Il veicolo che gli americani manderanno a Yonaguni, isola giapponese a soli 110 km da Taiwan, porta missili anti-nave e non ha nessuno al volante, come i droni militari che a Chebarkul, in Russia, si sono appena esercitati al fianco dei soldati cinesi.
Tra il 3 e il 19 ottobre, cioè tra la fine dell’esercitazione russa e l’inizio di quella nippo-americana, passano 16 giorni: pochi per parlare di un puro caso, abbastanza per provare a fotografarli e vedere che faccia hanno insieme. E infatti ci ho provato: questo è un corsivo, quindi niente verdetti. Però ragiono con voi e vi offro elementi. Cominciamo?
Chebarkul, o l’arte di imparare la guerra dagli altri
L’esercitazione Tsentr-2026 si è svolta dal 28 settembre al 3 ottobre nella regione russa di Chelyabinsk, con più di 47.000 militari e contingenti stranieri, tra cui quello cinese e quello pakistano (la fonte è il South China Morning Post). Mosca dice di averci portato le lezioni “apprese” in Ucraina, cioè droni militari, guerra elettronica e robot terrestri.
C’erano anche i cinesi
I cinesi hanno schierato carri Type 99A coordinati con droni e veicoli senza equipaggio, mentre sciami di droni passavano ai reparti a terra i dati di puntamento. Gli attacchi sono partiti a ondate e a piccoli gruppi, formula che i media militari di Pechino descrivono un po’ asetticamente come small-group, multi-waves.
Sempre secondo i media cinesi, parte dei reparti ha passato l’esercitazione al riparo dai droni. In Ucraina, ha detto a febbraio il comandante in capo Syrskii, la zona dove un soldato rischia di più, per droni di ogni tipo e da ogni lato, arriva ormai a 20 km di profondità.
Nella dimostrazione più rilanciata, un T-90M ha abbattuto droni FPV e ad ala fissa con il sistema Arena-M, che porta 12 munizioni intercettrici (Defence Blog). Il ministero russo non ha detto quanti droni siano partiti. Nemmeno quanti siano passati.
Nella notte del 3 ottobre, su tutta l’Ucraina, l’aeronautica di Kyiv ne ha registrati 157 in arrivo tra Shahed e Gerbera.

A Yonaguni, 110 chilometri da Taiwan,ora ci sono missili di lunga gittata
Il sistema si chiama NMESIS, una sigla che sta per Navy-Marine Expeditionary Ship Interdiction System. È un lanciatore telecomandato su un veicolo senza equipaggio, con missili Naval Strike Missile che colpiscono navi a più di 115 miglia, circa 185 km, mentre Yonaguni, il territorio giapponese più vicino a Taiwan, sta a circa 110 km dalla costa orientale dell’isola.
A Ishigaki, dove lo stesso lanciatore stava lo scorso anno, la distanza era di circa 240 km. Fatti i calcoli, la distanza si è più che dimezzata: ora la gittata supera di 75 km quella che serve per arrivare davanti alle coste taiwanesi.
L’esercitazione Keen Sword di USA e Giappone si terrà dal 19 al 29 ottobre. Porterà a Yonaguni, per la prima volta, anche MADIS, la difesa antiaerea “corta” dei Marines contro droni ed elicotteri, più un centro di coordinamento congiunto nella guarnigione giapponese, e Tokyo prevede missili antiaerei permanenti sull’isola dal 2030.
Pechino ha già fatto sapere che una mossa del genere alimenterebbe la tensione fino allo scontro.
Nel giugno 2024 raccontai il piano dell’ammiraglio Paparo: migliaia di droni nello Stretto di Taiwan per rendere la vita impossibile ai cinesi per un mese. Dopo 2 anni e 4 mesi la parte visibile di quel piano arriva dall’aeroporto civile e dal porto di Kubura, secondo il calendario che circola tra gli analisti, e ha un lanciatore al posto dello sciame.
Tsentr-2026 e Keen Sword, i numeri a confronto
Fonti: South China Morning Post, Interesting Engineering, Taipei Times, Defence Blog.
Dati chiave: Tsentr-2026, dal 28 settembre al 3 ottobre, più di 47.000 militari secondo il ministero della Difesa russo. Distanze da Taiwan: Yonaguni circa 110 km, Ishigaki circa 240 km, gittata di NMESIS circa 185 km.

La cesura: Berlino, la NATO e il fronte che non fa rumore
Il 1° ottobre il segretario generale della NATO Mark Rutte era a Münster con il cancelliere Merz e il premier olandese Jetten. Il messaggio, a leggere il resoconto dell’alleanza, era di tenere i nervi saldi e continuare ad aiutare l’Ucraina. Come? Ancora con soldi, tanti altri soldi. Lo scorso luglio al vertice di Ankara, sempre su iniziativa tedesca, i paesi europei e il Canada hanno promesso 70 miliardi di euro in aiuti militari per il 2026.
