In Cina, nel 2024, si sono celebrati 6,11 milioni di matrimoni. Undici anni prima erano 13,47 milioni: più del doppio. In una sola generazione il numero si è dimezzato, e il governo cinese lo sa bene. Dietro la crisi delle nascite che tormenta Pechino c’è prima di tutto una crisi dei matrimoni, perché in Cina si fa ancora fatica a fare figli fuori da un’unione formale.
Nel Regno Unito, per la prima volta da quando esistono i censimenti, la maggioranza degli adulti ha scelto di non sposarsi affatto. Negli Stati Uniti il tasso di matrimonio scivola verso il 5,8 per mille, contro il 6,2 di appena tre anni fa. In Europa la media è passata da 8 matrimoni ogni mille abitanti negli anni ’60 a circa 4 oggi. Il quadro sembra scritto: il matrimonio come istituzione di massa si sta ritirando ovunque. Lo dite voi a Sal Da Vinci? No, dai, aspettate: chi guarda solo la media si perde i pezzi più interessanti, quelli di oggi e di domani. E non parlo dei pezzi di Sal Da Vinci.
Perché il calo non è mai uguale a se stesso
In Ungheria e in Islanda i matrimoni sono aumentati, non diminuiti: nel primo caso grazie a incentivi fiscali diretti alle coppie sposate, una leva che altrove nessun governo ha osato tirare con la stessa forza. In Corea del Sud, il paese con la natalità più bassa al mondo, il 2025 ha portato il secondo anno consecutivo di crescita delle nascite, trainato proprio da una ripresa dei matrimoni dopo la frenata della pandemia.
Il fattore comune, quando si guarda ai numeri paese per paese, ha a che fare con il costo di ingresso per un matrimonio: casa, istruzione dei figli, un mercato del lavoro che, ad esempio, in Asia orientale ha reso lo spec matching (l’incrocio quasi burocratico di titoli, stipendio e prospettive tra potenziali coniugi) un requisito quasi formale prima ancora dell’amore. Dove lo stato abbassa quella soglia, con soldi o con tempo, la gente torna a sposarsi. Dove non lo fa, l’età media del primo matrimonio continua a salire: oggi 30 anni per gli uomini americani, 28 per le donne. Due generazioni fa erano 22 e 20.
Cosa rimane quando cade tutto il resto
Nel 2013 raccontammo qui su Futuro Prossimo il milionesimo matrimonio gay proiettato al 2025: un conteggio che allora sembrava fantascienza sociale, oggi è cronaca già passata. È la prova di qualcosa che i numeri sul calo da soli non dicono. Il matrimonio, più che sparire, si è sempre allargato a chi prima ne era escluso, restringendosi nel frattempo per chi lo dava per scontato.
Nel Regno Unito la componente religiosa del rito è quasi sparita: sei under 35 su dieci non professano alcuna fede, e i matrimoni civili hanno superato quelli religiosi già dal 1992. Eppure il linguaggio con cui la gente ne parla resta lo stesso di sempre: promesse, fedeltà, “per sempre”. Il rito ha perso il prete e tenuto la liturgia. Dopotutto anche l’antropologo culturale Ernest Becker, in un celebre libro chiamato “Il rifiuto della morte” (tra l’altro esce finalmente in italiano il 5 ottobre) scrisse che, senza Dio, molti cercano significato, salvezza e rifugio nelle relazioni amorose.
Si potrebbe dire che questo fenomeno si riflette nel linguaggio che circonda il matrimonio. I giuramenti diventano “voti”, la fede diventa “fedeltà”, l’eternità diventa “per sempre”. L’aldilà diventa il “vissero per sempre felici e contenti”.
Tra vent’anni: meno rito di massa, più scelta esplicita
Orizzonte stimato: 10-20 anni per un riassestamento stabile del tasso globale.
Il matrimonio di massa, quello che ci si aspettava da chiunque semplicemente per età, difficilmente tornerà: troppi paesi mostrano lo stesso declino strutturale, dalla Cina all’Europa. Ma l’istituzione stessa non sparisce. Si restringe a chi la sceglie deliberatamente, spesso più tardi, spesso fuori dal copione religioso, e in alcuni casi (Ungheria, Corea del Sud) risponde ancora a incentivi economici mirati. Chi ne beneficerà per primo è chi può permettersi il costo d’ingresso, oggi più alto che mai: casa, stabilità lavorativa, tempo. Nessuna politica pubblica finora testata ha invertito davvero un declino strutturale: lo ha solo rallentato, o girato temporaneamente la curva.
E in Italia? Il matrimonio tricolore non fa eccezione. Anzi.
Nel 2025 i matrimoni celebrati sono stati 173.272, il 5,9% in meno rispetto al 2023, e i dati provvisori dei primi nove mesi del 2026 segnano un’ulteriore flessione della stessa entità. Un ridimensionamento della nuzialità che secondo l’Istat non conosce soste da oltre quarant’anni. Il crollo più netto è al Sud (-8,3%), quasi il doppio del Nord (-4,3%), e a franare più di tutto è il rito religioso: -11,4% in un solo anno, mentre l’età media al primo matrimonio è salita a 34,8 per gli uomini e 32,8 per le donne.
Un quarto dei matrimoni celebrati oggi, va detto, sono seconde nozze: chi si risposa lo fa dopo un fallimento già vissuto, non prima di aver provato nulla.
Chi oggi si sposa spesso non sa spiegare bene il perché: lo racconta Helen Lewis, giornalista e commentatrice britannica che ha passato mesi a intervistare sposi per il suo ultimo libro, raccogliendo soprattutto scrollate di spalle: sicurezza, forse. I figli. Le tasse. Tra vent’anni quella domanda diventerà meno imbarazzante da porre, perché nessuno si sposerà più per inerzia. Lo farà solo chi ha davvero deciso di farlo, sapendo perché.
O almeno spero.