Chi mangia cibi duri sviluppa mascelle più spesse e superfici più larghe da schiacciamento: è la regola che vale per noi, per le foche che rompono i ricci di mare, per quasi ogni predatore che si nutre di gusci. I ricercatori della Flinders University, in Australia, se l’aspettavano anche per i pesci corazzati del Devoniano. Non è andata così.
Il gruppo studiato si chiama placodermi: pesci vissuti oltre 400 milioni di anni fa, i primi vertebrati ad avere mascelle e denti, ricoperti di piastre ossee al posto delle squame. Non avevano una mandibola unita come la nostra: al loro posto, due placche separate ma tenute insieme da cartilagine, con superfici che andavano dalla lama tagliente al piano piatto da frantumazione.
Otto specie di questi animali vivevano fianco a fianco nella Formazione di Gogo, un’antica barriera corallina oggi sepolta nell’Australia occidentale, cacciando altre creature altrettanto corazzate.

Una TAC per capire come mordevano
Per scoprire come funzionassero davvero quelle mascelle, il team ha usato l’analisi agli elementi finiti: la stessa tecnica con cui gli ingegneri testano al computer se un ponte regge un carico, applicata qui a modelli digitali ricostruiti dai fossili. Ogni mascella è stata sottoposta a un morso simulato, misurando dove si concentra lo sforzo e dove la struttura rischia di cedere.
Le specie con superfici larghe e piatte hanno retto bene: poco stress durante il morso, compatibile con prede che venivano semplicemente inghiottite intere dopo essere state schiacciate. Fin qui, la regola classica funzionava. Poi è arrivato il pesce più grande del gruppo, e la regola si è rotta.
La mazza chiodata dentro la bocca
Nel placoderma più grande, i denti non formano una superficie piatta: li vedete nella foto copertina di questo articolo, sono allineati lungo una cresta ossea rialzata, una struttura che ricorda da vicino la testa di certe armi medievali, mazze chiodate e alabarde da sfondamento. Non schiacciava: perforava prima, e solo dopo spezzava la preda in pezzi gestibili. La combinazione di forza strutturale e dentatura complessa gli permetteva di attaccare prede più grandi della sua stessa bocca, aprendo un varco nel guscio invece di provare a chiuderci sopra le mascelle.
Le specie di taglia intermedia raccontano una terza storia ancora: denti da taglio specializzati, più stress durante il morso, una dieta probabilmente più generalista, fatta di tessuti più morbidi da recidere piuttosto che gusci da rompere.
Lo studio di Mitchell e colleghi
Pubblicazione: D. Rex Mitchell, Kate Trinajstic, John A. Long, Austin N. Fitzpatrick, Joshua Bland e Alice M. Clement, “Hard-object feeding adaptations infer relative predator-prey size relationships in Devonian placoderms”, pubblicato su Scientific Reports (2026). DOI: 10.1038/s41598-026-57261-3.
Dati chiave: 8 specie di placodermi arthrodiri analizzate, provenienti dalla Formazione di Gogo (Devoniano superiore, circa 385 milioni di anni fa). La strategia di morso non dipendeva dalla taglia del predatore in assoluto, ma dal rapporto tra la sua taglia e quella della preda.
Il sito di Gogo è studiato da decenni: ricerche precedenti sull’evoluzione marina di quel periodo avevano già mostrato quanto quei fondali fossero un laboratorio naturale. Qui, come già visto per l’uso precoce di strumenti biologici nell’evoluzione, la lezione si ripete: la natura raramente converge su un’unica soluzione quando ne esistono diverse ugualmente efficaci. Vale anche fuori dal regno animale, come dimostra un’antica pianta che ignorò le regole geometriche che tutte le altre seguivano.
Chissà quante altre piastre ossee sono sepolte in quella ex scogliera scomparsa, in un angolo dell’Australia che oggi è terra rossa e canguri. Quella scogliera che, 385 milioni di anni fa, ospitava già almeno tre modi diversi di risolvere lo stesso problema: come mangiare qualcosa che non vuole farsi mangiare.
