Qualche giorno fa stavo cercando materiale per un articolo sulle batterie allo stato solido (roba buona, promettente, il tipo di futuro che mi piace raccontare) e la prima pagina di risultati era invasa da notizie su attacchi missilistici, sanzioni incrociate e data center andati in fumo nel Golfo (di cui, peraltro, ho poi parlaro anch’io). Ho dovuto scorrere parecchio prima di trovare qualcosa che parlasse di elettrochimica invece che di geopolitica.
Il fatto è questo: quando un divulgatore che si occupa di futuro smette di trovare il futuro nelle ricerche e inizia a contare le guerre, qualcosa si è rotto nel racconto. I conflitti globali nel 2026 sono 32, le aree di crisi 22, e il confine tra pace e guerra si è fatto così sottile che l’Atlante delle guerre fatica a tracciarlo. Tre potenze si muovono come pugili in un ring che si restringe. E il ring, nel frattempo, si scalda.
Il rumore di fondo che copre tutto
Non è che i conflitti globali siano una novità. Ma la loro densità sì. L’Atlante delle guerre 2026 (curato dall’Associazione 46° Parallelo, pubblicato a marzo) dice che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in una guerra o minacciati da tensioni armate. Il Global Risks Report del World Economic Forum mette lo scontro geoeconomico in cima alla classifica dei rischi per il 2026, con i conflitti armati al secondo posto. E la metà degli esperti intervistati prevede un biennio turbolento o tempestoso: quattordici punti percentuali in più rispetto a un anno fa.
In altre parole? Il presente ha alzato il volume al punto da coprire qualsiasi altra frequenza. Per chi racconta il futuro ogni giorno, è un problema concreto. Le ricerche si inquinano, le fonti si mescolano, le priorità editoriali si spostano. Perché la guerra è più importante della scienza (lo è, ma in un senso diverso)? No. Perché la guerra occupa lo spazio in cui la scienza dovrebbe respirare.
Conflitti globali: tre sfere d’influenza, un pianeta che bolle
USA, Russia e Cina si stanno ritagliando sfere d’influenza come nel secondo dopoguerra, ma con una differenza sostanziale: probabilmente nessuno dei tre ha una visione del futuro che includa gli altri due. Gli Stati Uniti hanno riesumato la Dottrina Monroe (qualcuno la chiama già dottrina Donroe, con un sarcasmo che dice tutto), la Russia sogna di ritrovarsi amici, e non nemici, gli stati che un giorno comprendevano l’ex Unione Sovietica e la Cina punta a Taiwan e al Mar Cinese Meridionale con una flotta in espansione che ricorda quella del Giappone prima della Seconda guerra mondiale.
Tre inquilini dello stesso condominio che ristrutturano casa abbattendo i muri portanti: ognuno convinto di migliorare il proprio appartamento, nessuno che si preoccupa della struttura complessiva.
I numeri dei conflitti globali nel 2026, secondo l’analisi Treccani e l’Atlante delle guerre: 32 guerre attive, 22 aree di crisi, dal Sudan al Myanmar fino alle tensioni nell’Artico. Il Council on Foreign Relations parla del livello di rischio più alto dalla fine della Guerra fredda. L’intelligence italiana ha inserito il cambiamento climatico tra le minacce alla sicurezza nazionale, accanto a terrorismo e guerre ibride.
Il “soldato” di troppo: il clima
Qui arriva la parte che mi rende ancora più difficile concentrarmi. Perché i conflitti globali hanno un acceleratore che nessun trattato di pace può fermare. Il cambiamento climatico non causa guerre in modo diretto (la ricerca su Climate Risk Management lo dice chiaramente), ma moltiplica i fattori di instabilità già presenti: siccità che spingono migrazioni, alimentano tensioni e sfociano in violenza. Il 60% dei 20 Paesi più vulnerabili ai rischi climatici è già colpito da conflitti armati.
Se l’industria bellica fosse uno Stato, sarebbe il quarto emettitore globale di CO₂. Ogni punto di PIL destinato alla difesa può far salire le emissioni nazionali fino al 2%. In pratica: le guerre peggiorano il clima, il clima peggiora le condizioni che generano guerre e il ciclo riparte. Un loop catastrofico.
Approfondisci
Ti interessa il rapporto tra tecnologia e conflitti? Leggi anche la storia futura delle prossime guerre mondiali. Oppure scopri cosa potrebbe succedere se le nazioni in ginocchio decidessero di hackerare il clima per conto loro.
Il prossimo El Niño arriverà entro fine anno. I climatologi, ne abbiamo parlato, temono che possa spingere le temperature globali ben oltre la soglia degli 1,5°C concordata a Parigi. C’è chi spera che serva da sveglia per accelerare la transizione energetica. E c’è chi (tra cui il sottoscritto) si chiede se non finirà per accelerare anche i conflitti globali, in una gara che nessuno vuole vincere.
Mi chiedo spesso, ultimamente, se parlare di futuro senza fare i conti col presente non sia una forma sottile di evasione. E poi mi rispondo che no: il futuro si costruisce proprio mentre il presente brucia. Il problema è trovare la concentrazione per farlo.
Con trentadue guerre aperte, lo ammetto, non è facile.