Sei alla cassa di un supermercato di Chongqing, il carrello ancora mezzo pieno da scaricare sul nastro. Guardi per un attimo una piccola telecamera sopra il terminale, e il pagamento è già fatto. Nessuna carta da cercare in borsa, nessun codice da digitare: solo il tuo volto, e un bip.
È il gesto che milioni di persone in Cina ripetono ogni giorno, ed è anche il gesto che un gruppo di ricercatori di tre università cinesi (Southwest University, Shanghai Jiao Tong e East China University of Political Science and Law) ha deciso di sezionare. Per capire se il pagamento facciale funziona? No, quello è già assodato. Per capire perché la gente continui a usarlo con così tanta disinvoltura, anche sapendo cosa rischia.
La risposta non è la velocità
Lo studio, pubblicato su Financial Innovation, parte da un presupposto quasi ovvio: il pagamento con il volto è veloce, sicuro, comodo. I ricercatori hanno isolato però un quarto fattore, più scivoloso, che pesa più degli altri tre messi insieme: la percezione di “coolness”, fatta di sottocultura, attrattività, utilità e originalità. Quattro ingredienti che fanno sentire chi paga con la faccia parte di qualcosa di esclusivo, un po’ come chi sfoggiava il primo smartphone touch in ufficio nel 2008.
Il meccanismo si chiama, nel linguaggio dello studio, “inspiration”: la sensazione cool genera una spinta che rende il cliente disposto a tornare, a preferire lo stesso sistema anche quando esistono alternative più anonime come la carta o i contanti.
Il pagamento diventa una piccola dichiarazione di modernità, prima ancora che transazione.
Il freno che nessuno vuole nominare ad alta voce
Di solito in post come questi arrivo sempre io tipo l’elefante di Zarrillo a smorzare gli entusiasmi. E infatti eccomi qua. La relazione tra “mi sento ispirato a usarlo” e “continuo a usarlo” non è lineare: viene moderata dal rischio finanziario percepito. In pratica, più il cliente teme che i propri dati biometrici possano finire nel posto sbagliato (una fuga di dati, una frode, un uso non autorizzato), più quella spinta emotiva si affievolisce.
Il dettaglio interessante è che il rischio non cancella la coolness: la limita. Le persone continuano a trovare affascinante pagare con la faccia, ma quel fascino convive, senza risolversi, con la consapevolezza di aver consegnato a un database il dato più personale che possiedono: i propri lineamenti. E i lineamenti, a differenza di una password, non si possono cambiare se qualcuno li ruba.
Lo studio in due numeri
Pubblicazione: Wei Gao e colleghi, “Facial recognition payment: exploring the role of coolness and inspiration”, pubblicato su Financial Innovation (2025). DOI: 10.1186/s40854-024-00697-1.
Un’abitudine già radicata, altrove
In Cina il pagamento facciale è una infrastruttura quotidiana da anni, con sistemi come Smile to Pay diffusi in migliaia di punti vendita. In Italia e in Europa la diffusione resta minima, più per ostacoli normativi (il GDPR tratta i dati biometrici come categoria speciale) che per assenza della tecnologia: ne avevamo già raccontato parlando dei primi test nella grande distribuzione.
La ricerca cinese aggiunge un pezzo che l’ottica occidentale, concentrata sulla sicurezza, tende a saltare: chi paga con il volto si racconta anche una storia su se stesso mentre lo fa. Una storia che regge finché la fiducia non viene messa alla prova da un data breach, o da una rivendita dei dati a fini pubblicitari che il cliente non aveva previsto.
Anche perché il volto, a differenza di un numero di carta, non è mai stato pensato come qualcosa da poter revocare. Nel 2019 bastava già una maschera 3D stampata in casa a mandare in crisi alcuni sistemi di riconoscimento facciale: la tecnologia è cambiata, il principio di fondo (fidarsi di un dato che non si può resettare) no.
Gao e i suoi coautori chiudono lo studio con un suggerimento rivolto alle aziende: investire sulla percezione di “coolness” continuerà a funzionare, ma solo se accompagnata da comunicazione chiara sulla sicurezza dei dati. Il che, tradotto senza il filtro accademico, significa una cosa sola: il cliente vuole sentirsi al passo coi tempi, ma non vuole scoprirlo nel modo peggiore possibile. Ancora una volta, buona fortuna.