Il Good Food Institute ha pubblicato il State of the Industry 2025. Tre report per tre settori, ma una sola foto di gruppo: le proteine alternative crescono, ma non in modo uniforme. Vendite globali plant-based a 28,9 miliardi di dollari (+3%), oltre 140 aziende di carne coltivata nel mondo, fermentazione che attira più capitali pubblici in Europa che in Nord America per la prima volta. E poi c’è l’Italia: prima in Europa per numero di ricercatori del settore, 633, e contemporaneamente prima a vietare la carne coltivata. Un primato e il suo opposto, nello stesso paese, lo stesso anno. Con noialtri non ci si annoia mai, Paisà.
Cosa dice davvero il report 2025
I numeri grezzi raccontano un settore in fase di consolidamento, anche se non ancora di esplosione. Le vendite plant-based globali salgono del 3% rispetto al 2024 e arrivano a 28,9 miliardi di dollari, con l’Europa come primo mercato. La carne coltivata è ferma a 73,9 milioni di dollari di investimenti privati nel 2025, in forte calo dai 139 dell’anno prima: è pure poco, considerato il rumore mediatico che fa il settore. La fermentazione tiene meglio, soprattutto grazie ai capitali pubblici. Sette aziende hanno ottenuto autorizzazioni alla vendita di carne coltivata nel mondo, ma le commercializzazioni effettive restano confinate a Singapore, Stati Uniti e Australia.
Il dato che andrebbe letto due volte è un altro: i finanziamenti pubblici al settore sono passati da 700 milioni di dollari nel 2021 a 2,5 miliardi nel 2025, una crescita di oltre quattro volte in quattro anni. A trainare sono Cina e Unione Europea. Il numero di paesi che hanno una qualche politica pubblica sul tema è raddoppiato (da 16 a 33). I privati frenano, gli stati premono. Insomma: il mercato libero ha smesso di credere che basti l’entusiasmo da Silicon Valley.
Proteine alternative, il punto che non torna
L’Europa è il principale mercato per i prodotti plant-based al mondo, ma è anche il continente che si dibatte di più sulla cornice regolatoria. A marzo 2026 il Parlamento UE ha approvato il divieto di usare 31 termini come burger, salsiccia, cotoletta sui prodotti vegetali e da fermentazione. Sul punto si può legittimamente non scandalizzarsi: è una posizione difendibile dire che certi nomi appartengono a una tradizione, e che chiamare qualcosa “carne” senza la carne sia confondente per il consumatore. Sottolineo: confondente, non pericoloso. Nessuno entra al supermercato pensando che il vegan burger abbia muggito.
Il problema comunque non è il divieto sulla parola: è che lo stesso continente, mentre discute il vocabolario, taglia o complica i percorsi autorizzativi per i prodotti veri. L’Italia ha vietato la carne coltivata nel 2023, ben prima che fosse anche solo possibile comprarla. Il Regno Unito ha aperto un quadro normativo agile, l’Australia nel 2025 ha completato il suo quadro regolatorio. La differenza non è ideologica, è procedurale. E le aziende, che non aspettano le ideologie, vanno dove le regole sono leggibili.
L’Italia che potrebbe esserci
Secondo l’analisi Systemiq con GFI Europe, in uno scenario di “ambizione moderata” il settore italiano delle proteine alternative potrebbe valere 10 miliardi di euro di valore aggiunto annuo entro il 2040, con 31mila posti di lavoro. Sostituirebbero parzialmente il 13% del consumo di carne, l’8% del pesce, il 25% dei latticini. Stiamo parlando di un’industria che valorizzerebbe la coltivazione nazionale di legumi e proteoleaginose, migliorando rotazioni e salute del suolo (un dettaglio che dovrebbe interessare anche i più tradizionalisti).
L’Italia, vi dicevo ha il primato europeo per numero di ricercatori in questo campo: è davanti a Germania, Francia, Paesi Bassi. Si tratta di un capitale umano costruito in venti anni di università e progetti europei. La domanda scomoda è semplice: a chi serve un primato che non si traduce in industria? Il rischio è quello già visto con il fotovoltaico e con la mobilità elettrica: ricerca solida, brevetti italiani, produzione altrove. La fermentazione di precisione, ad esempio, è una di quelle tecnologie dove l’Italia parte avanti e potrebbe arrivare ultima.
Scheda Studio
Pubblicazione: Good Food Institute, “2026 State of the Industry Reports — Plant-based, Fermentation, Cultivated”, pubblicato sul portale ufficiale GFI (2026, dati 2025).
Dati chiave: vendite plant-based globali 28,9 miliardi USD (+3% sul 2024); investimenti privati cultivated 73,9 milioni (-47%); finanziamenti pubblici globali 2,5 miliardi (+260% sul 2021); 7 paesi con autorizzazioni di carne coltivata; 163 aziende attive nella fermentazione.
Studio collegato sull’Italia: Systemiq + GFI Europe, “Alternative Proteins: Italy’s Economic Opportunity” (febbraio 2026). Stima 10 miliardi di euro di valore aggiunto annuo entro il 2040, 31mila posti di lavoro.
Tenere il primato senza svendere le regole
C’è una via che non costringe a scegliere tra “deregolamentare tutto” e “vietare per principio”. L’Europa può tenere standard alti su sicurezza, etichettatura e trasparenza (anche, sì, sul nome burger: non è quella la guerra che cambia il PIL) e contemporaneamente costruire percorsi autorizzativi prevedibili e tempi certi per chi sviluppa prodotti nuovi. Non è un paradosso, è il modo in cui si è gestito il farmaco europeo: regole severe, processi rapidi. La fermentazione applicata ai grassi e i prodotti derivati da micelio, come quelli di nuova generazione fungina, non chiedono favori: chiedono di sapere quando potranno arrivare a scaffale.
Proteine alternative, quando le vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-10 anni per impatto industriale visibile in Italia, 15 anni per il pieno scenario da 10 miliardi.
Servono tre cose: un quadro autorizzativo nazionale prevedibile (oggi assente), 2,6 miliardi annui di investimenti tra pubblico e privato (oggi una frazione), e che il bando sulla carne coltivata sia rivisto o quantomeno reso compatibile con import e ricerca. A beneficiarne per primi saranno le filiere dei legumi e gli ingredienti da fermentazione, settori dove l’industria italiana già ha competenze. La carne coltivata vera, quella che entra nel piatto del consumatore medio, resta su un orizzonte lungo: 10 anni almeno, e probabilmente non sarà italiana, salvo cambi di rotta.
Il report GFI 2025 si chiude con i numeri di sempre, divisi per categoria. Quello che non scrive, e che andrebbe scritto, è una domanda: a chi conviene davvero che il primato europeo della ricerca italiana resti tale, una riga in un grafico, senza diventare un’industria che paga le tasse qua?
La risposta, probabilmente, sta in un altro continente.