Immagina di rifare il Sistema Solare da capo, senza sapere come è venuto la prima volta. Butti nello spazio attorno a una stella giovane una nuvola di polveri e sassi, distribuiti a caso, e aspetti che la gravità faccia il suo lavoro. Poi ripeti l’esperimento mille volte, sempre partendo da configurazioni diverse. Quante volte, secondo voi, esce fuori qualcosa che assomiglia a casa nostra, con pianeti simili alla Terra nel posto giusto?
La risposta, secondo Nader Haghighipour, planetologo dell’Università delle Hawaii a Manoa, è sorprendente: succede spesso. Anzi, succede così spesso che l’idea di una Terra frutto del caso, un incidente cosmico irripetibile, è praticamente spacciata.
Il paper è stato presentato a metà agosto al congresso Origins 2026 di Parigi, uno dei principali appuntamenti mondiali per chi studia come nascono i sistemi planetari.
Cosa cambia nel modo di simulare
Per capire perché questo lavoro è diverso dai precedenti, bisogna fare un passo indietro. Sono trent’anni che gli astrofisici provano a ricostruire la nascita del nostro Sistema Solare al computer. E fino a poco tempo fa lo facevano in un modo che oggi Haghighipour definisce, senza troppi giri, “limitato”.
In pratica si partiva già sapendo dove sono i pianeti oggi (Terra qui, Marte lì, Giove più in là) e si costruivano modelli che, guarda caso, portavano proprio a quella configurazione. Un po’ come rispondere a un test avendo già visto le soluzioni.
Haghighipour ha fatto l’opposto: ha tolto ogni assunzione. Nessun punto di arrivo prestabilito, nessun trucco per far comparire la Terra dove ci serve. Solo una nuvola di planetesimi ed embrioni planetari distribuiti in modo casuale attorno al Sole, e le leggi della fisica lasciate lavorare per conto loro.
Ha effettuato mille simulazioni diverse, ciascuna con condizioni iniziali cambiate a caso. E poi si osserva cosa viene fuori.
C’è un dettaglio tecnico che vale la pena spiegare: farle girare, queste simulazioni, dieci anni fa richiedeva sei-otto mesi su cluster universitari. Oggi bastano sei-otto settimane su un laptop di fascia alta. La potenza di calcolo, con calma e senza scenografie, sta cambiando quello che è pensabile chiedere a un modello.
Il lavoro di Haghighipour in breve
Pubblicazione: Nader Haghighipour (Università delle Hawaii, Manoa), paper presentato al congresso Origins 2026 a Parigi, agosto 2026.
Non ancora peer-reviewed: siamo nella fase di presentazione a conferenza, prima della stampa in rivista.
Cosa significa “pianeti simili alla Terra come esito ordinario”
Qui serve fare attenzione a non farsi trascinare dall’entusiasmo. Attenzione: il modello non dice che il nostro Sistema Solare, uguale identico, è una cosa comune nell’universo. Dice qualcosa di più sottile: che dentro le regole fisiche di un disco protoplanetario con distribuzione non uniforme di materia solida, un pianeta di massa terrestre alla distanza giusta dalla sua stella è un esito che si presenta con regolarità abbastanza spesso da non doverlo considerare un miracolo.
Nel 2020 raccontammo la stima della NASA che parlava di 300 milioni di pianeti simili alla Terra nella sola Via Lattea, ricavata dai dati del telescopio Kepler. Quella era una conta osservativa: quanti ne vediamo, e quindi quanti dovremmo aspettarcene.
Il lavoro di Haghighipour attacca la stessa domanda dall’altro lato: perché ne vediamo così tanti? La risposta, se il modello regge alla revisione tra pari, è che la fisica del collasso di un disco protoplanetario tende naturalmente a produrli. È, in sostanza, una tendenza.
C’è però una cosa che il paper mette in evidenza e che gli entusiasti tendono a saltare. Anche piccole variazioni nelle condizioni iniziali cambiano molto il prodotto finale. Il che vuol dire che sì, un pianeta come la Terra è frequente in senso statistico; ma il nostro Sistema Solare esatto, con Giove dove sta, la fascia degli asteroidi come è, Marte piccolo e Venere sull’orlo del disastro climatico, resta comunque una configurazione fra le tante possibili.
Perché conta per la ricerca di vita altrove
La domanda che sta sotto tutto questo è vecchia come l’astronomia moderna, sempre la stessa: siamo soli? Se i pianeti simili alla Terra sono un accidente statistico raro, la risposta pende verso “probabilmente sì”. Se invece sono la strada che la materia imbocca ogni volta che ne ha la possibilità, la faccenda cambia molto. Il modello di Haghighipour spinge decisamente sul secondo piatto della bilancia.
Il ricercatore stesso, però, mette il freno: trovare tracce di vita attorno ad altre stelle è “una cosa molto complicata; la nostra tecnologia non è a quel livello”. Vero. Ma studi come questo servono a capire quali sono i pianeti da guardare per primi, e con quali strumenti.
In parallelo, l’inventario cresce: a maggio 2026 abbiamo raccontato la scoperta simultanea di 10.091 nuovi candidati esopianeti, molti dei quali di dimensioni terrestri. Il futuro immediato è di telescopi come PLATO dell’ESA, progettato apposta per trovare una “Terra 2.0”. Sanno cosa cercare perché stiamo cominciando a capire come si forma quello che cerchiamo.
I tempi veri per rispondere alla domanda
10-15 anni per la prima generazione di risposte serie, 20-30 per qualcosa di conclusivo.
Il modello di Haghighipour è teorico e va confermato con altre équipe indipendenti che riproducano i risultati. Sul fronte osservativo,
PLATO, il telescopio ESA, parte tra il 2026 e il 2027 e servirà almeno un decennio di dati per dire qualcosa di robusto sulla frequenza di veri analoghi terrestri. La conferma spettroscopica di biosignature su un pianeta lontano, poi, è un’altra impresa ancora: richiederà telescopi come l’Habitable Worlds Observatory della NASA, previsto per gli anni 2040. Ne beneficeranno per primi i grandi programmi scientifici pubblici; l’ipotetica notizia “abbiamo trovato vita” resta l’orizzonte più lungo di tutti.
Haghighipour, che parla come uno che ha passato la vita a guardare grafici di orbite, chiude la sua presentazione con una frase che vale come sunto onesto di tutto il lavoro: non c’è motivo di credere che la Terra sia un colpo di fortuna.
È una posizione che oggi, per la prima volta, poggia su mille simulazioni fatte senza barare, e non solo sul desiderio di non sentirsi soli.