Un team della Chalmers University of Technology, in Svezia, ha stampato in 3D dei pannelli per interni partendo da una ricetta che sembra uscita da una panetteria: lievito di birra disattivato, fibre di cellulosa dal legno, alginato dalle alghe, glicerolo vegetale e acqua. L’idea è sostituire il cartongesso e gli analoghi sintetici nei divisori, nelle controsoffittature, nei pannelli a parete, ovunque. Lo studio è stato pubblicato su Frontiers of Architectural Research.
Oh, beninteso: il lievito in questo caso non fermenta, non “lievita” niente: lo cuociono prima, lo disattivano, e quello che resta è biomassa. Una polvere di cellule monocellulari morte che fa volume, viscosità, struttura. Il Saccharomyces cerevisiae raddoppia in 90 minuti, costa pochissimo, è un sottoprodotto dell’industria della birra. Materiale che a fine processo industriale di solito si butta o si dà alle vacche, e che qui diventa l’equivalente vegetale di un mattone.
Come si stampa un pannello al lievito
La ricetta ottimizzata, dicono Yagmur Bektas e Malgorzata Zboinska che hanno firmato lo studio insieme a colleghi di Chalmers e Aalto, è questa: 3% di soluzione di lievito, 13% di cellulosa microfibrillata in acqua, 1% di alginato di sodio, 5% di glicerolo, il resto acqua. Si mescola tutto e si ottiene un idrogel. La pasta si estrude in stampa 3D a temperatura ambiente, senza forni, senza supporti aggiuntivi. Si asciuga nella forma in cui l’hai messa, e nel farlo si ritira relativamente poco (2-10%, e sui bordi). Il glicerolo fa da plastificante, tiene il pannello flessibile invece di farlo crepare come una galletta secca.
I prototipi più grandi mostrati nello studio sono mattonelle da 20 per 50 centimetri. Trasmittanza luminosa regolabile fra il 5,6 e il 31,6%, palette di quattro colori (tutti sull’ocra-mattone), anche la porosità è configurabile in fase di stampa: solido, perforato, ibrido.
Il pannello può lasciar passare luce diffusa, schermare il sole, dividere un ambiente: le applicazioni dichiarate sono queste, niente murature portanti, niente facciate esterne. Pannelli per gli interni, pannelli leggeri.
I dati che chiunque abbia toccato un muro nota subito
Li dico uno dopo l’altro, senza tanti preamboli? Allora. Resistenza a trazione massima media: 2,7 MPa. Allungamento a rottura: 25,2%. Un uno-due da KO tecnico se pensate che il cartongesso commerciale, per dare un metro di paragone, gira intorno ai 5 MPa a flessione, e nessuno lo considera un materiale robusto: lo si usa proprio perché è leggero ed economico, sapendo che un urto deciso lo buca.
Il pannello di Chalmers gioca giusto un gradino sotto. Lo confessano gli stessi autori: tenuta al fuoco, comportamento all’umidità, resistenza meccanica su scala edilizia e logistica di una stampante 3D robotica grande quanto serve restano “questioni aperte”. Però ci stanno lavorando.
C’è poi una frase di Zboinska che vale come dichiarazione di poetica: l’idea che un materiale debba durare il più a lungo possibile è una tradizione, non una legge fisica. Si può pensare in cicli di vita brevi, si può progettare ammettendo che la cosa invecchi e si decomponga. È la stessa logica con cui all’ETH di Zurigo si stampa l’argilla: un pannello a vita breve non è un pannello rotto, è un pannello fatto per finire dove è cominciato. In compost per far crescere altra vita, e non in fondo a una discarica.
Quello che potrebbe diventare, se cresce
Questo pannello qui contiene lievito morto, ma il filone più largo (gli engineered living materials) immagina componenti che restino vive. Vive, sissignori: pareti che si riparano da sole, materiali che catturano inquinanti dall’aria, superfici che reagiscono all’umidità e altri riferimenti che i lettori di Futuro Prosismo conoscono bene: come quelli dell’Imperial College con i suoi mattoni viventi che si autoriparano, i progetti di mycotecture, i tentativi di costruire con il micelio.
Il pannello di Göteborg è il primo, dichiaratamente, a usare il lievito su questa scala. Anche se per ora i ricercatori sono onesti: stanno gettando le basi, dicono. Ma queste basi hanno proprio un buon profumo.
Scheda Studio
Pubblicazione: Y. Bektas, M.A. Zboinska, C. Geijer, T. Nypelö, Z. Hefny, “Novel 3D printable yeast-based materials for architectural applications”, pubblicato su Frontiers of Architectural Research (2026). DOI: 10.1016/j.foar.2026.01.003.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 7-12 anni per applicazioni di nicchia nell’interior design, oltre 15 per qualunque sostituzione seria del cartongesso commerciale.
Tre problemi, nessuno dei quali è di natura chimica: certificazione antincendio (in Europa è un percorso lungo), comportamento all’umidità sui pannelli grandi, e una stampante 3D robotica capace di farne uno da 250×120 cm invece che 20×50. Quando arriverà, lo useranno prima gli studi di architettura sostenibile per padiglioni e installazioni, poi le boutique di lusso che vendono “design biodegradabile” a sovrapprezzo, poi forse, dopo molti anni, l’edilizia commerciale ordinaria.