L’indirizzo ce l’ho, come direbbe Renato Zero: è Il Cairo, nel (fantastico) Museo Egizio, sala della prima dinastia. Dietro il vetro, in una teca poco affollata, c’è un disco di pietra grigia con tre lobi curvi che sembrano ruotare anche se non ruotano. I visitatori si fermano, si girano verso chi hanno accanto, e poi tirano fuori il telefono. Qualcuno mormora “sembra fantascienza”. Qualcun altro cerca su Google e trova diverse teorie in contraddizione fra loro. È il disco di Sabu, ha cinquemila anni, e in novant’anni di studi nessuno è riuscito a metterci sopra un’etichetta condivisa.
Questo arnese uscì dalla sabbia di Saqqara il 19 gennaio 1936, da una tomba appartenente ad un funzionario di alto rango di nome Sabu, vissuto intorno al 3000 avanti Cristo. Era il periodo in cui l’Egitto appena unificato stava mettendo le fondamenta di tutto quello che sarebbe venuto dopo: religione di stato, gerarchie funerarie e quant’altro. A tirarlo fuori fu l’egittologo britannico Walter Bryan Emery, uno dei più rispettati del suo tempo. Il disco era in frantumi. Lui lo ricompose pezzo per pezzo e lo descrisse nella sua relazione del 1949.
L’ipotesi di chi l’ha trovato per primo
Davanti al ritrovamento più strano della sua carriera, Emery azzardò l’interpretazione meno spettacolare possibile: forse il disco di Sabu era un vaso decorativo, appoggiato su un supporto centrale, e il foro serviva a incastrarlo. Di quel supporto, però, non trovò mai traccia nella tomba. Secondo me fu una interpretazione di grande saggezza ed onestà intellettuale: dopotutto, la camera funeraria era stata razziata secoli prima da ladri in cerca di gioielli e metalli preziosi, e questo lasciava aperta la possibilità che ci fosse stato altro, e che fosse stato portato via. Possibilità, certo, non dimostrazione.

Il disco in cifre e in materiali
Pubblicazione: Walter B. Emery, “Great Tombs of the First Dynasty, Excavations at Saqqara”, Volume 1, Government Press, Cairo (1949). Una nota su Nature del 1938 aveva già segnalato la campagna di scavo come “notevole”, senza però citare il disco per nome.
Dati chiave: diametro 61 cm, altezza 10,6 cm, foro centrale 8 cm. Materiale metasiltite, una siltite lievemente metamorfizzata (in vecchi testi chiamata scisto). Datazione stimata 3000-2800 avanti Cristo. Trovato in frammenti, ricomposto da Emery, oggi al Museo Egizio del Cairo.
Le ipotesi degli altri: dal contenitore alla turbina
Dopo Emery arrivarono gli altri, e le interpretazioni si sono moltiplicate. La più prudente: era un vaso cerimoniale per offerte funerarie, olio o cibo per Sabu nell’aldilà. La forma fragile e i lobi sottili escludono un uso quotidiano, quindi il ruolo simbolico regge. Un’altra ipotesi accademica sostiene che il disco imiti in pietra un progetto originariamente in metallo: nell’Egitto arcaico gli artigiani a volte copiavano in materiali durevoli forme nate in leghe che poi non sono sopravvissute. Un’altra ancora, più recente, ipotizza un ruolo nella produzione della birra: un utensile rotante per mescolare grano e acqua calda durante la fermentazione.
Poi ci sono le teorie meccaniche pure. Il disco di Sabu era una antica turbina, o il componente di una pompa, o chissà: l’elemento di un sistema idraulico perduto. Alcuni ingegneri hanno provato a testare queste ipotesi costruendo delle repliche: si può far girare acqua con quella forma? Sì, tecnicamente.
Il problema è che dalla tomba di Sabu non è uscito nient’altro di meccanico. Nessun alloggiamento, nessun asse, nessuna traccia di un impianto idraulico associato. E la pietra è troppo fragile per reggere alte velocità di rotazione.
Un oggetto può somigliare a un pezzo di macchina senza esserlo mai stato: assomiglia perché lo guardiamo con gli occhi di chi ha visto già delle macchine.
Un enigma che perdura
Il disco di Sabu ha il fascino di tutti gli oggetti che escono dalla sabbia con una forma familiare al presente. Come l’Uccello di Saqqara, il modellino di legno che qualcuno vuole aliante e qualcun altro giocattolo votivo, o il trapano egizio custodito a Cambridge per un secolo prima che qualcuno si accorgesse di cosa fosse. Ogni volta lo stesso schema: una tecnologia moderna incontra un manufatto antico, e il manufatto viene retrodatato a un futuro che non gli appartiene. Fra cent’anni, probabilmente, guarderanno le nostre schede madri con lo stesso stupore ingenuo.
Il disco di Sabu è al Cairo da novant’anni. Chiunque può misurarlo, fotografarlo, replicarlo in 3D: quello che manca è il contesto rituale, il gesto di chi lo posò accanto al corpo di Sabu, la conversazione fra chi lo commissionò e chi lo scolpì. Roba che la sabbia non ha conservato e che nessuna scansione recupererà mai.
Alla fine di questa estate ci sarà qualcuno che al Cairo si fermerà davanti a quella teca, girerà il telefono di taglio per inquadrare meglio, e dirà all’amico: dai, ma questo è un pezzo di motore. E in quel gesto piccolo, sproporzionato rispetto al passato, si nasconde tutto quello che ci resta da capire.