Almeno il 30% degli adulti nel mondo ha il fegato grasso. In Italia le stime oscillano tra 1 su 5 e 1 su 4, negli Stati Uniti si parla addirittura di 100 milioni di persone. Un enzima chiamato UBE2N, che aiuta le cellule a buttare via i mitocondri rotti, potrebbe frenare il peggioramento. Almeno sui topi, per il momento.
Lo studio è uscito su Nature Metabolism, firmato da un gruppo multicentrico coordinato anche dal Cedars-Sinai, a Los Angeles, con ricercatori americani e coreani al lavoro e fondi da Corea e Stati Uniti, più un contributo cinese.
Cosa fa UBE2N nel fegato grasso
I mitocondri sono le batterie della cellula, e quando si danneggiano conviene smaltirli, perché non avvelenino il resto. Lo scorso dicembre avevamo raccontato i texani che facevano passare i mitocondri da una staminale all’altra, qui il percorso è inverso e queste “batterie rotte” vanno gettate, perché una cellula che le trattiene si avvelena da sola. UBE2N è uno degli addetti alla raccolta. Aiuta le cellule del fegato a eliminare i mitocondri rotti e sostiene la demolizione dei grassi.
Cosa succede quando manca?
Nei fegati più malati i livelli dell’enzima scendono, e con loro scende la capacità di ripulire. Ekihiro Seki, tra i responsabili dello studio, racconta di aver visto più cellule danneggiate e più lesioni ogni volta che UBE2N calava, come se la cellula avesse smesso di fare le pulizie e il fegato ne pagasse il conto.
I ricercatori l’hanno quindi riportato a livelli normali nel fegato dei topi. Il grasso è sceso. Sono calate anche infiammazione e cicatrici.
Il punto d’arrivo, per ora teorico, è fermare il passaggio dal fegato grasso semplice alla MASH, la forma di steatoepatite associata a disfunzione metabolica, con infiammazione e cicatrici. Secondo il comunicato di Cedars-Sinai ci finisce circa il 20-25% di chi ha la forma di base, e per la MASH una cura non esiste. Si lavora solo sullo stile di vita, con qualche farmaco a limitare i danni.
Chi ha scritto cosa, e dove
Pubblicazione: Feng Wang, Jin Lee, Ekihiro Seki e colleghi (tra gli autori compare anche Michael Karin), “UBE2N deficiency contributes to MASH development via p62-regulated mitophagy and PANoptosis”, pubblicato su Nature Metabolism (2026, volume 8, numero 9, pagina 1926). DOI: 10.1038/s42255-026-01590-0.
I numeri
Il Libro Bianco dell’AISF (l’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato) ha messo insieme 92 studi su oltre 9 milioni di soggetti e calcola una prevalenza mondiale intorno al 30%. In Europa occidentale la media è del 32,47%, salita dal 25,3% del 1990-2006 al 38,2% del 2016-2019.
In Italia l’AISF compare con il 25% in un comunicato e con 1 adulto su 3 in un altro. La review del New England Journal of Medicine a cui ha lavorato l’Università di Verona parla di 1 su 5, e lo studio ABCD in Sicilia ha trovato la steatosi nel 48% delle persone esaminate. Colpisce soprattutto sopra i 50 anni. Pesano obesità e ipertensione, e in chi ha il diabete di tipo 2 la quota supera il 60%.
La survey dell’AISF, presentata al Senato su 43 unità operative di 41 ospedali, conta in mediana 300 pazienti con MASLD o MASH per ogni centro. Circa il 40% di loro arriva con una fibrosi già significativa.
Dal topo al paziente: quanti anni
Orizzonte stimato: 7-12 anni, forse mai.
Servono prove che alzare UBE2N sia possibile e sicuro in un fegato umano (finora l’hanno fatto solo nei topi) e studi di Fase 1 prima ancora di parlare di efficacia. I primi candidati sarebbero i pazienti con MASH già accertata. Shelly Lu, che dirige la gastroenterologia di Cedars-Sinai, parla di usare questa via accanto alle cure esistenti e di capire chi ne trae vantaggio, non di sostituirle.
Ad aprile avevamo scritto di 2 farmaci in commercio da decenni provati insieme su ratti con fegato grasso da un gruppo di Barcellona: lì si pescava nel cassetto delle vecchie medicine, qui si ripara un meccanismo interno. Nel luglio 2024 era toccato a una molecola anti-età che prometteva di ringiovanire il fegato.
Entro il 2028 potremmo vedere UBE2N misurato nelle biopsie di pazienti umani, come spia di chi rischia di peggiorare, mentre un farmaco che metta in regola quell’enzima arriverà, come vi scrivevo, non prima del 2033.
Nei topi, intanto, il fegato è tornato in ordine. Negli esseri umani nessuno ha ancora provato. Il fegato grasso non protesta finché non ne può più, e quando succede non guarda in faccia a nessuno.