Nel cimitero reale di Umm el-Qa’ab, tra le sabbie di Abydos, le tombe della prima dinastia non brillano d’oro. Hanno la compostezza severa dei mattoni di fango crudo, camere sotterranee scavate nel terreno vergine che cinquemila anni fa accolsero i primi sovrani di un Egitto appena unificato. Tra quei tumuli ce n’è uno, catalogato dagli archeologi come Tomba Y, che da oltre un secolo costringe gli egittologi a fare i conti con un’anomalia dinastica: appartiene a Meretneith, una donna vissuta intorno al 3000 avanti Cristo. E secondo le ultime analisi archeologiche, fu a tutti gli effetti il primo faraone donna della storia.
Il complesso sepolcrale non ha nulla da invidiare a quello dei monarchi maschi della sua epoca. Include una camera funeraria monumentale, centinaia di giare di vino sigillate, botteghe rituali e quarantuno tombe sussidiarie destinate ai cortigiani sacrificati per accompagnarla nell’aldilà. Eppure, per decenni la storiografia ufficiale l’ha confinata in una nota a piè di pagina: una madre premurosa, al massimo una reggente temporanea in attesa che il figlio Den raggiungesse l’età adulta per impugnare lo scettro.
Ora una rilettura serrata delle evidenze archeologiche ed epigrafiche riapre la partita. L’ipotesi, sostenuta da un’analisi documentale condotta sulle prime necropoli faraoniche, è che Meretneith non sia stata una figura di transizione, ma una vera e propria regina regnante, la prima sovrana a pieno titolo nella storia umana documentata.
Il dettaglio inciso sul cilindro e l’enigma del faraone donna
La chiave di volta non è emersa da uno scavo inedito, ma dalla revisione meticolosa di reperti già noti ma sistematicamente interpretati al ribasso. Negli anni Ottanta, durante gli scavi dell’Istituto Archeologico Germanico al Cairo, venne alla luce un’impressione di sigillo cilindrico all’interno della tomba del re Den. Il reperto elenca la sequenza dei primi monarchi d’Egitto: Narmer, Aha, Djer, Djet, Den. In mezzo a questi colossi dell’iconografia arcaica compare un solo nome femminile, associato alla formula Mwt nswt, la madre del re.
Per la maggior parte degli accademici la questione era chiusa lì. Se la dicitura recitava madre, il ruolo doveva essere puramente biologico e vicario. Questa lettura presupponeva che l’apparato burocratico arcaico funzionasse secondo le nostre categorie ereditarie, dimenticando come i simboli di regalità primordiale fossero anzitutto manifestazioni rituali dell’ordine cosmico, non concessioni familiari.
Un secondo sigillo rinvenuto nella necropoli ribalta però la gerarchia dinastica. Sulle cretule che chiudevano i vasi della sua stessa tomba, il nome di Meretneith appare da solo, affiancato da funzionari di corte e tesorieri reali, esattamente come accadeva per i sovrani maschi suoi contemporanei. Chi governava allora riscuoteva tasse, guidava cerimonie e disponeva della vita dei sudditi: prerogative che nessun semplice consorte reale ha mai esercitato nelle prime dinastie egizie.
L’indagine epigrafica di Abydos
Pubblicazione: Studio di riesame epigrafico e archeologico sui contesti funerari della I Dinastia, pubblicato su Prague Egyptological Studies (2024-2025). Analisi documentata dalle missioni dell’Istituto Archeologico Germanico al Cairo (DAIK). Approfondimento sul reperto disponibile su Smithsonian Magazine.
Un faraone donna senza falco, ma con la corte ai suoi piedi
L’obiezione principale sollevata dagli scettici riguarda l’assenza del serekh, il riquadro sormontato dal falco Horus che racchiudeva il nome ufficiale del sovrano divino. Sulla monumentale stele di pietra calcarea rinvenuta da Flinders Petrie alla fine dell’Ottocento, il nome Meretneith è scritto semplicemente con i simboli della dea Neith e la zappa rituale, senza l’uccello solare a fare da scudo.
In altri termini, sostengono i detrattori, senza Horus non c’è Re. Una deduzione impeccabile sulla carta, ma che inciampa nella prassi materiale dell’epoca protodinastica. Nella prima dinastia le convenzioni teologiche erano ancora in fase di assestamento fluido: la fusione dogmatica tra l’identità maschile del re e la divinità falco non era ancora il monolite codificato che conosciamo dal Medio Regno in poi.
Non è un caso isolato di anomalie che l’archeologia moderna si trova a dover digerire faticosamente. Quando qualche mese fa abbiamo riesaminato la meccanica enigmatica del disco di Sabu, abbiamo constatato come la maestria tecnica e concettuale dei primi egizi eccedesse ampiamente le etichette convenzionali con cui cerchiamo di incasellarli. Meretneith ha goduto di una sepoltura regale autonoma tra i sovrani d’Egitto: se non fosse stata sovrana, la sua tomba sarebbe stata collocata altrove, accanto alle consorti secondarie o nell’ombra delle mastaba private.
La tentazione moderna di riscrivere il trono dinastico
La figura di Meretneith scuote le certezze consolidate perché anticipa di oltre un millennio i casi celebri di Hatshepsut e Nefertiti, e di oltre tremila anni l’epilogo tolemaico con Cleopatra. Se Hatshepsut dovette farsi ritrarre con la barba cerimoniale e vesti virili per legittimare la propria ascesa nell’alveo di una burocrazia teocratica ormai fossilizzata, questa sovrana primordiale governò senza bisogno di mascheramenti lessicali o corporei.
Il fatto è questo: l’ossessione per il titolo esatto è un riflesso contemporaneo. Ai tempi della prima unificazione, il potere era coercizione, capacità di redistribuire le eccedenze agricole della valle del Nilo e controllo sacrale della morte. Chi possedeva quei tre elementi esercitava il potere reale, a prescindere dal genere grammaticale adoperato nei resoconti dei sacerdoti.
Possiamo interrogarci all’infinito sulla purezza semantica delle formule incise sui vasi di pietra. Resta il fatto che tra le dune di Abydos gli artigiani scavarono una tomba da monarca, sacrificando decine di servitori per una donna il cui nome significava amata dalla dea della guerra.
Forse il passato non era così lineare come piace raccontare ai manuali scolastici: l’esistenza di un vero faraone donna alle origini della civiltà ci ricorda che bastava l’autorità indiscutibile di chi comandava, prima ancora che i posteri inventassero le loro gerarchie “di genere”.