Vaccino o terapia genica? La spiegazione per un bambino
Il vaccino personalizzato di cui parliamo qui serve a insegnare una cosa al corpo. Immagina che dentro di te lavori una squadra di guardie, le difese, brave a fermare chi entra senza permesso. Il tumore però sa nascondersi bene, e le guardie non conoscono la sua faccia.
Il vaccino funziona come una foto segnaletica. Dopo l’operazione i dottori guardano il pezzetto di tumore tolto, ne ricavano alcune “etichette” (piccoli frammenti di proteina, come le lettere di un nome) e le mettono dentro una puntura. Le guardie vedono la foto, la imparano a memoria e da quel momento riconoscono il cattivo dovunque si nasconda.
Per questo si chiama vaccino: insegna alle difese a riconoscere qualcosa, esattamente come quello dell’influenza. I frammenti restano nel corpo il tempo di fare il loro lavoro, poi spariscono.
La terapia genica fa un mestiere diverso, perché entra nelle cellule e cambia le istruzioni scritte dentro, cioè il DNA, come si correggerebbe una ricetta in un libro di cucina. Qui il libro di cucina del paziente resta chiuso. Il DNA si legge soltanto in laboratorio, sul tumore già tolto, per scegliere quali etichette mettere nella puntura, un po’ come si guarda una fotografia per descriverla a qualcuno.
Vale anche per il vaccino a RNA messaggero di Moderna e Merck, di cui parliamo più avanti: è un bigliettino con le istruzioni per fabbricare le etichette, resta fuori dalla stanza dove è custodito il DNA e il corpo lo butta via dopo pochi giorni.
Il vaccino dell’influenza è uguale per tutti: la stessa formula, preparata in anticipo per milioni di persone. Esiste anche un vaccino personalizzato, costruito su misura per un solo malato? Per il tumore al rene sì, almeno in una sperimentazione di fase 1 dei ricercatori del Dana-Farber Cancer Institute di Boston e dell’università di Yale. A 9 pazienti operati è stata data una dose diversa per ciascuno. A circa 3 anni dall’intervento nessuno ha avuto una recidiva, come riporta lo studio pubblicato su Nature.
Come si costruisce un vaccino personalizzato con i pezzi del tumore
Il vaccino nasce dal tumore stesso, quello tolto in sala operatoria. Dal tessuto asportato si legge il DNA e si cercano le mutazioni che le cellule sane non hanno. I frammenti di proteina che ne derivano si chiamano neoantigeni, in altre parole le etichette che il tumore espone senza volerlo.
Per ogni paziente i ricercatori hanno scelto in media 15 di questi frammenti e li hanno prodotti in laboratorio. Le dosi sono state iniettate sotto la pelle nelle prime settimane dopo l’operazione, con 2 richiami a 12 e a 20 settimane. Un po’ come far annusare a un cane poliziotto un indumento della persona da cercare: il sistema immunitario impara l’odore e poi lo riconosce da solo. In 5 pazienti la dose era accompagnata da ipilimumab (nome commerciale Yervoy), un farmaco che rende più attivi i linfociti.
Che cosa è successo ai 9 pazienti dopo il vaccino
Tutti e 9 hanno sviluppato linfociti T diretti contro i frammenti del vaccino. I linfociti T sono le cellule di difesa che riconoscono e attaccano un bersaglio. In 7 casi quelle cellule hanno riconosciuto anche il tumore del paziente, messo alla prova in laboratorio su campioni conservati dopo l’intervento. Le risposte sono rimaste misurabili per anni. Gli effetti collaterali sono stati lievi: una reazione nel punto di iniezione in tutti i pazienti e un malessere simile all’influenza in 8.
I pazienti avevano un tumore a cellule chiare, la forma più comune, già asportato ma con un alto rischio di ritorno: 7 in stadio 3 e 2 in stadio 4. Dopo una mediana di 40,2 mesi dall’intervento nessuno aveva avuto una recidiva. Un paziente è morto in quel periodo per cause che i ricercatori non collegano né al vaccino né al tumore.
Lo studio sui 9 operati di tumore al rene in numeri
Pubblicazione: Braun D.A. e colleghi, “A neoantigen vaccine generates antitumour immunity in renal cell carcinoma”, pubblicato su Nature (2025, volume 639, pagine 474-482). DOI: 10.1038/s41586-024-08507-5. Sperimentazione di fase 1, registro NCT02950766.
Dati chiave: 9 pazienti operati di tumore a cellule chiare (5 con ipilimumab, 4 con il solo vaccino), in media 15 frammenti per ciascuno. Risposta dei linfociti T in 9 casi su 9, riconoscimento del tumore in 7. Osservazione mediana di 40,2 mesi dall’intervento (34,7 dalla vaccinazione), 0 recidive e nessuna tossicità che abbia imposto di fermare il trattamento.
Perché 9 pazienti senza un gruppo di confronto lasciano ancora molti dubbi
I numeri sono pochi e lo dicono per primi gli autori. Braun e Choueiri hanno spiegato a ScienceAlert che con così pochi casi serve cautela. Nessuno sa quanti dei 9 avrebbero avuto una recidiva anche senza vaccino, perché non c’era un gruppo che non lo ricevesse. Con 5 pazienti trattati con ipilimumab e 4 senza, non si può dire nemmeno se il farmaco abbia aiutato.
C’è anche una questione di calendario. Lo studio è uscito su Nature a febbraio 2025 e i 40,2 mesi di osservazione sono quelli di allora, quando il lavoro è stato pubblicato. Il resoconto ripreso in questi giorni da ScienceAlert riporta gli stessi dati.
Che cosa cambia ora per il tumore al rene
La prova più grande sul rene si fa con un vaccino diverso. Si chiama intismeran autogene (V940) e lo sviluppano Moderna e Merck. Usa l’RNA messaggero al posto dei frammenti di proteina, ma ragiona allo stesso modo: cerca le mutazioni del singolo tumore e le insegna al sistema immunitario. Nella fase 2, chiamata INTerpath-004, il vaccino viene somministrato insieme a Keytruda (pembrolizumab) e confrontato con placebo più Keytruda. I pazienti previsti sono circa 272 e l’arruolamento risulta completato.
A ottobre le due aziende hanno comunicato i dati della fase 3 sul melanoma, di cui Futuro Prossimo aveva raccontato i primi risultati ad agosto. Su oltre 1.100 operati il rischio di recidiva o di morte scende del 42% con il vaccino, secondo quanto riporta TIKR. Il vaccino di Boston per il rene percorre la stessa strada in piccolo, con pazienti più di 120 volte meno numerosi.
Che cosa manca prima dell’ospedale
Orizzonte stimato: 5-8 anni, una stima di Futuro Prossimo che dipende dall’esito degli studi con gruppo di confronto.
Servono studi più grandi in cui una parte dei pazienti riceva il placebo, e per ora i primi sono in corso con il vaccino a RNA messaggero. Ogni dose va costruita sul tumore di una persona, e questo richiede settimane di laboratorio e un costo per paziente ancora tutto da definire. A beneficiarne per primi sarebbero gli operati di tumore a cellule chiare con un rischio alto di ritorno. Il limite resta il campione: 9 persone, una sola sperimentazione di fase 1.
Per ogni paziente, oltre al rene asportato, in laboratorio è rimasto un campione congelato di cellule del suo tumore. Serve a controllare se i linfociti addestrati dal vaccino personalizzato riconoscono davvero il tumore di quella persona. In 7 casi su 9 lo hanno riconosciuto. Per sapere se questo basta a evitare le recidive di un’intera popolazione di malati occorrerà un altro studio, con un gruppo di confronto.