Pensate un po’ che idea: far crescere materiali come la biocellulosa direttamente nello spazio, invece di spedirli da Terra. Lo dice una startup di Silicon Valley? No, lo dice un progetto napoletano. Si chiama GeneCell, ha vinto il bando Aerospazio della Regione Campania, e la startup l’ha presentato giusto ieri, il 28 maggio all’Innovation Village 2026.
L’idea, il cui responsabile scientifico è Paolo Antonio Netti, del CRIB della Federico II, si spiega in due righe: un sistema automatizzato fa produrre biocellulosa a dei batteri, in condizioni di microgravità. Volete saperne ancora? E certo. Io che ci sto a fare, sennò.
Cosa fa, esattamente, un sistema che produce biocellulosa lassù
Il punto di partenza è un batterio piuttosto noioso a vederlo, ma utile: si chiama Komagataeibacter, e fa parte della famiglia degli acetobatteri. In condizioni statiche e in presenza di ossigeno, produce un film gelatinoso di biocellulosa. Sulla Terra è già impiegata in medicazioni avanzate, packaging, tessuti, persino impianti biomedici: è resistente e biocompatibile. Genecell, come detto, vuole portare questo processo in orbita dentro un dispositivo modulare e controllabile da remoto, capace di gestire crescita, raccolta e stoccaggio dei biofilm. Un piccolo bioreattore che lavora da solo mentre nessuno lo guarda.
L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra il Distretto Aerospaziale della Campania, il CRIB della Federico II e l’Università Parthenope, con un bando regionale da 30 milioni di euro sull’aerospazio ad alto contenuto tecnologico.
C’è già chi l’ha fatto, e questo è il particolare interessante
Nel luglio 2024 un team giapponese di Kyoto, Tokyo e Hokkaido ha pubblicato uno studio sull’International Journal of Microgravity Science and Application dimostrando che il Komagataeibacter hansenii 53582, coltivato a bordo della Stazione Spaziale Internazionale dentro nuovi recipienti permeabili ai gas, produce biocellulosa esattamente come a Terra. La pellicola si forma anche senza gravità, e si forma alla grande.
Quindi GeneCell parte da una base scientifica già consolidata, e vuole passare dalla dimostrazione di laboratorio orbitale al sistema produttivo. C’è anche una ricerca della stessa Federico II, pubblicata di recente, che ha messo a punto una piattaforma microfluidica scalabile per produrre biocellulosa con Komagataeibacter xylinus. La linea di lavoro, insomma, in dipartimento esisteva già.
Il dettaglio che il comunicato non sottolinea
Facciamo un ulteriore passo indietro: in uno studio del 2021 (Orlovska et al., su Astrobiology), alcuni campioni di biocellulosa sono stati esposti a condizioni marziane simulate all’esterno della ISS. La struttura ha retto. La sintesi, però, dopo l’esposizione è calata. In altri termini: produrre cellulosa in orbita bassa è una cosa, produrla in ambienti di radiazione più aggressiva è un’altra. Il salto di scala da “esperimento in modulo pressurizzato” a “manifattura in situ su Marte o sulla Luna” non è scontato. Sottolineo: non è scontato. Per la ISS funziona. Per il resto, si vedrà.
L’altro punto poco illuminato è la roadmap. GeneCell ha vinto un bando regionale: è un finanziamento di ricerca, non un contratto di volo. Altri progetti europei sulla manifattura spaziale, anche più maturi, sono ancora in fase preliminare. Il percorso che porta da prototipo terrestre a esperimento certificato in orbita è lungo: servono anni, l’appoggio di agenzie spaziali, milioni di euro in più, e una coda di test in microgravità simulata (voli parabolici, drop tower, eventualmente ISS). Non mollate, per favore!
Scheda Studio
Pubblicazione di riferimento: Kondo et al., “Bacterial Cellulose Production in Space”, pubblicato sull’International Journal of Microgravity Science and Application, 41(3) 410302 (2024). DOI: 10.15011/jasma.41.410302.
Perché conta, anche per chi non guarda al cielo
La biostampa controllabile da remoto, se funziona davvero in microgravità, funziona anche in ambienti estremi terrestri: piattaforme petrolifere, basi antartiche, aree post-catastrofe. Lo dice anche Innovation Village nel comunicato, e per una volta non sembra l’aggettivo gonfiato di rito: imitare la natura per produrre materiali, su scala, con processi biologici a basso consumo energetico, è il tipo di tecnologia che la space economy sta cercando con insistenza.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 7-12 anni per un dimostratore in volo, oltre i 15 per un uso operativo a bordo di stazioni o avamposti.
Servono tre cose: certificazione del sistema per ambienti pressurizzati, finanziamento di una agenzia spaziale (ESA o ASI, oggi non c’è), e una catena di test in microgravità prima della certificazione vera. Ne beneficeranno per primi gli operatori istituzionali (esperimenti scientifici, medicazioni di emergenza, packaging tecnico), e solo dopo, forse, le missioni con equipaggi su lunga durata.
Una domanda piuttosto intrisa del classico vittimismo napoletano da cliché (quello che si aspettano, insomma, da noi partenopei). Leggetela in chiave ironica: se davvero un giorno una stazione orbitale userà materiali coltivati lassù invece che spediti da qui, e una delle linee di ricerca fondative arriverà dal CRIB della Federico II, chi se lo ricorderà sui giornali?
Probabilmente nessuno. È proprio per questo che la cosa merita di essere raccontata adesso :)