A Shenzhen, in un qualunque pomeriggio del 2026, un operaio della DJI monta motori a un ritmo che il resto del pianeta non regge. La stessa città esporta i droni in Cina destinati al mercato civile mondiale e alimenta, (dall’altra parte del muro delle sanzioni) buona parte anche dei droni militari che ronzano sui fronti d’Ucraina.
Adesso Zhang Jihai, direttore del Centro di Ricerca sulla Mobilitazione della Difesa Nazionale al Beijing Institute of Technology, ha simulato cosa succederebbe se questa macchina dovesse improvvisamente rifornire un esercito in guerra. La risposta, pubblicata a fine luglio sul Journal of System Simulation, è che la produzione coprirebbe solo il 63,4% degli ordini.
Il numero secondo me fa il suo rumore, perché non arriva da un think tank di Washington ma da uno studio interno alla Cina, e un particolare lo rende ancora più interessante: il Beijing Institute of Technology è un’università sotto sanzioni americane per i suoi legami con i militari.
Come funziona la simulazione sui droni in Cina
Il gruppo di Zhang ha costruito un modello a più livelli che collega fornitori di componenti, sottosistemi e stabilimenti di assemblaggio, e ci ha mandato dentro un’intelligenza artificiale con un compito: gestire una domanda militare triplicata rispetto al tempo di pace. La simulazione contempla rimanenze, capacità, arretrati, budget e la conversione delle fabbriche civili al militare. Tutto quello che, in un’economia di guerra, dovrebbe trasformare la più grande filiera al mondo di droni in Cina in un rubinetto aperto.
Anche con la mobilitazione più efficiente fra quelle testate, però, il modello si ferma a due terzi dal fabbisogno. Un dato dentro il dato: aumentare i fondi dal 60% al 140% del riferimento fa salire la copertura solo dal 54,9% al 62,3%. Oltre, i soldi smettono di comprare capacità. Le fabbriche non si costruiscono a comando.

Il lavoro di Zhang e del suo gruppo
Pubblicazione: Zhang Jihai e collaboratori, Beijing Institute of Technology, Centro di Ricerca sulla Mobilitazione della Difesa Nazionale. Uscito il 24 luglio 2025 sul Journal of System Simulation.
Droni in Cina, dove si rompe la catena
Un esperto cinese di sistemi d’arma, sentito dal South China Morning Post, ha messo il dito sul nervo giusto, secondo me:
“La capacità di produzione rapida può soddisfare la domanda, ma la fornitura dei componenti chiave non è così semplice”.
Nei droni, il collo di bottiglia non è quasi mai l’assemblaggio: sono i sottosistemi tipo le batterie al litio, i motori, i sensori, i controllori di volo e quant’altro. La Cina è dominante nel mercato globale di molti di questi, ma dominante non è la stessa cosa che ridondante in casa propria durante una guerra. Convertire una fabbrica di elettrodomestici a produrre mascherine, come nel COVID, è una cosa. Convertirla a droni militari è un’altra.
La foto è di oggi: domani chissà
Questo è dichiaratamente uno “studio argomentativo”, non una previsione. Una mobilitazione più ampia (elettronica di consumo, automotive, batterie) potrebbe cambiare i numeri, e con tempi lunghi persino ribaltarli. Nel 2022 raccontammo la Zhu Hai Yun, la prima portadroni al mondo, e nel 2023 gli sciami autonomi con cui gli USA cercavano di reggere il passo, dando per scontato che la fabbrica del mondo dei droni fosse la Cina.
Adesso un gruppo di Pechino dice che quella fabbrica, se dovesse combattere, arriva al 63% di ciò che è necessario. La produzione di droni in Cina, oggi, è questa.
Poi ci sarebbe una domanda che nessuno mette per iscritto in una simulazione accademica. La prudenza con cui Pechino si è mossa nell’ultima guerra in Iran (condanne diplomatiche, zero aiuti militari diretti) e la retorica misurata sul dossier Taiwan, quanto c’entrano con un modello industriale che oggi copre “solo” due terzi della sua stessa domanda in caso di guerra? Le fonti sul terreno spiegano quella prudenza con altro: leverage limitato, dipendenza energetica, calcoli su Washington. Il 63,4% di Zhang, in quella lista, non c’è.
Comunque, per ora, i droni in Cina sono questi: e la guerra moderna, a quanto pare, si gioca tutta sui droni. Domani si vedrà.