Il Giappone vuole riaccendere i suoi reattori per abbattere le bollette e tagliare le emissioni. Chubu Electric aveva promesso di farlo in sicurezza, sopra una delle faglie più sorvegliate del pianeta: poi un’indagine esterna ha scoperto che i dati sismici con cui l’azienda chiedeva il via libera erano scelti a tavolino, e la promessa è saltata insieme ai vertici.
Lunedì il presidente Kingo Hayashi e il presidente del consiglio di amministrazione Satoru Katsuno hanno annunciato le dimissioni, effettive dal 30 settembre. Contestualmente Chubu Electric ha ritirato la domanda di riavvio per i reattori 3 e 4 della centrale di Hamaoka, chiudendo di colpo un percorso burocratico iniziato più di dieci anni fa.
Come si trucca un terremoto sulla carta
La centrale sorge a Omaezaki, 200 chilometri a ovest di Tokyo, esattamente sopra la fossa di Nankai: la zona in cui i geologi giapponesi attendono, entro qualche decennio, un megasisma di magnitudo 8-9. Dopo Fukushima, l’Autorità di Regolazione Nucleare giapponese aveva fissato per Hamaoka una soglia massima di accelerazione sismica di 1.200 gal. Restare sotto quella soglia, senza spendere altro in rinforzi strutturali, è diventato l’obiettivo aziendale di Chubu Electric: a quanto pare, con le buone o con le cattive.
Il meccanismo, ricostruito dalla commissione indipendente, non ha nulla di sofisticato: i tecnici scartavano i modelli che restituivano oscillazioni troppo alte, isolavano il singolo dato favorevole più lontano dalla media reale del sito, e ci costruivano intorno altre 19 simulazioni per farlo sembrare un risultato statistico solido. Due dipendenti avevano segnalato le irregolarità già nel 2019 e nel 2021. Le loro denunce interne sono finite archiviate, mentre il management continuava a trattare la riaccensione dei reattori come priorità commerciale assoluta.
Cosa dice davvero l’indagine
Fonte: rapporto della commissione d’indagine esterna commissionato da Chubu Electric Power, riportato da AP/ABC News e UPI (14 settembre 2026). Dati chiave: soglia richiesta 1.200 gal di accelerazione sismica; 19 simulazioni create per avvalorare un solo dato anomalo; 2 segnalazioni interne ignorate (2019, 2021); domanda di riavvio presentata nel 2014, ritirata a settembre 2026.
L’energia che serve, e la fiducia che manca
Il Giappone importa quasi tutti gli idrocarburi che consuma, e il governo di Sanae Takaichi puntava proprio sui reattori fermi per abbattere i costi dell’energia. Su 54 reattori commerciali, solo 11 sono oggi attivi. Chubu Electric alimenta la prefettura di Aichi, cuore dell’industria manifatturiera nazionale, sede di Toyota e di decine di fornitori che con l’energia cara pagano ogni pezzo prodotto un po’ di più. Senza Hamaoka, quella regione continuerà a importare gas naturale liquefatto e carbone, con l’effetto opposto a quello dichiarato dal governo: più emissioni, non meno.
Nel 2024 raccontammo come il Giappone abbia costruito uno dei sistemi antisismici più affidabili al mondo: edifici che ballano invece di crollare, protocolli testati a ogni scossa vera. Hamaoka dimostra che la stessa cultura ingegneristica, messa alle strette da una scadenza commerciale, può scegliere di ingannare invece di rinforzare. E chi ha già vissuto la gestione del combustibile fuso di Fukushima sa quanto lungo e caro sia il conto quando l’errore non resta sulla carta.
Non è un caso isolato nel suo genere: le particelle radioattive di Fukushima si trovano ancora, a distanza di anni, dove nessuno le cercava più. L’energia nucleare giapponese resta, sulla carta, una delle più sorvegliate al mondo. Il problema non è la fisica del reattore: è quanto ci si può fidare di chi valuta i dati sismici prima che arrivi il terremoto vero.
Minoru Yasui prenderà il posto di Hayashi dal primo ottobre. Il tempo dirà se basterà cambiare il nome in cima all’organigramma.
La faglia di Nankai, nel frattempo, non aspetta nessun consiglio di amministrazione, e non ascolta alcun Avvocato.