Si può riportare verso la coscienza un paziente che da mesi non risponde usando gli ultrasuoni focalizzati, mandati nel cervello da fuori del cranio? Secondo Interesting Engineering, che riprende i media cinesi, un gruppo dell’Accademia cinese delle scienze di Shenzhen e della Kunming Medical University ha trattato 24 pazienti con disturbi cronici della coscienza. In 13 di loro avrebbe visto un miglioramento del comportamento cosciente dopo 4 settimane. I dati completi non sono stati pubblicati e manca un gruppo di confronto.
Come fanno gli ultrasuoni focalizzati a raggiungere il talamo
Gli ultrasuoni focalizzati sono onde sonore concentrate in un punto largo pochi millimetri, un po’ come una lente che raccoglie la luce del sole su un foglio. Attraversano il cranio senza elettrodi né incisioni. Una risonanza magnetica indica il bersaglio, che nel trattamento cinese è soprattutto il talamo, una struttura profonda che smista verso la corteccia i segnali di vista, udito e tatto.
In altri termini, il talamo fa da centralino del cervello. Dopo un’emorragia o un trauma la linea con la corteccia può restare interrotta per mesi, nello stato vegetativo o in quello di minima coscienza. FP aveva già raccontato come il talamo controlla la consapevolezza, e l’idea del trattamento nasce da lì: riaccendere il centralino con impulsi mirati.
Che cosa è stato fatto ai 24 pazienti cinesi
Il protocollo prevede 3 sedute da 20 minuti a settimana per 4 settimane, quindi 12 sedute in tutto. La tecnologia è stata presentata a Shenzhen durante una conferenza di settore sulle interfacce cervello-computer. In cifre, 13 pazienti su 24 sono il 54%, ma il dato arriva solo dalla stampa, e mancano i punteggi clinici, le statistiche e ogni indicazione su quanto duri il miglioramento.
I media statali raccontano anche di un paziente in coma da 3 mesi per un’emorragia cerebrale. Dopo un mese di ultrasuoni e riabilitazione avrebbe ripreso a parlare e a camminare con un aiuto.
Il caso clinico pubblicato dal gruppo di Kunming
Pubblicazione: Shu Cheng e colleghi (autori corrispondenti Moxian Chen e Lijuan Ao), “Modulation of cortical functional connectivity and spectrum with transcranial focused ultrasound in chronic disorders of consciousness: a case report”, pubblicato su Frontiers in Psychiatry il 18 febbraio 2026. DOI: 10.3389/fpsyt.2026.1748927.
Dati chiave: 1 paziente, un uomo di 46 anni con emorragia del talamo sinistro, in stato di minima coscienza (punteggio CRS-R 11) dopo 4 mesi senza progressi. Ha ricevuto impulsi a 650 kHz sul talamo destro per 20 minuti a seduta, con 3 sedute a settimana per 4 settimane. Il punteggio CRS-R totale sale da 11 a 20 e la sottoscala verbale resta a 1, senza eventi avversi. Durante il trattamento continuava a prendere amantadina e a ricevere stimolazione multisensoriale a dosi invariate.
Che cosa dicono davvero i dati sugli ultrasuoni focalizzati
Nel caso pubblicato dallo stesso gruppo il punteggio totale quasi raddoppia, ma la sottoscala verbale resta a 1 prima e dopo le 12 sedute. L’uomo di 46 anni non recupera la parola, a differenza dell’altro paziente raccontato dalla stampa cinese. Gli autori ricordano che l’amantadina, un farmaco già usato nei disturbi della coscienza, e la stimolazione multisensoriale possono aver contribuito. Senza un gruppo placebo i due effetti non si separano.
Nei disturbi cronici della coscienza esistono miglioramenti spontanei, ed è per questo che le prove più solide prevedono una stimolazione finta per il gruppo di confronto. Una di queste è guidata dall’UCLA ed è registrata come NCT07858266, con 60 pazienti con lesioni cerebrali gravi. Sono ancora da definire i parametri ottimali, i criteri per scegliere i pazienti, la durata della cura e gli effetti a lungo termine, come ammette lo stesso articolo.
E se gli ultrasuoni focalizzati funzionassero davvero?
Un trattamento che riaccende il collegamento fra talamo e corteccia senza chirurgia cambierebbe molte cose. Oggi chi non migliora dopo qualche mese viene affidato alla sola assistenza. Nel caso pubblicato i punteggi parlano di un primo passo. La sottoscala dell’allerta sale da 0 a 3 e quella della comunicazione da 0 a 1: un paziente che sta sveglio più a lungo e comincia a rispondere.
Il risveglio che si immagina, con la persona che si siede nel letto e racconta, non compare in nessun dato disponibile. Il traguardo credibile sarebbe passare dallo stato vegetativo a quello di minima coscienza: seguire un oggetto con gli occhi, rispondere a un comando, forse dire sì e no. Per una famiglia significa poter parlare con la persona che ama, anche con una parola al giorno. Per i medici significa decidere cure e assistenza sapendo che dall’altra parte qualcuno risponde.
Da Los Angeles a Shenzhen: l’esperimento del 2021 e quello di oggi
A gennaio 2021 FP raccontava come un team dell’UCLA avesse riavviato con gli ultrasuoni il cervello di due pazienti in coma. Dopo quasi 6 anni la domanda se la tecnica funzioni dipende ancora da uno studio con 60 pazienti, cioè 30 volte i 2 di allora. Il quadro si è complicato nel frattempo. Secondo una ricerca di neuroimaging raccontata da FP, il 25% dei pazienti con lesioni cerebrali è cosciente senza riuscire a mostrarlo. Un miglioramento misurato dal comportamento va letto con questa cautela.
Quanto manca prima di vederli in un reparto
Orizzonte stimato: 5-10 anni per un protocollo validato, a patto che la prova con stimolazione finta confermi l’effetto.
Servono i risultati dello studio di Los Angeles, parametri uguali per tutti (frequenza, intensità, numero di sedute) e un apparato di neuronavigazione guidato da risonanza, complesso da replicare fuori dai centri di ricerca. I primi a beneficiarne sarebbero i pazienti cronici seguiti in centri di riabilitazione specializzati.
Quanti dei 13 pazienti migliorati con gli ultrasuoni focalizzati sarebbero migliorati anche con un trattamento finto? La risposta sta nei 60 pazienti di Los Angeles, dove una parte riceve l’ultrasuono vero e l’altra una simulazione.