San Diego, 29 aprile: una breve ospedalizzazione, complicazioni dalle terapie per un cancro diagnosticato da poco, e Craig Venter se ne va a 79 anni. Lo annuncia il J. Craig Venter Institute, l’istituto che porta il suo nome: perché lui non era esattamente il tipo da nascondersi dietro un acronimo neutro.
Con lui se ne va il genetista che più di tutti, nei vent’anni a cavallo del millennio, ha fatto incazzare i suoi colleghi e accelerato la disciplina nello stesso movimento. Spesso con gli stessi gesti.
Per provare a capire la portata, bisogna tornare al giugno del 2000. Casa Bianca, Bill Clinton al centro, Francis Collins a destra (per il consorzio pubblico internazionale dello Human Genome Project), Craig Venter a sinistra (per la sua azienda privata, Celera Genomics). Annunciano insieme il primo sequenziamento del genoma umano. La parola “insieme” è una cortesia diplomatica: in realtà avevano corso uno contro l’altro per anni, con Venter che aveva fondato Celera nel 1998 partendo da un’idea semplice e provocatoria: il consorzio pubblico ci stava mettendo troppo, lui ci sarebbe arrivato prima usando una tecnica che il consorzio aveva scartato come imprecisa, lo shotgun sequencing.
Lo scienziato che faceva sembrare la NIH una pubblica amministrazione
L’attrito con la comunità scientifica nasce molto prima del 2000. Ai National Institutes of Health, negli anni Ottanta, Venter sviluppa una tecnica per identificare geni rapidamente attraverso piccoli frammenti di DNA chiamati expressed sequence tags. Funziona benissimo. La NIH decide di brevettare i frammenti che aveva trovato. Quando la cosa diventa pubblica, una parte importante della comunità scientifica esplode: brevettare pezzi di genoma umano, dicono, è come brevettare l’aria. Venter difende il metodo, non sempre la mossa amministrativa, e in quel momento si guadagna due reputazioni che non lo lasceranno mai: quella del tipo che semplifica problemi che gli altri considerano sacri, e quella del tipo che è troppo amico del business.
Lascia la NIH. Fonda il TIGR, poi Celera. Quando nel 2002 viene licenziato anche da Celera (i finanziatori volevano profitti subito, lui voleva continuare a sequenziare), apre il J. Craig Venter Institute. Da lì in avanti, smette di rincorrere il genoma umano e comincia a costruirne di nuovi.
La cellula che si è accesa nel 2010
Il 20 maggio 2010 il team di Craig Venter pubblica su Science qualcosa che, a leggerlo oggi, sembra ancora difficile da metabolizzare. Avevano sintetizzato chimicamente, base per base, l’intero genoma di un batterio (Mycoplasma mycoides), lo avevano trapiantato dentro la cellula di un’altra specie, e la cellula aveva cominciato a funzionare seguendo le istruzioni del DNA artificiale. La cellula sintetica JCVI-syn1.0 era viva, si replicava, e nel suo genoma il team aveva firmato il proprio nome insieme a una citazione di James Joyce. Provocatore, ve l’ho scritto: fino alla filigrana molecolare.
Sei anni dopo, nel 2016, lo stesso gruppo presenta JCVI-syn3.0: una cellula con il genoma minimo indispensabile alla vita, 473 geni soltanto. Il dettaglio scomodo (allora come adesso): di quei 473 geni, gli scienziati non sapevano di preciso a cosa servisse circa un terzo. Erano essenziali, ma il perché restava nel buio. Era la dimostrazione, fatta da Venter stesso, che la biologia sintetica non era ancora ingegneria pulita: era ancora, e per ammissione, un mestiere che funziona prima di essere capito del tutto.
L’oceano e la longevità: gli ultimi due capitoli di Craig Venter
Tra una cellula e l’altra, c’è stato l’oceano. Tra il 2003 e il 2010 Venter ha portato la sua barca, la Sorcerer II, in giro per i mari del pianeta filtrando acqua e sequenziando tutto quello che ci trovava dentro. Il risultato della Global Ocean Sampling Expedition è stato l’identificazione di milioni di nuovi geni microbici: una quantità superiore a tutto ciò che la microbiologia aveva catalogato fino a quel momento. Il merito, oltre che di Venter, va alla tecnica della metagenomica, che lui ha contribuito a rendere standard. È il suo contributo meno raccontato e forse il più duraturo: l’idea che il DNA non vada studiato un organismo alla volta, ma a litri d’acqua di mare.
L’ultimo grande capitolo è quello più scivoloso. Nel 2013 Craig Venter fonda Human Longevity Inc., azienda che voleva trasformare il sequenziamento del DNA in un servizio sanitario premium per allungare la vita. Non è andata come previsto: HLI ha attraversato diversi licenziamenti e ridimensionamenti. L’idea, applicata su pochi clienti molto ricchi, ha mostrato i limiti che sempre tornano in queste applicazioni: capire un genoma è una cosa, fare medicina personalizzata è un’altra, e il salto fra le due richiede infrastrutture cliniche che il mercato premium non basta a creare.
Negli ultimi anni Venter aveva fondato Diploid Genomics, riportando la sua attenzione sul DNA come è davvero (ereditato da entrambi i genitori, pieno di varianti che contano), invece che come ce lo eravamo raccontati nei primi anni Duemila.
Cosa resta, al netto del personaggio
Craig Venter era un personaggio difficile. Competitivo fino allo sgomitamento, capace di prendersi più credito di quanto gliene spettasse e di restituirne meno di quanto avrebbe dovuto. Ha fatto incazzare mezzo mondo accademico per quarant’anni.
Ma il fatto è questo: la genomica come la viviamo oggi (i test del DNA in farmacia, gli oncologi che leggono il tumore prima di decidere la terapia, gli studi su cellule sintetiche e su lieviti con DNA artificiale) ha radici dirette nei suoi metodi. Avrebbe potuto farlo qualcun altro? Forse. Ma non lo ha fatto: lo ha fatto lui, prima e più rumorosamente.
Una frase che amava ripetere, e che vale anche da epitaffio:
“Se vuoi l’immortalità, fai qualcosa di significativo con la tua vita”.
La diceva nel suo stile, mezzo programmatica e mezzo provocatoria, sapendo che la formula valeva nei due sensi. Lui ha provato entrambi.
Cosa ci lascia davvero Craig Venter
L’eredità di Venter è proprio come il futuro: è già qui, solo che non è ben distribuita.
Il sequenziamento del DNA è oggi una commodity: costa meno di 200 dollari per un genoma intero in laboratorio, nel 2001 costava 100 milioni di dollari. La biologia sintetica, invece, è dove era la genomica nei primi anni Duemila: prove concettuali brillanti, prime applicazioni industriali (insulina sintetica, vaccini a mRNA, alcuni biocarburanti), ma il salto verso l’uso quotidiano è ancora una questione di 10-20 anni.
Chi ne beneficierà per primo: l’industria farmaceutica e i sistemi sanitari ricchi. Chi arriverà ultimo: tutti gli altri. La genomica, per ora, è una rivoluzione che parla in inglese e si paga in dollari.
Resta il J. Craig Venter Institute, con i suoi 120 scienziati, a portare avanti il lavoro di un fondatore che era abituato a non delegare quasi nulla.
Sarà interessante vedere come si comporta una creatura che, per la prima volta in trent’anni, deve funzionare senza il proprio genoma originario.
Una specie di esperimento di biologia istituzionale. Lui, probabilmente, l’avrebbe trovato divertente.