Se l’Ucraina è considerata dai media la nazione che “è una sorta di avanguardia dell’Europa contro la Russia”, la Germania sembra volersi candidare ad un ruolo di guida in un conflitto che veda l’Europa direttamente coinvolta.
E lo fa adducendo tra i motivi una escalation militare che i media raccontano a ritmi sempre più. Tra luglio è agosto, i giornali UE non hanno fatto che illustrare la “misteriosa minaccia aerea”. All’aeroporto di Lipsia/Halle gli artificieri hanno trovato droni con esplosivo di tipo militare, forse destinati a un cargo ucraino, e un altro drone è esploso accanto a un aereo in atterraggio. Berlino ha attribuito la campagna a Mosca e ha chiuso il consolato russo di Bonn, mentre Putin risponde che le accuse sono finzione.
Il ministro dell’Interno Dobrindt ha messo la cosa così: non è una guerra, ma è una serie di operazioni ibride.
Cosa tiene insieme le cose
Anche i media ucraini in qualche modo amplificano il pericolo (reale o meno che sia): il 3 ottobre, nel terzo giorno consecutivo di attacchi alle infrastrutture di Kyiv, racconta che 5 tra missili e droni russi sono esplosi in territorio moldavo. La presidente moldava Maia Sandu fa eco dicendo che la guerra sta arrivando pericolosamente a casa sua. Per l’ex funzionario NATO David Cattler non ci sono segnali di preparativi russi per un attacco convenzionale a un paese dell’alleanza.
Se per ipotesi consideriamo una sciocchezza la preparazione della Russia ad una guerra, e plausibile una campagna ibrida (con o senza droni), è bene ricordare che gli effetti desiderati sarebbero gli stessi: spezzare il fronte del sostegno a Kyiv e incrinare la solidarietà europea.
Tengo insieme le 2 scene, il drone a Lipsia (che sia russo oppure no) e il lanciatore di USA e Giappone a Yonaguni, perché appartengono alla stessa famiglia di idee. Si agisce a distanza, sotto la soglia della guerra dichiarata, con meno persone esposte, così smentire costa poco.
E più la macchina lavora da sola, più diventa faticoso dire a chi spedire il conto.
E non scordate il Medio Oriente: un “laboratorio” che non ha mai chiuso
Dal 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno aperto contro l’Iran le operazioni Epic Fury e Roaring Lion, con tutto quello che ne è scaturito. Il “cessate il fuoco” (scusate, ma non riesco a evitare le virgolette) dell’8 aprile scorso ha lasciato fuori parecchia gente con un drone in mano.
Nell’ultima settimana i ribelli Houthi hanno preso di mira una centrale elettrica a Medina e la città saudita di Khamis Mushait, con droni e missili balistici secondo la coalizione a guida saudita. Una petroliera è stata colpita da un proiettile non identificato nello stretto di Hormuz. Washington ha mandato una terza portaerei nella regione. Tutto in 7 giorni.
A marzo il leader ucraino Volodymir Zelensky ha raccontato di aiutare diversi paesi del Golfo, Emirati e Arabia Saudita compresi, a difendersi dai droni iraniani, in cambio di missili antiaerei per fermare quelli russi. Azzardo: chi sta imparando a difendersi da uno sciame nel Golfo prende appunti anche per Yonaguni, e viceversa. Ne avevo scritto a marzo, quando non riuscivo a concentrarmi sul futuro, e da allora la concentrazione è rimasta dov’era, ma tutto sembra tristemente più chiaro.
Tutti questi pezzi convergono.
Droni militari e scenari: 3 ipotesi, senza percentuali
Gli scenari che seguono sono ipotesi di lavoro, non previsioni: prendeteli come ragionamenti ad alta voce.
Scenario 1 – La routine armata.
Ognuno mostra i muscoli, nessuno spara, le esercitazioni si moltiplicano e diventano l’unico modo per capire cosa funziona davvero, e a me pare al momento sembra la strada più probabile. Il che, ovviamente, rimanda ma non scongiura affatto lo scoppio di un conflitto su larga scala.
Scenario 2 – L’incidente
Un mezzo senza equipaggio perde il collegamento radio con l’operatore lontano, e un guasto può passare per un atto ostile, come un atto ostile può essere giustificato come un guasto. Nel Pacifico come sul Baltico la parola chiave diventa l’attribuzione. Chi toglie l’autista dal mezzo deve ancora spiegare chi risponde della strada.
Scenario 3 – La pressione simultanea
Mosca spinge in Europa con sabotaggi sotto soglia? La UE cerca di fabbricare un casus belli? Pechino misura la distanza da Taiwan? Una portaerei americana in più va nel Golfo? Il numero di cose da guardare insieme cresce più in fretta del numero di occhi disponibili. Nessuna di queste mosse, presa da sola, fa notizia: ed è questa saturazione che rende queste mosse utili a chi le fa.
Non siamo nella terza guerra mondiale: siamo nella Prima Guerra Mondiale Ibrida. E tutti questi teatri, tutte queste escalation “locali” stanno rapidamente coinvolgendo tutto il pianeta.
Come evolveranno?