Alexandros Rouchitsas è un ricercatore greco che studia come le persone usano le macchine. Secondo lui il robotaxi ha due tipi di clienti a cui nessun ingegnere aveva pensato. Il primo è chi produce contenuti per adulti, che nell’abitacolo trova uno studio a basso costo, con luce buona e un’insonorizzazione, diciamo, onesta. Il secondo è il turista in vacanza, convinto che certe cose, lontano da casa, pesino meno.
Sì, parliamo proprio di quello. Fa sorridere, lo so. Eppure a fine settembre, in Svezia, ricercatori di università e aziende si sono riuniti per un workshop intitolato “Love in Traffic” (amore nel traffico, un nome che da solo vale il biglietto e i popcorn col formaggio). Volevano capire se un bravo progettista possa impedire che il sedile posteriore diventi una camera d’albergo senza reception. Ci sono riusciti? Vediamo. Intanto leggete: non è clickbait, dai, siete già nell’articolo.
Un robotaxi senza nessuno a cui dare spiegazioni
Il taxi con l’autista ha un freno sociale che conoscete bene: è proprio l’autista. Sta lì, ti guarda nello specchietto, ti racconta come ha votato, o che cosa pensa del mercato della Roma. Senza di lui se ne vanno la conversazione di cortesia e le opinioni che nessuno aveva chiesto: a qualcuno manca, ad altri sembra un affare.
Con l’autista, comunque, se ne va anche la sensazione di essere osservati da un essere umano, e la fiducia nella propria privacy cresce più in fretta dei motivi per averla. Lo hanno imparato a proprie spese due adolescenti. Quest’estate hanno preso un Waymo, si sono ubriacati durante la corsa e hanno sparato palline di gel (sapete, quelle robe di tapioca del Bubble Tea) dai finestrini. Piccolissimo problema: i sistemi che controllano chi sta a bordo riconoscono un passeggero alticcio con buona precisione. La telecamera di un’auto pubblica, poi, ricorda tutto, a differenza degli amici.
Nell’agosto 2023 lo SF Standard raccolse le testimonianze di quattro persone che dicevano di aver combinato di tutto sul sedile posteriore dei Cruise, i robotaxi di General Motors (azienda poi chiusa). Una di loro spiegò che non c’è nessuno a dirti di smettere, e che a ogni corsa ci si sente un po’ più a proprio agio. Intanto Cruise scriveva sul proprio sito di registrare video dentro l’auto, per sicurezza e assistenza.
La privacy di un robotaxi dura finché qualcuno non guarda il filmato.
Il SF Standard ricordava anche un articolo del 2019 sul turismo urbano. Prevedeva veicoli autonomi sfruttati al posto degli alberghi a ore (se ci pensate è la convergenza perfetta: un po’ motel, un po’ camporella), con monitoraggio per evitare sesso e droga a bordo. Il monitoraggio è arrivato, gli alberghi a ore restano dove stanno.
Per carità, l’auto come alcova non l’ha inventata un algoritmo. Rouchitsas ricorda che gli interni dei veicoli sono sessualizzati da sempre nella cultura popolare, nei film come nelle canzoni e nelle fotografie. E chi è cresciuto a Napoli sa bene quanta gente frequentasse Posillipo dopo mezzanotte, con i finestrini appannati a fare da tenda. Oh, io ci sono nato in una 500 giallo Positano! Poi Tesla ha lanciato l’Autopilot, e ci è voluto poco prima che qualcuno pubblicasse filmati girati dal sedile del guidatore a mani libere. Gli ingegneri, se proprio devo ricorrere al cliché, non sono uomini di mondo e non lo avevano previsto.
Il turista che si crede in un altro film
Il secondo cliente tipo preoccupa di più Rouchitsas, che viene da un’isola greca e conosce la categoria di persona. Sa che cosa combinano i giovani quando il contesto glielo permette. Il guaio è che i contesti cambiano da un paese all’altro, e con loro la pazienza. In Svezia qualcuno potrebbe offendersi: in Medio Oriente o in Cina, dove operano parecchi marchi di auto autonome, qualcuno potrebbe pretendere più di una scusa, e le leggi, lì, sono molto diverse.
In India, ha raccontato un collega di Rouchitsas, si prenota un posto e non l’auto intera. Anche con un servizio come Waymo, il vicino di sedile potrebbe essere uno sconosciuto (per il creatore di contenuti sarebbe un problema di casting, ma lasciamo perdere).
E quindi che si fa? Come li “morigeriamo” questi robotaxi?
Le soluzioni uscite dal workshop hanno una concretezza quasi commovente. Rouchitsas, guardando dove certe scene accadono più spesso, ha notato che i sedili opachi offrono un forte riparo verso l’esterno. Allora basta renderli trasparenti, e niente tendine: sul tavolo di lavoro è venuta fuori come una regola quasi ovvia.
L’altra idea è ricordare ai passeggeri che qualcuno li osserva. La privacy, spiega, non autorizza a fare ciò che non faresti in pubblico. Le effusioni dovrebbero seguire regole più vicine a quelle dell’ufficio che a quelle della camera da letto. Un assistente artificiale a bordo potrebbe intervenire quando un altro passeggero si sente a disagio. Oppure anticipare il problema e avvisare chi sta esagerando. Con chi ha bevuto può recitare una specie di padrona di casa dai modi materni.
Nel 2019 vi raccontammo che General Motors voleva togliere il volante dalle sue auto a guida autonoma, e nell’agosto 2024 che Waymo era arrivata a 100.000 corse a settimana. Nei nostri articoli, di sedili e di tendine, non c’era una riga. Quelle auto, stando ai dati che citammo a febbraio 2025, sono 12 volte più sicure di quelle a guida umana. Tanto sicura che ormai l’attenzione è evidentemente rivolta verso altre cose :)
Cosa si è detto a Love in Traffic
Evento: workshop “Love in Traffic”, fine settembre 2026 in Svezia, con ricercatori di università e industria. Tra gli organizzatori Alexandros Rouchitsas, esperto di fattori umani e UX. Il precedente citato dagli stessi autori è l’inchiesta del SF Standard del 2023 sui Cruise. Idee sul tavolo: sedili trasparenti, niente tendine, promemoria che a bordo si è monitorati, assistente AI reattivo o proattivo.
Manca all’appello il tassista, che per decenni ha fatto da telecamera con il buon gusto di guardare altrove, un po’ come il nocchiere nell’800 (ripeto, è una cosa vecchia come il mondo).