C’è un modo semplice per capire quanta acqua ci sarebbe, in teoria, ai poli della Luna. Basta immaginare Central Park allagato fino a centoventi metri di altezza, un terzo più in alto della Statua della Libertà. Quel volume, un miliardo di tonnellate, è la stima più generosa possibile per le riserve nascoste nei crateri sempre in ombra del polo sud lunare. Ed è anche il numero da cui parte lo studio che raffredda l’entusiasmo per le città sulla Luna: due astrofisici dello Smithsonian Astrophysical Observatory, Martin Elvis e Jonathan McDowell, hanno preso quella cifra e ci hanno fatto i conti veri.
Il punto di partenza non è tecnico ma quasi contabile. Negli ultimi anni la Luna è diventata “l’ottavo continente” nei discorsi di chi la immagina come la prossima frontiera immobiliare. Jeff Bezos ha parlato di spostarci l’industria pesante. Elon Musk immagina città sulla luna capaci di “crescere da sole”. Sono numeri grandi, pensati per un pianeta con 37,9 milioni di km² di superficie, metà in più del Nord America.
Ma un conto è avere spazio, un altro è avere acqua da bere, da respirare (sì, serve anche per quello) e per far crescere qualcosa da mangiare.
Quanto dura davvero un miliardo di tonnellate
Elvis e McDowell hanno calcolato i consumi di una città lunare da un milione di abitanti usando le stesse cifre che si userebbero per una città sulla Terra: circa 125 tonnellate d’acqua a persona l’anno per bere e lavarsi, più il consumo per il cibo, che pesa molto di più. Coltivare porta il totale a circa 500 tonnellate a persona ogni anno. Fatti due conti, un milione di persone prosciugherebbe l’intero miliardo di tonnellate in appena 2,4 anni, se nessuno riciclasse una goccia.
Qui entra il paragone con la Stazione Spaziale Internazionale, che dal 2023 recupera il 98% dell’acqua utilizzata grazie a un sistema di trattamento dell’urina e delle brine. È un’efficienza altissima, tra le migliori mai raggiunte fuori dalla Terra. Applicata a una città lunare da un milione di abitanti, allunga la vita delle riserve a un secolo. Cento anni, dopodiché la città sulla Luna smette di essere una destinazione e torna a essere un problema logistico irrisolto.
Lo studio di Elvis e McDowell
Pubblicazione: Martin Elvis e Jonathan C. McDowell, “No cities on the Moon: a billion tons of water is not enough for sustainability”, pubblicato su Frontiers in Space Technologies (14 settembre 2026). DOI: 10.3389/frspt.2026.1894104.
Dati chiave: con riciclo al 98% (livello ISS), un milione di abitanti esaurisce 1 miliardo di tonnellate d’acqua in circa 100 anni; una città più piccola, da 100.000 persone, arriverebbe a 1.000 anni. Per reggere un millennio con un milione di abitanti servirebbe un’efficienza di recupero del 99,75%, mai raggiunta finora da nessun sistema.
C’è una cosa che i due autori sottolineano quasi di passaggio, ed è forse il dettaglio più scomodo dell’intero studio: l’energia, il problema che tutti davano per il più difficile da risolvere, in realtà non lo è.
Un reattore nucleare o pannelli solari installati sulle “Peaks of Eternal Light”, i rilievi ai poli lunari illuminati quasi ininterrottamente, bastano tranquillamente per un milione di persone. È l’acqua a essere il collo di bottiglia, non la corrente. E l’acqua, a differenza dell’energia, non si genera: si trova, o non si trova.
Cosa resta in piedi del progetto di città sulla Luna
Gli autori indicano alcune vie d’uscita, tutte più difficili da realizzare di quanto suonino su una slide: coltivazioni verticali che tagliano il consumo d’acqua fino al 97%, diete a basso contenuto di carne, importazione di ghiaccio da asteroidi vicini (servirebbero 27 atterraggi al giorno, ogni giorno, per sempre), oppure la scoperta di un giacimento d’acqua molto più grande di quello oggi conosciuto, che al momento resta un’ipotesi e non un dato. Nessuna di queste soluzioni è pronta, e nessuna lo sarà a breve.
Quanto manca a una vera città lunare
Orizzonte stimato: incerto, per come la vedo io servono oltre 25 anni per qualunque insediamento sopra i 100.000 abitanti, e potrei essere parecchio ottimista.
A beneficiarne per primi, se qualcosa si muoverà, saranno piccoli avamposti da poche centinaia di persone, l’equivalente lunare della popolazione invernale in Antartide: lì l’uso dell’acqua può restare disinvolto ancora per secoli. Il vero ostacolo non è tecnologico ma di scala: passare da un villaggio a una città richiede un salto nell’efficienza di riciclo che nessun sistema, oggi, sa garantire per più di qualche anno consecutivo.
Restano, per ora, i piani sulla carta: la promessa NASA di esseri umani stabili sulla Luna entro questo decennio non ha ancora fatto i conti con un rubinetto che si esaurisce. Il patto tra Cina e Russia per una base lunare congiunta parla di infrastrutture, non di litri d’acqua da recuperare al 99,75%. E se qualcuno immaginava qualcosa di più vistoso, tipo un resort in scala della Luna costruito nel deserto del Nevada, forse aveva capito perfettamente dove sia più facile costruire, e dove no.
Per ora, però, il conto resta questo: un secolo, poi si chiude il rubinetto. Le città sulla Luna aspetteranno, un giacimento d’acqua alla volta.