Per decenni, chi lavorava a stretto contatto con programmi militari classificati e vedeva qualcosa di strano nei cieli, chiamateli UAP o UFO o come vi pare, aveva una sola opzione sensata: stare zitto. Un accordo di segretezza firmato all’ingresso, una carriera da proteggere, un nulla osta di sicurezza da non perdere e tante minacce (vere o presunte). Da lunedì, per chi si rivolge al canale giusto, quella scelta non porterà alcuna conseguenza.
Il Pentagono, ridenominato Department of War nella riorganizzazione voluta dall’amministrazione Trump, ha annunciato una deroga legale che cancella le conseguenze disciplinari e amministrative per militari, ex militari, dipendenti civili e contractor che condividono informazioni sugli UAP (Unidentified Anomalous Phenomena, il termine ufficiale che ha sostituito UFO) con PURSUE, il programma federale nato a maggio per raccogliere e valutare le segnalazioni.
Cosa cambia davvero
Fino a oggi, chi aveva accesso a programmi classificati legati agli UAP firmava anche i cosiddetti SAPIA: accordi di riservatezza specifici che, secondo lo stesso Pentagono, hanno scoraggiato per anni testimoni e addetti ai lavori dal parlare. Troppo alto il rischio di procedimenti legali o amministrativi.
La deroga a partire da ieri toglie quel freno, ma solo per chi si rivolge direttamente ai rappresentanti designati di PURSUE. Non è un liberi tutti: il materiale condiviso passa comunque attraverso un processo di revisione per motivi di sicurezza, prima di un’eventuale declassificazione e diffusione più ampia alla popolazione.
PURSUE esiste da maggio 2026, sulla scia di un ordine esecutivo di febbraio con cui Trump ha chiesto alle agenzie federali di identificare e declassificare i documenti sugli UAP pubblicandoli su una pagina dedicata. Da allora sono arrivate 5 tranche di materiale: video e foto, trascrizioni di debriefing, moduli d’interrogatorio dell’FBI, e “soffiate” di testimoni.

L’ultima, ad agosto, conteneva 41 file coperti dal 1950 al 2026. Reuters, che li ha analizzati, e ha fatto notare una cosa semplice: nessuno di quei documenti conferma attività extraterrestre o il recupero di un corpo. L’elefante, ancora una volta, partorisce un topolino alla volta.
UFO e disclosure, il sospetto che gira online
In rete circola da mesi un’idea precisa: tutta questa improvvisa generosità sugli UFO servirebbe a spostare l’attenzione da un altro dossier molto più scomodo, quello legato al magnate pedofilo Jeffrey Epstein. Il sospetto ha una sua logica: un governo che rilascia dischi volanti a rate mentre tiene in un cassetto ben altre carte fa più rumore mediatico su un tema che, alla fine, non compromette nessuno al potere.
Ma ridurre tutto questo a distrazione calcolata è probabilmente troppo comodo: semplifica un fenomeno, quello della segretezza militare sugli UAP, che nasce decenni prima di qualunque scandalo recente e ha una sua storia autonoma, fatta di programmi come Blue Book e di testimonianze mai davvero archiviate.
Quello che la deroga fa, indipendentemente dalle intenzioni di chi l’ha firmata, è togliere degli alibi. Ad esempio quelli che potrebbe avere David Grusch, l’ex ufficiale dell’intelligence che nel 2023 ha testimoniato davanti al Congresso parlando di programmi segreti di recupero velivoli, e per anni ha chiesto proprio questo: protezioni legali vere per chi vuole parlare. Ora quella protezione, almeno verso PURSUE, esiste.

Cosa aspettarsi adesso
Orizzonte stimato: incerto, dipende dal numero di testimoni disposti a farsi avanti nei prossimi mesi.
Il processo di revisione resta lungo e la componente di sicurezza nazionale non sparisce: molti dossier continueranno a restare parzialmente oscurati. Ma nel caso peggiore, quello in cui non emergesse nulla di clamoroso, un beneficio resta comunque acquisito: chi negli anni ha costruito teorie e carriere sulla segretezza altrui avrà molto meno margine per farlo.
Il silenzio forzato, tolto di mezzo l’alibi legale, smette di essere una scusa credibile.
Ne avevamo scritto già a maggio, quando la prima ondata di file aveva lasciato più domande che risposte, e il parallelo con la gestione degli Epstein files non è casuale: sono due dossier diversi accomunati dalla stessa domanda: quanto un governo sceglie davvero di far sapere?
Chi cerca invece la storia di come si è arrivati fin qui, incluse le carte più scomode dell’era pre-Trump, può ripartire dal documento CIA che nessuno voleva leggere.
Per ora resta un fatto solo: qualche maschera in più potrà cadere. Se dietro ci sia altro, lo scopriremo un testimone alla volta.