Alla RMIT University di Melbourne hanno fatto una cosa tipo magia, ma solo di prospettiva: invece di spruzzare disinfettanti sulle superfici, hanno chiesto alla superficie stessa di fare il lavoro sporco. Una sottilissima pellicola antivirale di acrilico flessibile, coperto di nanopilastri talmente fitti da sembrare liscio al tatto, afferra i virus che ci atterrano sopra e li stira finché la loro membrana non si spezza. Nei test di laboratorio il 94% del virus parainfluenzale umano (hPIV-3) è stato disattivato entro un’ora. Lo studio, pubblicato su Advanced Science a febbraio, promette di finire su schermi di smartphone, tastiere, tavoli d’ospedale. Senza alcun ricorso alla chimica.
Come si stira un virus
Il meccanismo è più banale di quanto suoni. La pellicola è acrilica, trasparente, sottile, al tatto liscia come una qualunque copertina adesiva. Ma a livello nanometrico la superficie è una foresta: migliaia di pilastri verticali, ognuno miliardesimi di metro di diametro. Quando un virus ci atterra sopra, non viene bucato (come in qualunque cliché del materiale antivirale). Viene afferrato da più pilastri contemporaneamente, e la sua membrana lipidica, tirata in direzioni diverse, si rompe per sovraccarico meccanico.
Samson Mah, dottorando alla RMIT e primo autore dello studio che vi linko qui, lo spiega così:
“quando i nanopilastri sono più vicini tra loro, più di loro riescono a spingere contemporaneamente sullo stesso virus, stirando il guscio esterno oltre il punto di rottura”.
In pratica è come avere mille dita che afferrano un palloncino da tutte le parti. Prima o poi scoppia.
Un dettaglio curioso
Per anni i ricercatori hanno puntato sull’altezza dei nanopilastri, convinti che pilastri più alti significassero più danno al virus. Falso. Il parametro critico è la distanza tra un pilastro e l’altro. A 60 nanometri di distanza, il film antivirale funziona a piena potenza. A 100 nanometri, l’efficacia cala. A 200 nanometri, è come non avere nulla: il virus atterra, si appoggia, e se ne va come se niente fosse. La differenza tra un’arma funzionante e un pezzo di plastica qualsiasi è tre volte il diametro di un virus: pochi decimi di milionesimo di millimetro.

Pellicola di “plastica antivirale”: perché non è l’ennesimo comunicato stampa
La questione economica è il punto più interessante, e di solito il meno raccontato. Le superfici antivirali esistono da anni: rame, argento, silicio con nanospike, rivestimenti al grafene, o al tannino. Funzionano. Ma sono rigide, costose, o richiedono processi di deposizione che non scalano. Il film del RMIT è in acrilico, si produce per stampaggio con un master riutilizzabile, e secondo gli autori è compatibile con il roll-to-roll manufacturing: la stessa tecnologia che stampa la pellicola per alimenti e le cover per cellulari. Un rotolo, una fabbrica esistente, milioni di metri quadri all’anno.
Elena Ivanova, co-autrice e professoressa alla RMIT, dichiara che il team è pronto a collaborare con aziende per portare il materiale in produzione. Che nel linguaggio accademico suona meno entusiastico di quanto sembri: vuol dire che al momento non hanno ancora un partner industriale. La distanza tra “scalabile” e “in vendita” si misura in anni.
Cosa manca ancora
Il test è stato fatto sul virus parainfluenzale umano hPIV-3, che è un virus con una membrana lipidica esterna, fragile, relativamente facile da rompere. I virus senza membrana (come i rhinovirus del raffreddore comune, o il norovirus) hanno un guscio proteico più resistente. Il team ha già messo in programma i prossimi test. Nessuna garanzia che il principio tenga.
Altra incognita: le superfici curve. Se pieghi la pellicola attorno a un joystick o a una maniglia, i nanopilastri si allontanano o si avvicinano in modo disomogeneo. La distanza di 60 nanometri, quella che fa funzionare tutto, potrebbe saltare. Anche qui, servono esperimenti.
Insomma: la prova di concetto c’è, la scalabilità promette, il principio fisico è solido. Poi c’è il resto. La prossima volta che poggi il telefono sul tavolino del bar e pensi a cosa c’è passato sopra prima di te, sappi che a Melbourne ci stanno lavorando.