudine, con gli autori inclini a vedere nella solitudine più una spia di malattia che una causa.
Poi c’è il cuore. Iris Otero-Luis, dell’Università di Castilla-La Mancha, ha passato in rassegna la letteratura e ha trovato che obesità, diabete di tipo 2, pressione alta e sindrome metabolica mettono a rischio sia il cuore sia l’udito. Woei Shyang Loh, a Singapore, ha stimato per chi sente male un rischio cardiovascolare più alto del 38%. In uno studio cinese chi sentiva peggio aveva il 76% di probabilità in più di avere un ictus. L’ipotesi più accreditata punta su un’origine comune, cioè il danno ai piccoli vasi sanguigni, che può arrivare anche all’orecchio interno.
Quando un orecchio sente peggio dell’altro il rischio di ictus sale parecchio, e per Shaojie Li questo può diventare un campanello d’allarme che permette di intervenire prima.
Sulla demenza i numeri si allargano. Cinque grandi studi dell’ultimo decennio hanno trovato un legame con la perdita dell’udito in età avanzata, con un rischio più alto che va dal 28% al 139%. L’analisi più recente stima il 16% in più ogni 10 decibel persi. La Commissione Lancet del 2024 ha messo il calo dell’udito tra i 14 fattori di rischio su cui si può intervenire, e New Scientist riporta che spiegherebbe 7 casi di demenza su 100.
Il gruppo di Séverine Sabia, all’INSERM, ha guardato persone di 50 anni anziché di 70 e ha trovato un’associazione vicina al 10%. Per Archana Singh-Manoux la differenza viene dai settantenni dei primi studi: in loro l’udito che cala può essere già l’effetto della demenza che comincia, e questo gonfia i numeri.
Il 10% resta un dato da non liquidare. Sul perché il legame esista la Commissione mette sul tavolo 4 ipotesi: l’isolamento con la depressione, il cervello sovraccarico dallo sforzo di decifrare i suoni, il restringimento per scarsa stimolazione e l’udito che cala come primo sintomo della demenza.
Tre testi sul tavolo, con i loro numeri
Pubblicazione: Frank Lin e colleghi, “Hearing intervention versus health education control to reduce cognitive decline in older adults with hearing loss in the USA (ACHIEVE)”, pubblicato su The Lancet (2023). DOI: 10.1016/S0140-6736(23)01406-X.
Dati chiave: 977 partecipanti tra 70 e 84 anni, scelti tra 3.004 persone esaminate, metà con apparecchi acustici e metà con sessioni di educazione sanitaria. Dopo 3 anni la differenza nel declino cognitivo tra i due gruppi era 0,002 (p=0,96); tra i partecipanti dello studio cardiologico ARIC e i volontari della comunità l’effetto differiva (p=0,010).
Gli altri due: l’analisi di Marcos Machado-Fragua e Sabia su coorti britanniche è uscita su Nature Aging (2025). Il rapporto della Commissione Lancet 2024 è su The Lancet. Dati verificati su PubMed.
Gli apparecchi acustici e la memoria: dipende da chi li porta
Il test più atteso, l’ACHIEVE della Johns Hopkins, ha seguito 977 persone tra 70 e 84 anni con un calo dell’udito. Metà ha ricevuto apparecchi acustici e istruzioni per usarli, l’altra metà un corso di educazione sanitaria. Nel gruppo intero, dopo 3 anni, il declino cognitivo è risultato identico. Nel sottogruppo più a rischio gli apparecchi lo hanno rallentato di quasi la metà, come riassume il National Institutes of Health.
Il gruppo di Sabia ha cercato lo stesso effetto nei dati britannici e non l’ha trovato. Secondo Singh-Manoux un apparecchio da solo non abbassa il rischio di demenza, ma resta una buona idea per rimanere dentro le conversazioni di ogni giorno. Per le forme gravi l’otologo Justin Golub indica gli impianti cocleari. Anche la tavola conta: un gruppo della Rush University ha riferito che chi segue la dieta DASH (nata contro l’ipertensione) rischia meno di perdere l’udito e ha un declino cognitivo più lento.
Le cure in arrivo, e quelle ancora ferme in laboratorio
Una terapia è già arrivata in sala operatoria. Il 23 aprile 2026 la FDA ha approvato con procedura accelerata Otarmeni, di Regeneron: una sola infusione nella coclea per chi ha una sordità dovuta a mutazioni del gene OTOF, la forma chiamata DFNB9. Nello studio CHORD, su 20 partecipanti, 16 hanno raggiunto a 24 settimane una soglia di 70 decibel o meglio, come riporta Regeneron. A 48 settimane 5 su 12 sentivano in modo normale. Resta la prova che un gene si può portare nel punto giusto dell’orecchio interno.
Le persone con questa forma sono qualche migliaio in tutto il mondo. Con una nostra stima di 3.000-5.000 casi, parliamo di 1 persona su 300.000-500.000 tra quel 1,5 miliardi. Ad aprile 2026 avevamo raccontato una terapia sullo stesso gene provata a Karolinska su 10 pazienti, con la soglia media scesa da 106 a 52 decibel e senza date di approvazione. Nello stesso mese è arrivata quella di Regeneron.
Per l’udito che cala con gli anni la strada è più lunga. Gary Housley, all’Università del Nuovo Galles del Sud, prova una terapia genica che affianca l’impianto cocleare per tenere in vita i neuroni dell’orecchio. Ha chiuso la fase 2 e passa alla fase 3, ma i risultati non sono ancora pubblicati. Le cellule staminali puntano invece al ganglio spirale, il grappolo di neuroni che collega la coclea al nervo uditivo: la britannica Rinri Pharmaceuticals ha avuto il via a una sperimentazione, mentre Lineage Cell Therapeutics è a uno stadio precoce.
Per i farmaci la storia somiglia a un cimitero: dal 2023 3 candidati sono stati accantonati. Ne avevamo raccontato uno anche noi. Nell’aprile 2022 il farmaco rigenerativo di Frequency Therapeutics e del MIT prometteva una fase successiva su 124 volontari e 10-15 anni per arrivare in clinica. Il 13 febbraio 2023 l’azienda ha comunicato che lo studio di fase 2b, su 142 persone, non aveva battuto il placebo sulla comprensione del parlato, e ha chiuso il programma. Restano in corsa Ebselen, di Sound Pharmaceuticals, e Paliroden, di Cilcare, entrambi in fase 2. Quando arriverà un farmaco, dice Golub, è impossibile prevederlo.
Dal gene OTOF all’udito di tutti: tempi e ostacoli
Orizzonte stimato: 7-15 anni per un farmaco o una terapia rigenerativa contro l’udito che cala con l’età, stima della redazione. La terapia genica per la forma OTOF c’è già, negli Stati Uniti, dall’aprile 2026.
Servono risultati di fase 2 e di fase 3 che battano il placebo, cosa che dal 2023 non è riuscita a 3 candidati, e le terapie da innestare con l’impianto cocleare richiedono prima un impianto. I primi a trarne vantaggio saranno i bambini con una mutazione nota, qualche migliaio nel mondo. Regeneron fornirà Otarmeni gratis alle persone idonee negli Stati Uniti, ma i costi dell’intervento chirurgico possono restare a carico del paziente.
Per ora, di tutto questo, a disposizione di chiunque c’è soltanto la cosa più semplice: farsi misurare la perdita dell’udito da un audiologo prima di alzare di nuovo il volume della tv. Golub ricorda che esistono già app per smartphone per testare l’udito, e sempre più affidabili.