La crisi petrolifera scaturita dall’attacco USA-Israele all’Iran ha cambiato in 2 settimane quello che in Asia politiche e dibattiti pubblici non sono riusciti a cambiare in anni: il modo di lavorare. Il Vietnam chiede alle aziende di mandare i dipendenti a casa. Il Pakistan taglia la settimana lavorativa a quattro giorni. Le Filippine riducono le riunioni in presenza. L’India raziona il gas da cucina e aziende come Infosys, 300.000 dipendenti, suggeriscono di portarsi il pranzo da casa. Il settore del delivery resta senza consegne, perché i ristoranti non hanno il gas per cucinare.
Un meccanismo simile a quello scatenato dal Covid, che ci ha “insegnato” lo smart working nel giro di una settimana (dopo anni di convegni inutili sull’argomento): serviva una catastrofe. Stretto di Hormuz chiuso, petrolio oltre i 100 dollari al barile, e le scorte di alcuni paesi bastano per meno di venti giorni.
Uffici vuoti, distributori vuoti
Il 10 marzo il Vietnam ha chiesto ai datori di lavoro di consentire il lavoro da remoto per ridurre il consumo di carburante. Il premier pachistano Shehbaz Sharif ha fatto di più: settimana corta per tutti gli uffici governativi, e obbligo per il 50% dei dipendenti di lavorare da casa. Chi può stare a casa, ci sta.
Thailandia e Filippine hanno seguito nel settore pubblico. Per i funzionari tailandesi che devono per forza andare in ufficio, aria condizionata a 26 gradi e niente giacca formale. In India il governo ha invocato una legge chiamata Essential Commodities Act per regolare le forniture di GPL e bloccare il mercato nero. E sono soltanto le punte visibili di un iceberg che rischia letteralmente di fondersi nel giro di questo marzo più pazzo del solito.
La crisi petrolifera in numeri
- Petrolio: oltre 100 dollari al barile dal 9 marzo, per la prima volta dal 2022
- Hormuz: circa 20 milioni di barili al giorno bloccati, il 20% dell’offerta globale
- Vietnam: scorte per meno di 20 giorni, benzina +32%, diesel +56% da fine febbraio
Un milione di rider senza piatto (da consegnare)
La crisi petrolifera ha anche una faccia che non finisce sui grafici: quella dei gig worker. In India, ristoranti in diverse città hanno chiuso per i prezzi del GPL o la mancanza di forniture: l’11 marzo la Gig Workers Association ha stimato un milione di addetti alle consegne colpiti su Swiggy e Zomato.
L’associazione ha chiesto mance generose ai clienti e al governo di risolvere la crisi del gas, perché “l’intero ecosistema del food delivery non venga compromesso”. Un po’ come chiedere a un incendio di risparmiare la cucina.
Chi ci guadagna (e chi finge di perderci)
Il fatto è questo: la crisi petrolifera colpisce l’Asia, ma non tutta allo stesso modo. Pechino ha 1,2 miliardi di barili di scorte strategiche (108-130 giorni) e il 5 marzo ha bloccato le esportazioni di diesel e benzina: protegge sé stessa e toglie un’ancora di salvezza a Giappone, Corea e ai vicini.
Secondo un’analisi di Foreign Policy firmata da Jason Bordoff (Columbia University), questa crisi petrolifera potrebbe alla fine rafforzare la posizione strategica cinese. Le industrie dell’energia pulita (solare, batterie, veicoli elettrici) valgono già oltre l’11% del PIL cinese: ogni giorno di petrolio caro è un giorno in cui il mondo ha più bisogno di quello che la Cina produce.
E gli Stati Uniti? Esportatori netti di petrolio e gas, impatto sull’inflazione dello 0,2% (contro l’1% dell’Italia, secondo Oxford Economics). I produttori di shale oil americani sfruttano già i prezzi alti per coprire le posizioni future. Washington lancia la guerra, il contraccolpo economico lo assorbono gli altri. Intenzionale? Difficile dirlo. Ma il risultato è quello.
Ce n’è anche per noi Europei, perché la crisi petrolifera arriva anche qui
L’Europa, che risente ancora della crisi energetica del 2022, ora ne affronta una seconda. Secondo Oxford Economics, l’inflazione nell’Eurozona salirà dello 0,5%. Per l’Italia: +1% nel quarto trimestre 2026, per la dipendenza dalle importazioni. I mercati prezzano già rialzi dei tassi BCE anziché tagli. Lo spettro si chiama stagflazione: inflazione che sale e crescita che frena. Le rotte Asia-Europa, costrette a passare attraverso Capo di Buona Speranza, aggiungono settimane ai tempi di consegna. E i paesi europei ora rischiano di perdere anche il gas dal Qatar (i cui impianti sono stati colpiti da droni iraniani).
Crisi petrolifera, quando e come ci cambierà la vita
Se la crisi si risolve entro aprile (scenario al 60% secondo Julius Baer), l’impatto su bollette e benzina sarà temporaneo.
Se Hormuz resta chiuso per mesi, l’Europa rischia petrolio a 130 dollari, stagflazione e razionamenti. L’Italia pagherebbe il prezzo più alto tra le grandi economie europee. L’unica certezza: chi non ha diversificato le fonti energetiche, lo farà. O subirà.
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Questa crisi petrolifera ci sta mostrando tante piccole e grandi cose che forse non volevamo vedere: ad esempio che il mondo del lavoro non cambia perché qualcuno lo decide, ma se qualcosa lo costringe. O che i “pezzi grossi” hanno sempre da guadagnare anche con la guerra, perfino se non mettono gli stivali sul terreno: la Cina ci guadagna in posizionamento strategico, gli USA ci guadagnano in barili esportati.
E il milione di rider indiani che aspetta ordini che non arrivano? Beh… Quello ci ricorda che, in ogni crisi, c’è sempre qualcuno che paga il conto per tutti gli altri.