La fabbrica di alluminio di Irkutsk ha ordinato ai dipendenti di rimettere la mascherina, come nel 2020. Il motivo è una ricercatrice di laboratorio morta a Shelekhov dopo pochi giorni di ricovero: in città e fuori si parla di peste polmonare, mentre l’autorità sanitaria russa parla di polmonite di origine non specificata.
Prima che i media vi aggrediscano vi ho preparato un kit contro l’infodemia: qui sotto ho ordinato i fatti per domande, nell’ordine in cui verrebbe da farle a un amico al bar. Dove una cosa resta non confermata, lo trovate scritto.
Che cosa è successo a Irkutsk?
Il caso nasce all’Istituto anti-peste di Siberia e Estremo Oriente, a Shelekhov, vicino a Irkutsk. Una struttura storica, che per mestiere lavora con ceppi vivi di Yersinia pestis, il batterio della peste.
Una dipendente di 27 anni, indicata dai media russi come Darya Shipilova, è stata ricoverata martedì con i sintomi di una polmonite grave. Intubata, è morta pochi giorni dopo, e la notizia è uscita il 2 ottobre, secondo The Moscow Times.
Poi sono scattate le misure. Almeno 197 persone sono finite sotto osservazione medica, più di 100 in reparti ospedalieri, gli eventi pubblici a Irkutsk sono stati cancellati e, stando alla stessa testata, la polizia ha aperto un’indagine penale per violazione delle norme sanitarie con esito mortale.
Secondo Astra, ripresa da Nasha Niva, diversi ospedali di Irkutsk sono chiusi per una quarantena di tre settimane. Fonte singola: la prendo con la pinza.

Perché le versioni non coincidono?
I media russi “in esilio”, come Lyudi Baikala, e diverse testate internazionali raccontano che la donna avrebbe detto ai medici di aver rotto una provetta con batteri vivi mentre maneggiava dei campioni. È un racconto di seconda mano, che l’istituto non ha confermato.
Il governatore della Buriazia, Alexei Tsydenov, ha scritto prima che la donna era morta di peste e poi ha ammorbidito il testo in «forse di peste». Gennady Onishchenko, ex capo dell’agenzia sanitaria federale, ha detto che con ogni probabilità la causa è un’altra.
Domenica 4 ottobre ha parlato poi Rospotrebnadzor, l’agenzia federale per la salute pubblica. La situazione a Irkutsk e a Shelekhov è «stabile». La diagnosi è «polmonite di eziologia non specificata», all’istituto non risultano incidenti con microrganismi patogeni e gli esami sui campioni della paziente non hanno trovato microrganismi legati al suo lavoro.
Intanto la direttrice dell’agenzia, Anna Popova, è arrivata d’urgenza a Shelekhov da Mosca (sono 4.200 chilometri, non è un viaggetto di circostanza) per partecipare alla riunione di emergenza presieduta dal governatore Igor Kobzev. Un epidemiologo russo emigrato negli Stati Uniti, Mikhail Favorov, citato dal giornale Sun, legge quel viaggio come il segno di una situazione «critica».
Nei documenti che ho trovato al 5 ottobre ore 1:30 del mattino (quando ho chiuso questo articolo) non c’è un solo referto pubblico che nomini il batterio, né in un senso né nell’altro.

È davvero peste polmonare, e quanto è pericolosa?
Per ora non lo sappiamo. Se lo fosse, vale quanto dice l’Organizzazione mondiale della sanità: la forma polmonare è la più virulenta e la meno frequente delle tre, passa da persona a persona con le goccioline respiratorie e, se non viene curata per tempo, è fatale al 100%.
L’incubazione può durare anche solo 24 ore. La buona notizia sta nel resto della scheda: gli antibiotici funzionano se la diagnosi arriva in tempo, e i malati di forma polmonare vanno isolati e curati da personale con protezioni adeguate.
C’è il rischio di una nuova peste nera?
Nel Trecento la peste uccise in Europa oltre 50 milioni di persone, ricorda l’OMS. Succedeva senza antibiotici e senza tracciamento dei contatti, con condizioni igieniche molto peggiori delle nostre.
Oggi esistono antibiotici efficaci e laboratori di riferimento capaci di riconoscere il batterio, e la quarantena mirata fa il resto. Quando due casi di forma polmonare comparvero a Pechino, nel novembre 2019, ne scrivemmo anche qui («Incredibile, ricompare la peste nera», un titolo che preludeva incredibilmente ad una pandemia molto più vasta).
Al momento le autorità non segnalano altri casi, e i contatti identificati non mostrano sintomi. L’incubazione breve fa da orologio: a distanza di qualche giorno, ogni caso secondario comincia a vedersi.
Previsione firmata, 5 ottobre 2026: se entro il 22 ottobre (la fine della quarantena di cui parla Astra) non compaiono casi secondari, la parte epidemica della storia sarà chiusa. La parte sulla trasparenza resterà aperta molto più a lungo.
Gli incidenti di laboratorio capitano davvero?
