Gli Epstein files contengono oltre tre milioni di pagine. Nomi, email, registri di volo, fotografie. In Europa hanno prodotto l’arresto di un ex principe britannico, il fermo di un ex ambasciatore, le dimissioni del capo del World Economic Forum e di qualche papavero della politica inglese: defezioni rumorose, ma nulla di più. Negli Stati Uniti, peggio che andar di notte: al momento un’audizione-show al Congresso e nessun arresto. Zero.
Sette anni dopo la morte di Epstein, il paese dove tutto è iniziato è anche l’unico dove non è cambiato niente (e poi dicono dell’Italia). E adesso c’è una guerra con l’Iran a occupare le prime pagine: tempismo impeccabile. Come si dice “gattopardo” in inglese?

La foto che ha cambiato tutto (ma solo a Londra)
Febbraio 2026. Andrew Mountbatten-Windsor esce dalla tenuta reale di Sandringham scortato da agenti in borghese: la prima volta che un membro della famiglia reale britannica viene arrestato in quasi quattrocento anni. Undici ore di interrogatorio, poi il rilascio, ma la foto ha già fatto il giro del mondo. Ed è una foto che conta, perché mostra una cosa che sembrava impossibile: il privilegio ha una data di scadenza, anche se lunghissima.
Quattro giorni dopo, Peter Mandelson (l’ex ambasciatore britannico a Washington, l’eminenza grigia del New Labour, quello che chiamava Epstein “my best pal”) viene fermato a casa sua. L’accusa per entrambi è la stessa: aver passato informazioni riservate al finanziere pedofilo mentre erano in carica pubblica.
Poi si muove la Norvegia: l’ex premier Jagland viene incriminato. In Francia, il capo del World Economic Forum si dimette. Insomma: gli Epstein files stanno producendo tutto sommato poche conseguenze reali. E solo da una parte dell’Atlantico.
Epstein files: il bilancio
- Pagine desecretate: oltre 3 milioni (30 gennaio 2026)
- Arresti europei: 3 — Arresti USA: 0
- Dimissioni eccellenti: Brende (WEF), Ruemmler (Goldman Sachs), Summers (OpenAI), bin Sulayem (DP World)
Epstein files negli usa, birre e audizioni
Il punto è questo. Tre milioni di pagine degli Epstein files sono state rese pubbliche negli Stati Uniti, e sottolineo dagli Stati Uniti. E gli unici che ne pagano le conseguenze sono europei. L’FBI ha dichiarato di non aver trovato “fatti perseguibili”. Bill e Hillary Clinton (che coppia, amici) hanno deposto davanti alla commissione della Camera: ore di schermaglie tra repubblicani e democratici, nessuna incriminazione all’orizzonte.
Negli USA gli Epstein files sono diventati un’arma politica, non giudiziaria. I democratici li usano contro Trump, i repubblicani contro i Clinton. Nessuno viene arrestato. L’accordo di non perseguibilità del 2008 ha blindato il perimetro investigativo e molti reati sono prescritti. “Che ne parliamo a fare”, sta iniziando a pensare una buona fetta di opinione pubblica: e poi, come diceva il mio amico Ben Haltrow, c’è Ben Haltrow a cui pensare.
La guerra perfetta
Da giudici forensi a esperti geopolitici in due mosse: fai scrolling sullo smartphone e accendi la tv, che c’è l’Iran. I missili Tomahawk hanno preso il posto degli Epstein files nelle prime pagine, nei trending topic, nelle conversazioni a cena. No, la guerra non è stata dichiarata per coprire lo scandalo. Io, da addetto ai lavori nella vigna della comunicazione, dico una cosa più semplice: in un mondo dove l’attenzione pubblica è una risorsa scarsissima, ogni nuova emergenza cancella la precedente. Un po’ come un incendio che brucia l’oasi del vicino mentre stai cercando di capire chi ha avvelenato il pozzo nella tua.
Ed Elson, editorialista di Simply Put, ha scritto un pezzo che ho divorato con attenzione, e secondo me vale la pena ripetere e custodire: il patrimonio cumulato degli associati più frequenti ad Epstein (per brevità lo chiameremo proprio “Club Epstein”) supera i 400 miliardi di dollari. Più del valore di mercato di Coca-Cola, Shell e Disney.
Queste persone non indossano corone e non le avete viste in tv (anche perché possono comprare tutti i media che vogliono): i loro privilegi, però, sono superiori a quelli dei sovrani.
“Si, ma l’Europa si è mossa”. Davvero?
L’arresto del principe Andrea è durato undici ore. Mandelson è stato rilasciato su cauzione. Jagland è indagato, non condannato. L’elefante ha partorito un topolino. Certo, qualcosa si muove: c’è un’immagine, un fermo, una conseguenza visibile. A volte basta un’immagine per innescare la giustizia. Le foto di Weinstein in manette hanno accelerato il #MeToo. La foto di Andrew scortato fuori da Sandringham ha già prodotto una reazione a catena.
Negli Stati Uniti non c’è nemmeno quell’immagine. Non c’è una perp walk (la “passeggiata della vergogna” davanti alle telecamere). Non c’è un miliardario in manette. E finché non ci sarà, gli Epstein files resteranno quello che sono: un archivio enorme che tutti leggono e nessuno usa.
Quando e come ci cambierà la vita
Se le indagini europee produrranno condanne reali nei prossimi 12-18 mesi, la pressione sugli USA diventerà insostenibile. Il Congresso dovrà scegliere tra agire o ammettere che i miliardari americani sono al di sopra della legge.
Nell’era dei documenti digitali l’impunità ha, come dicevo, una data di scadenza. Il problema è che quella data continua a slittare.
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Tre milioni di pagine, migliaia di nomi, centinaia di vite molestate, umiliate, distrutte. Non chiedetevi più “chi sapeva” ad alti livelli, perché a questo punto è chiaro che sapevano tutti.
La domanda è un’altra: quand’è che saperlo ha smesso di essere sufficiente? La guerra in Iran finirà se qualcuno avrà voglia di chiuderla. Gli Epstein files produrranno effetti se qualcuno avrà voglia di aprirli.
Il rapporto tra potere, tecnologia e gente comune continua a degradare.