100 dollari: questa cifra ha fatto il giro del mondo nel 2005. In cambio di quella cifra, Il MIT prometteva un laptop per ogni bambino delle scuole povere del pianeta, antiurto e a basso consumo, capace di sopravvivere alla vita quotidiana di un’aula senza elettricità stabile. Come è andata in breve? Il costo reale è salito fino quasi al doppio, e gli ordini previsti in decine di milioni si sono fermati a una frazione.
Quella cifra, 100 dollari, il numero-simbolo del progetto è diventato, con gli anni, la prova del suo limite.
Cos’era davvero il laptop da 100 dollari
A Davos, nel gennaio 2005, Nicholas Negroponte annuncia One Laptop Per Child: un laptop economico e robusto per i bambini dei paesi in via di sviluppo, capace di ridurre il divario digitale con un solo gesto. Nasce l’XO-1, un laptop verde e bianco, con manovella laterale per la carica manuale (che si rivelerà quasi inutile: girarla per un’ora non è pratico, si scopre presto) e un consumo di appena 2 watt contro i 10-15 di un portatile dell’epoca.
Il target era chiaro: 100 dollari a pezzo, ordini in blocco dai governi, milioni di unità entro pochi anni.
Vabbè, i governi non arrivano mai in blocco. Piccola nota di colore: a marzo 2006, quella su OLPC è stata la prima notizia in assoluto di Futuroprossimo.it. Il primo ordine consistente, invece, lo piazza l’Uruguay, che nel 2007 lancia il Plan Ceibal e distribuisce circa 400.000 XO in ventiquattro mesi: è, ancora oggi, il caso di scuola citato quando si parla di OLPC che ha funzionato.
Il resto del mondo, però, è rimasto a guardare.
Il prezzo che non è mai stato 100 dollari
Il primo scarto arriva presto: 175 dollari già nel 2007, poi 188, poi 199. Il produttore taiwanese Quanta ha accettato di guadagnare un margine di appena 3 dollari a macchina, meno di quanto guadagna sui laptop di marchi ben più noti (che costano a partire da più del doppio), eppure il prezzo continua a salire. In poche parole: il costo dei componenti non scende come previsto, e la scala di produzione sperata (150 milioni di unità entro il 2007) non arriva mai. Nel 2014 la sede storica di Boston chiude i battenti.
C’è poi un dettaglio che il progetto ha sempre minimizzato, che va menzionato: in Uruguay, secondo un sondaggio citato negli anni successivi, oltre un quarto delle macchine distribuite risultava fuori uso, complice la scarsità di assistenza tecnica sul territorio.
Un laptop resiliente, alla fine, non basta se manca chi lo ripara quando inevitabilmente si rompe per l’usura.
Cosa resta oggi del progetto
Il progetto originale è chiuso da oltre un decennio, ma il Plan Ceibal uruguaiano è sopravvissuto al padre che lo aveva ispirato, ha aggiornato l’hardware più volte e oggi include anche programmi di robotica scolastica.
Chi ne ha beneficiato per davvero: non tanto i bambini più poveri del pianeta nel loro complesso, quanto i paesi che hanno costruito attorno al laptop un’infrastruttura vera, di manutenzione e formazione insegnanti. Il dispositivo da solo, senza quel contorno, è rimasto spesso un oggetto bello da vedere e complicato da usare.
Perché ne parliamo ancora nel 2026
Perché la tentazione di risolvere un problema sociale complesso con un unico oggetto tecnologico non è scomparsa: cambia solo forma, dai laptop del 2005 ai tablet nelle aule di oggi, fino a certi progetti di connettività satellitare pensati per “portare internet a chi non ce l’ha”. OLPC resta il precedente più citato perché ha dimostrato, con i suoi stessi numeri, che un prezzo-simbolo e un’idea generosa non fabbricano da soli la rete di supporto che li fa funzionare sul serio.
Negroponte, qualche anno dopo la chiusura della sede di Boston, propone di lanciare tablet da un elicottero su villaggi senza scuole, sperando che i bambini imparino a leggere da soli.
L’idea del gadget salvifico, a quanto pare, non molla facilmente.