Per decenni il cemento ha fatto una cosa sola: stare in piedi. Un gruppo di ricercatori gliene ha insegnata un’altra, stampandoci dentro un supercondensatore che dovrebbe conservare la corrente dei pannelli solari e restituirla a luci e sensori. Per ora parliamo di solette, e le case sono ancora un traguardo da raggiungere: la direzione, però, si vede chiaramente.
Come si stampa il cemento che immagazzina corrente
Il lavoro di Haiping Wu e colleghi parte da un inchiostro: cemento mescolato a nerofumo e a nanotubi di carbonio, che una stampante 3D deposita su una soletta in due pettini a dita intrecciate, destinati a fare da elettrodi.
Poi si aspetta.
Quando il cemento fa presa, nei suoi pori restano acqua e ioni, particelle cariche che viaggiano da un elettrodo all’altro. Con le dita intrecciate quel viaggio si accorcia, e secondo gli autori il dispositivo rende meglio delle versioni precedenti. Il risultato è un supercondensatore: accumula meno energia di una batteria ma carica e scarica molto più in fretta. Va bene per scatti di potenza e ricariche frequenti, meno per erogare corrente per ore.
Lo scenario immaginato è semplice, con i pannelli sul tetto che ricaricano la parete e la parete che alimenta luci di emergenza e sensori incaricati di controllare, dall’interno, le condizioni dell’edificio.
Nei test la soletta ha retto la compressione come il calcestruzzo commerciale usato per lastre e scale, e tre dispositivi stampati sulla stessa soletta e collegati fra loro hanno acceso una piccola serie di LED. Una bazzecola di luce, ma è solo l’inizio.
Lo studio sulla soletta a dita intrecciate
Pubblicazione: Haiping Wu, Jing Zhong, Wencai Ren, “Monolithic 3D-Printed Interdigitated Cement-Based Supercapacitors for Structural Energy Storage”, pubblicato su ACS Nano (2026). DOI: 10.1021/acsnano.6c09927.
Dati chiave: resistenza alla compressione paragonabile a quella del calcestruzzo commerciale per lastre e scale; 3 dispositivi collegati sulla stessa soletta accendono una serie di LED; prestazioni in calo intorno ai -18 °C.
Dal laboratorio alla parete, con un freezer di mezzo
Il freddo frena tutto. Il dispositivo regge riscaldamenti e raffreddamenti moderati, poi comincia a perdere prestazioni intorno ai -18 °C. Una facciata esposta a nord passa gli inverni tra gelo e umidità, per decenni. I ricercatori dicono di voler migliorare la resa al freddo e ammettono che servono test su scala maggiore prima di qualunque cantiere.
Del gelo, per la cronaca, il calcestruzzo si occupava già nel 2024, quando scioglieva neve e ghiaccio senza sale. Prima di trasformare ogni edificio in una batteria, il cemento dovrà superare pure l’esame del freezer.
La casa batteria, edizione 2026
Nel 2020 raccontammo che i mattoni rivestiti di PEDOT, un polimero conduttore che si insinua nei pori e che studiavano alla Washington University di St. Louis, potevano trasformare le nostre case in batterie giganti: c’era un bel condizionale. Nel 2021 toccò al calcestruzzo conduttivo che scaldava i pavimenti, con soli 5 volt per portare un campione a 41 °C. Oggi il materiale è un cemento stampato, i nanotubi hanno preso il posto del polimero, e un edificio-batteria è diventato un orizzonte credibile.
Certo, anche un orizzonte non proprio vicino: nessuno ha misurato la distanza fra una soletta con dei LED e una parete che alimenta un appartamento. Il primo uso reale arriverà probabilmente entro il 2030 in un elemento prefabbricato con sensori o luci di emergenza: una casa intera alimentata dal proprio cemento resterà solo un bel sogno sulla carta, almeno secondo me.
Poi ne riparliamo.
Quanta strada resta da fare
Orizzonte stimato: 3-7 anni per sensori e illuminazione di emergenza in cantieri pilota, 7-15 per pareti che pesino davvero nel bilancio energetico di un edificio, forse mai per una casa intera.
Servono una resa migliore al freddo e prove su elementi molto più grandi della soletta di laboratorio. I primi a beneficiarne saranno i dispositivi piccoli, sensori e luci di emergenza, come indicano gli stessi autori.