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Reincarnazione, Università della Virginia: c’è uno schema nei casi

Studio della Virginia su 1.678 casi di reincarnazione: più la morte è improvvisa, più è breve l'attesa. Anche per chi non ci crede.

Reincarnazione, l'Università della Virginia trova uno schema nei casi
Una silhouette davanti a una luce intensa, immagine simbolica del ritorno in un nuovo corpo. Foto: Trarete / Pexels

Quanto tempo passa tra la morte di una persona e la nascita del bambino che sostiene di ricordare la sua vita precedente? Secondo l’analisi di 1.678 casi di reincarnazione (presunta, precisano gli autori) condotta all’Università della Virginia, la mediana è di 16 mesi. Quando la morte è stata improvvisa, l’attesa si accorcia in media del 40%.

Lo studio di Saeedeh Sadeghi, Marieta Pehlivanova e Philip Cozzolino è uscito da poco su Psychology of Consciousness.

Perché un’università seria si occupa di reincarnazione

Per induisti e buddisti il ritorno in un nuovo corpo è un pilastro della dottrina. La filosofia occidentale lo discute da Pitagora e Platone in poi. Per molti altri, anche in Italia, lo stesso tema abita lo scaffale dell’esoterismo, a poca distanza dagli oroscopi.

La Division of Perceptual Studies dell’Università della Virginia si colloca a metà strada. Dagli anni Sessanta raccoglie e confronta le storie di bambini che dicono di ricordare un’altra vita. Il lavoro lo iniziò lo psichiatra Ian Stevenson, che nel lontano 1966 pubblicò 20 casi, perlopiù provenienti da India, Sri Lanka e Libano. Alla sua morte, nel 2007, ne aveva documentati oltre 2.000.

La scienza accademica, inutile dirlo, ha sempre guardato questo materiale con diffidenza. Le obiezioni riguardano le testimonianze raccolte a posteriori e l’influenza della cultura locale. A queste si aggiunge la difficoltà di escludere che il bambino abbia sentito quelle storie da qualcun altro.

Per questo il gruppo di Charlottesville lavora da psicologi, con campioni e controlli statistici, e ammette che il meccanismo dietro i risultati è sconosciuto. Nel 2024, ad esempio, ha seguito da adulti 23 americani che da bambini raccontavano vite passate, in uno studio su Frontiers in Psychology. Oggi conducono vite normali, con livelli di istruzione superiori alla media.

Ma torniamo allo studio più recente.

Che cosa hanno misurato, passo per passo

Tutto parte da un bambino in età prescolare che parla di un’altra famiglia e di un altro nome, spesso anche di come è morto. Verso i 6 o 7 anni, quando comincia la scuola, di solito smette.

I ricercatori cercano poi una persona realmente vissuta, e morta, che corrisponda a quei dettagli. Quando la trovano, il caso entra nella raccolta come abbinamento riuscito. L’analisi si è concentrata su 1.678 di questi abbinamenti riusciti, che il comunicato dell’università definisce tra i più solidi mai raccolti dalla Divisione.

Mano di un adulto che stringe quella di un neonato addormentato, immagine della nascita nei casi di reincarnazione
La nascita è il secondo estremo dell’intervallo misurato dallo studio. Foto: Danik Prihodko / Pexels

Con persona e dati alla mano si calcola l’intervallo, cioè i mesi che separano la data della morte della persona “abbinata” dalla data di nascita del bambino che “ricorda” la sua vita precedente. Poi si guardano le circostanze della morte: naturale, per malattia o vecchiaia, oppure non naturale, per incidente o violenza (suicidio incluso). Si aggiungono l’età del defunto e quanto il decesso fosse prevedibile, e la scheda è completa.

La mediana dell’intervallo si ferma a 16 mesi, e nei casi di morte più inattesa l’attesa cala in media del 40%.

Un rapporto precedente aveva già suggerito un legame tra morte violenta e nascita più rapida. Questa analisi lo mette alla prova su un campione molto più ampio.

I 1.678 casi alla prova dei numeri

Pubblicazione: Saeedeh Sadeghi, Marieta Pehlivanova e Philip Cozzolino, “A large-scale analysis of temporal patterns in children’s purported past-life memories: Shorter intervals following unexpected deaths”, pubblicato su Psychology of Consciousness: Theory, Research, and Practice (2026). DOI: 10.1037/cns0000493.

Dati chiave: 1.678 casi di ricordi di vite passate abbinati a una persona defunta identificata, con un intervallo mediano di 16 mesi tra morte e nascita. Nei casi di morte più inattesa l’attesa cala in media del 40%, e l’associazione risulta più forte nelle famiglie di religioni che non prevedono la reincarnazione.

L’effetto resiste anche nelle famiglie che non credono

L’associazione resta in piedi anche nelle famiglie che non credono nella reincarnazione, e lì risulta persino più marcata.

I ricercatori l’hanno verificato dopo aver escluso due spiegazioni ovvie. La prima è la contaminazione dei ricordi, cioè il bambino che ripete storie sentite altrove. La seconda riguarda le famiglie di religioni che ammettono la rinascita, dove l’idea di un ritorno rapido potrebbe consolare chi ha perso una persona cara. Se bastassero queste spiegazioni, il legame dovrebbe indebolirsi dove la reincarnazione non fa parte della religione di famiglia. Come detto, succede il contrario: secondo Cozzolino l’effetto è più forte proprio lì, e le credenze sociali lasciano lo schema senza spiegazione.

Gli autori parlano di un fenomeno sistematico che i modelli psicosociali oggi disponibili spiegano a fatica, e si fermano alla correlazione chiedendo altri studi, senza attribuirle una causa. Pehlivanova osserva che i meccanismi sono sconosciuti e che proprio per questo vale la pena continuare a cercare.

I dubbi che restano sul campione

Il dubbio principale riguarda il campione. I 1.678 casi sono i più solidi di una raccolta costruita in decenni dalla Divisione, che ha stabilito da sé anche gli abbinamenti con i defunti. In uno studio clinico si parlerebbe di campione scelto da chi conduce l’analisi, e di solito un gruppo indipendente ripete il conto.

C’è poi una questione di proporzioni, perché Stevenson stimava che tra il 60% e il 75% dei casi comprendesse una morte violenta. Il comunicato non riporta però quanti casi cadano in ciascuna categoria del confronto tra morti attese e inattese. Una lettura psicologica, intanto, esiste: in Libano lo psicologo islandese Erlendur Haraldsson ha confrontato 30 bambini con ricordi di vite passate e 30 senza. Nel primo gruppo ha trovato punteggi più alti per fantasticheria e bisogno di attenzione, e una dissociazione maggiore (anche se lontana da livelli clinici).

Un dato strano resta strano finché qualcuno non prova a romperlo.

A giugno 2024 raccontammo la scienza delle esperienze pre-morte, con una difficoltà di fondo identica: ricerche costruite quasi sempre su racconti raccolti dopo l’evento. Il gruppo di Charlottesville bazzica da anni anche quel campo. Ad aprile 2026 il caso di Liegi ha provato a cambiare le regole: 180 pazienti monitorati con EEG fin dal ricovero, 12 dei quali hanno poi riferito un’esperienza pre-morte. Sui ricordi di vite passate una registrazione dal vivo manca per natura, e le date delle morti si ricostruiscono a posteriori.

Un dato che regge ai controlli di chi lo ha trovato attende ancora quelli di chi lo troverebbe fastidioso. I 16 mesi tra la morte e la nuova nascita aspettano un controllo esterno. Chi, tra statistici e psicologi della memoria, rifarà il conto sulla reincarnazione con casi scelti da altri?