Sì. Secondo PubMed, una revisione sistematica uscita su The Lancet Microbe nel giugno 2025 ha messo insieme 250 rapporti tra il 2000 e il 2024: 712 casi umani di infezione contratta in laboratorio e 13 morti (8 nei laboratori di ricerca, 5 in quelli clinici). Le cause più frequenti sono le ferite da ago e le protezioni usate male, più, nei laboratori di ricerca, una decontaminazione inadeguata, e gli autori avvertono che molte cause restano ignote o non segnalate.
La revisione dietro i 712 casi
Pubblicazione: Dhawan S. et al., “Risk factors and mitigation strategies of laboratory-acquired infections in research and clinical laboratories worldwide: a systematic review”, pubblicato su The Lancet Microbe (2025). DOI: 10.1016/j.lanmic.2025.101157 (PubMed, PMID 40609561).
Su un campione più largo, 1.126 incidenti tra il 1900 e il 2025, i decessi sono 81 (il 7,2%) e i focolai di almeno 5 casi 148 (il 13,1%). Gli autori trovano che la mortalità dipende soprattutto dalla pericolosità del patogeno, mentre i focolai nascono da fattori operativi, e che le strutture con contenimento più alto proteggono.
1.126 incidenti in 125 anni
Pubblicazione: Dhawan S. et al., “Determinants of fatalities and secondary transmission in laboratory pathogen incidents, 1900-2025”, pubblicato su Journal of Infection (2026). DOI: 10.1016/j.jinf.2026.106766 (PubMed, PMID 42191029).
I precedenti hanno nomi e indirizzi. Nel 2009 un ricercatore dell’Università di Chicago morì per un’infezione da Yersinia pestis, e l’inchiesta dei CDC scoprì che non sempre indossava i guanti. Nel 2019, in un impianto biofarmaceutico di Lanzhou, un disinfettante scaduto lasciò passare aerosol di Brucella: più di 10.000 casi di brucellosi, con nessun decesso segnalato al settembre 2020 (CNN).
Per le proporzioni, il programma federale americano sugli agenti biologici regolamentati ha contato nel solo 2024 273 segnalazioni di rilascio e 9 di perdita. Dei 273 rilasci, zero hanno causato malattie o decessi tra i lavoratori, e zero hanno portato il contagio fuori dal laboratorio. Delle 9 perdite, 1 è stata recuperata e le altre 8 riguardavano errori di registro.
Il Covid ci ha resi più attenti?
Su una cosa siamo decisamente cambiati: nessuno liquida più un incidente di laboratorio come trama da film. L’origine del virus resta contesa, e su queste pagine ha preso più di una direzione.
Ad aprile 2020 raccontammo che negli Stati Uniti e nel Regno Unito l’ipotesi della fuga da un laboratorio cinese tornava credibile. A dicembre 2024 riportammo i dati di Shi Zhengli, 56 nuovi betacoronavirus raccolti a Wuhan tra il 2004 e il 2021, nessuno strettamente imparentato con il SARS-CoV-2.
L’effetto collaterale del COVID è doppio: più domande legittime, e meno pazienza per le risposte lente. Ma bisogna averne, di pazienza, anche se ci sarà chi vorrà già aprire vecchie ferite o pretendere di conoscere già l’esatta verità dì quanto accaduto.
Ha senso prendersela con i laboratori?
La domanda col fiammifero dentro è questa: se qualcuno, esasperato, desse fuoco a queste strutture, avrebbe ragione? No, e le ragioni sono pratiche.
Un istituto come quello di Shelekhov serve a riconoscere il batterio prima che arrivi in un pronto soccorso qualunque, e a provare quali farmaci lo fermano. Se lo si smantella si perde la capacità di accorgersi in fretta, e i due studi qui sopra indicano che il contenimento elevato protegge.
Funziona come con gli ospedali: ci si può arrabbiare con un reparto gestito male senza dare fuoco all’edificio in cui, a volte, qualcuno purtroppo muore. Il bersaglio giusto ha un indirizzo preciso: chi controlla le procedure e chi decide che cosa rendere pubblico.
Che cosa conviene chiedere, allora?
Quattro cose, tutte verificabili.
A Irkutsk: pubblicare il referto che nomina l’agente, qualunque sia, e rendere pubblici i risultati dell’indagine penale. Ovunque: l’obbligo di segnalare gli incidenti, almeno in forma aggregata, come fa da 10 anni il programma statunitense con il suo rapporto annuale, e audit esterni sulla decontaminazione e sull’uso dei dispositivi di protezione, i punti deboli che tornano negli studi.
Un laboratorio trasparente sbaglia davanti a tutti, e per questo sbaglia meno. I dati vanno pubblicati perché un errore diventi una lezione per gli altri laboratori, e non una voce di corridoio che attraversa un oceano.
Se la diagnosi sia davvero peste polmonare lo dirà un referto firmato, che al 5 ottobre nessuno ha ancora mostrato. A Irkutsk, intanto, la giornata di pulizia della città prevista per il 3 ottobre è stata rimandata.
Ho la sensazione che ne riparleremo: credo, anzi spero per dirci che il pericolo è scongiurato.