Un team guidato dal Museo Nazionale di Scienze Naturali di Madrid ha pubblicato su PLOS One il 1° giugno 2026 uno studio che sposta indietro di 700.000 anni la data più antica dell’uso del fuoco da parte degli ominidi. Il sito è Wonderwerk Cave, in Sudafrica, già noto per ospitare le tracce più solide di fuoco a circa un milione di anni fa.
La nuova analisi, condotta su 161 ossa di micromammiferi con un protocollo combinato di luminescenza e spettroscopia FTIR, identifica combustioni nello strato 11, datato fra 1,79 e 1,07 milioni di anni fa. A 30 metri dall’ingresso della grotta, là dove un incendio naturale non sarebbe mai arrivato.
Cosa c’era prima di questo studio
La data di riferimento, finora, era quella fissata nel 2012 da Francesco Berna e dal suo team in un articolo pubblicato su PNAS: un milione di anni: sempre a Wonderwerk. I metodi adottati e gli indizi raccolti? Microstratigrafia, cenere di legno, ossa di grandi mammiferi anneriti dal fuoco, e frammenti di selce con le fratture caratteristiche da esposizione al calore (i cosiddetti pot-lid fractures).
Era già un risultato che aveva fatto rumore, perché aveva sottratto al sito israeliano di Gesher Benot Ya’aqov il titolo di “prima prova certa dell’uso del fuoco”, spostandolo indietro di circa 200.000 anni. Adesso, la stessa squadra di scavo, con una metodologia nuova, va più giù di altri 80 centimetri di sedimento, e di altri 700.000 anni di calendario. Si tratta del genere di scoperta che a casa nostra avrebbe il sapore di una cosa: il primato è dello stesso sito, ma chi lo detiene lo spinge sempre più indietro nel tempo.
Pellet di gufo, pelo, piume, fiamme
La grotta, per tutto il Pleistocene inferiore, è stata anche una sala da pranzo per il barbagianni. I gufi rigurgitavano pellet, pacchetti di ossa e pelo non digerito, che si accumulavano sul pavimento della cavità in uno strato denso. Pelo, piume, frammenti organici: materiale altamente infiammabile, soprattutto se asciutto.
Le ossa dei micromammiferi che il barbagianni mangiava (toporagni, roditori, piccoli rettili) sono il dataset dello studio. Per i ricercatori, queste ossa sono uno strumento di analisi ideale, proprio perché non servivano a nessuno: né a Homo erectus, né a nessun altro predatore terrestre. Nessuno aveva motivo di portarle dentro la grotta, di cucinarle o di scaldarle. Se sono bruciate, lo sono perché il pavimento della grotta ha preso fuoco con loro dentro. E lo strato 11 mostra che è successo, ripetutamente, in due quadrati di scavo a cinque metri di distanza l’uno dall’altro. Tutte le ossa bianche e grigie testate hanno reagito ai due metodi, luminescenza e FTIR, con risultati convergenti.
Un trucco preso dalla medicina legale
La parte tecnicamente più curiosa è il metodo. Marin-Monfort e colleghi hanno adattato un protocollo forense normalmente usato per esaminare resti umani bruciati nelle indagini penali (in Italia diremmo “scena criminis”, uno di quei termini medico-legali che fanno sempre un certo effetto). Si illumina il reperto con luce blu a 455 nanometri e lo si osserva attraverso un filtro che lascia passare solo lunghezze d’onda superiori a 580 nanometri. Le ossa cotte ad alta temperatura emettono una luminescenza rossastra. Quelle non bruciate, niente: scompaiono nel nero. La tecnica è veloce, non distrugge il campione, costa poco e funziona anche sul campo, con un paio di occhiali da poliziotto scientifico.
La validazione incrociata con la spettroscopia FTIR, già standard del settore, ha confermato i risultati su tutti i 32 reperti dello strato 11. Una percentuale di concordanza che gli archeologi raramente ottengono.
Sapere usare il fuoco non significa saperlo accendere
Gli autori sono prudenti su un punto importante. Lo strato 11 dice che il fuoco era dentro la grotta, e che non ci era arrivato da solo. Qualcuno lo aveva trasportato. Probabilmente con una torcia, da un incendio naturale acceso fuori da un fulmine o da un fenomeno stagionale.
Uso, non controllo.
Ai nostri antenati riusciva la parte difficile della logistica, non quella della chimica. La capacità di produrre fuoco da zero arriverà centinaia di migliaia di anni dopo, e oggi è una delle questioni più contese della paleoantropologia. È la differenza fra chi sa accendere una sigaretta col fiammifero del bar e chi deve aspettare che qualcuno fumi prima di lui.
Sul cervello, però, l’effetto è già lì: il fuoco controllato anche solo come ospite occasionale apre la strada alla cottura del cibo, che secondo molti antropologi alimenta l’espansione della neocorteccia e cambia tutto. La distanza fra noi e una grotta sudafricana di 1,8 milioni di anni fa, in fondo, comincia da una brace portata dentro a mano.
Scheda Studio
Pubblicazione: Marin-Monfort MD, Shaw CL, Natalio F, Grossman L, Andrews P, Campos J, et al., “New evidence for Early Pleistocene use of fire at Wonderwerk Cave (South Africa)”, pubblicato su PLOS One 21(6):e0347480, 1 giugno 2026. DOI: 10.1371/journal.pone.0347480.
Cosa cambia, ora
In termini di datazione, il salto di 700.000 anni rimette in discussione l’idea che la familiarità con il fuoco sia una conquista relativamente “recente” del genere Homo.
Significa che già il primo Acheuleano, l’industria litica delle prime accette, conviveva con la fiamma. Sul piano metodologico, il protocollo della luminescenza ha implicazioni più ampie: permette di setacciare grandi quantità di reperti in tempi brevi, anche in siti dove finora le tracce di fuoco erano sfuggite.
Nei prossimi anni, ci si aspetta una serie di “riletture” di vecchi scavi (Sterkfontein, Swartkrans, Koobi Fora, e probabilmente qualche sito asiatico dove la cronologia era ancora ballerina). Più la tecnica si diffonde, più la mappa del fuoco si espande all’indietro. E forse, prima o poi, comincia a includere ominidi che oggi non immagineremmo nemmeno nei pressi di una fiamma.
Anche perché, a guardare la preistoria recente, ogni decennio la cronologia delle nostre tecnologie viene riscritta a ribasso temporale.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-10 anni per il consolidamento del nuovo paradigma, 15+ per riscritture sostanziali dei manuali scolastici.
La paleoantropologia si muove a velocità geologica. Servirà che altri team replichino il protocollo della luminescenza su siti diversi, e che almeno due o tre nuovi risultati indipendenti confermino la cronologia spinta. Poi arriverà la fase delle obiezioni: la diagenesi, la fluoridazione, l’eventualità di pellet bruciati da fenomeni naturali che nessuno ha ancora ipotizzato. Beneficeranno per primi i centri di ricerca con accesso a buoni laboratori spettroscopici (oggi soprattutto Spagna, Israele, Canada, Sudafrica): non un equipaggiamento da università di provincia, almeno per ora.