Il 29 aprile l’Università delle Nazioni Unite ha pubblicato un report che chiunque parli di transizione energetica dovrebbe aver letto. Si chiama Critical Minerals, Water Insecurity and Injustice e dice una cosa semplice: l’estrazione dei minerali critici, quelli che fanno funzionare batterie, turbine eoliche, data center e tutto il resto, sta drenando acqua e salute in alcune delle aree più povere del pianeta. La parola che gli autori usano per descrivere queste aree, leggete bene, è “zone di sacrificio”. Non è una metafora, e mi mette i brividi.
Va detta subito una cosa, perché altrimenti il pezzo si legge male: questo non è un articolo contro la transizione. È un articolo DENTRO la transizione, che prova a guardare anche dove la stanza è meno illuminata. Le rinnovabili servono, l’elettrificazione serve, ridurre la dipendenza dai fossili serve. Ma una transizione che non si guarda alle spalle finisce per riprodurre lo stesso schema che diceva di voler superare.
Quanta acqua serve davvero per i minerali critici
Nel 2024, la sola produzione globale di litio ha richiesto 456 miliardi di litri d’acqua. Per darvi un metro: è il fabbisogno domestico ANNUO di circa 62 milioni di persone in Africa subsahariana. La cifra non è una “stima militante”, è dentro il report dell’agenzia ONU che si occupa di acqua. E descrive un meccanismo: per estrarre questi minerali critici servono enormi quantità di acqua, in posti dove l’acqua già non basta.
Il caso più citato è il Salar de Atacama, in Cile. Lì le attività minerarie arrivano a coprire fino al 65% del consumo idrico regionale, in competizione diretta con agricoltura ed ecosistemi. Le falde si abbassano, le lagune saline si restringono. Più a sud, nel cosiddetto “triangolo del litio” tra Argentina, Cile e Bolivia, la stessa logica ha reso più difficile coltivare la quinoa, il cereale base della dieta locale. È il classico effetto laterale che il comunicato stampa “tecno entusiasta” non racconta: l’acqua che sparisce a 12.000 chilometri di distanza.
Il rovescio della filiera: rifiuti, crisi idrica, fiumi acidi, ospedali
Apriamo il capitolo rifiuti. Ve l’ho anticipato nel titolo: per ogni tonnellata di terre rare utilizzabili, il processo ne genera fino a 2.000 di scarti, spesso contenenti acidi, metalli pesanti, residui radioattivi. Quando le vasche di lisciviazione non sono trattate bene, finiscono nelle falde. In alcune zone vicine alle miniere di cobalto e rame, i fiumi sono diventati troppo acidi per essere bevuti, i pesci sono spariti, i campi non producono più. Anche qui non è un’iperbole: è la fotografia che il report mette in fila, una pagina dopo l’altra.
Sul versante salute, i dati provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo sono i più duri. I reparti maternità nel sud del Paese, vicino alle miniere, registrano significativamente più malformazioni congenite di quelli più lontani. Donne e bambine che vivono accanto ai siti di estrazione del cobalto raccontano di infezioni ricorrenti e aborti spontanei legati al contatto prolungato con acqua contaminata. Nella regione di Antofagasta, in Cile, la mortalità per cancro è la più alta del paese, con tassi di tumore polmonare quasi tripli rispetto alla media nazionale. Nel frattempo, in Congo, solo un terzo della popolazione ha accesso a servizi idrici di base.
Scheda Studio
Pubblicazione: Nunbogu A., Farsi A., Matin M., Madani K., “Critical Minerals, Water Insecurity and Injustice”, report pubblicato da UNU-INWEH (United Nations University Institute for Water, Environment and Health), aprile 2026. DOI: 10.53328/INR25ABN002. Trovate qui il PDF integrale.
Dati chiave: 456 miliardi di litri d’acqua per la produzione globale di litio nel 2024 (≈ fabbisogno annuo di 62 milioni di persone in Africa subsahariana); fino al 65% del consumo idrico regionale assorbito dalle miniere nel Salar de Atacama; rapporto rifiuti/prodotto fino a 2.000:1 nella produzione di terre rare; tasso di cancro polmonare ad Antofagasta quasi triplo rispetto alla media cilena.
Il punto che non colgo
Smettete di chiedermi provocatoriamente “ci serve la transizione?” (sì, ci serve). Fatevi le domande giuste, piuttosto: chi paga il conto, e perché pagano sempre gli stessi? Le economie ad alto reddito tengono raffinazione, manifattura, finanza, brevetti. I paesi ricchi di minerali restano sull’estrazione grezza, con poco potere contrattuale e standard ambientali deboli. È la stessa asimmetria del Novecento petrolifero, riprodotta con minerali diversi. Il report lo dice in modo esplicito, e onestamente è la frase che si vorrebbe sentire più spesso nelle conferenze stampa sui veicoli elettrici.
Le strade per uscirne ci sono, e in parte le abbiamo già raccontate. Tecnologie estrattive meno idriche. Riciclo serio del litio e del cobalto: il Giappone si vanta di un 90% di recupero ma il dato va contestualizzato. Ricerca su magneti che facciano a meno delle terre rare, prodotti che durino di più, regole vincolanti sulla due diligence delle filiere. Niente di magico: ognuna costa, ognuna è politicamente attaccabile, ognuna serve.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 10-20 anni per una filiera dei minerali critici davvero meno predatoria, e solo se la pressione regolatoria tiene.
Servono tre cose che oggi mancano insieme: trattati internazionali vincolanti sulle filiere (oggi sono per lo più volontari), capacità di riciclo industriale a costi competitivi con il minerale vergine, e tecnologie estrattive a basso consumo idrico che oggi sono solo prototipi. Ne beneficeranno per primi i paesi che già controllano raffinazione e manifattura: i miglioramenti arriveranno nelle regioni estrattive con anni di ritardo, e quasi sempre dopo che il danno idrico sarà stato fatto. Il dettaglio che ridimensiona: il riciclo oggi copre meno del 5% della domanda di litio, e per ribaltare il rapporto serve un decennio buono di investimenti.
Restano i numeri sulla scrivania, e una specie di promemoria. La transizione la facciamo davvero solo se siamo capaci di guardarla per intero, anche dalla parte della falda che si abbassa nel Salar de Atacama.
Altrimenti è un trasloco di costi: stessa stanza, parete diversa, e qualcuno che non eravamo noi a pulire.