Siamo in un cortile universitario, in un pomeriggio qualunque: c’è una studentessa che attraversa lo spazio mentre sbircia lo smartphone. Ad appena un metro di distanza le passa davanti un pagliaccio in monociclo, naso rosso e palloncini compresi. E lei? Non lo vede neanche! E non è la sola: tre persone su quattro, messe nella stessa situazione con gli occhi incollati allo schermo, non si accorgono affatto della sagoma che gli passa a un soffio dal naso. Gli occhi registrano la scena comunque, ma la memoria di lavoro, occupata altrove, non la lascia entrare nella sfera cosciente.
Quello che vediamo e quello di cui siamo coscienti, insiste da qualche mese Henry Taylor, filosofo dell’Università di Birmingham, potrebbero non coincidere mai del tutto. Nel suo nuovo libro prova a spiegare il perché usando proprio la memoria di lavoro: il cassetto mentale che tiene in circolo solo le informazioni che servono adesso, buttando fuori il resto come ciarpame da un armadio già pieno.
Quanto pesa davvero la memoria di lavoro
Nel 1997 un esperimento (diventato un classico) mise alla prova la memoria di lavoro con forme colorate su uno schermo: i partecipanti dovevano ricordarle e riconoscere se, dopo un secondo di buio, qualcosa era cambiato. Con una, due, tre forme quasi nessuno sbagliava. Da quattro in su, gli errori salivano in fretta. La conclusione più citata: la capienza sarebbe fissa, circa quattro slot, non uno di più.
Un esperimento del 2004, sempre con forme ma stavolta di complessità diversa, ha complicato la faccenda. Con oggetti semplici la capienza reggeva; con cubi dai lati colorati in modo elaborato, crollava a uno o due elementi soltanto. Chi lo ha condotto ne ha dedotto che la memoria di lavoro non ha slot fissi, ma una risorsa elastica: tanta su poche cose complicate, poca su tante cose semplici. I ricercatori non sono ancora d’accordo su quale lettura sia quella giusta.
C’entra anche un trucco chiamato chunking. Provate a memorizzare due sequenze di nove lettere, (tipo RAI ONU FBI) poi una sequenza tipo XQZ WLK PTM. Dimentichi le chiavi appena entri in una stanza? La memoria di lavoro sta già decidendo cosa resta cosciente. La prima si impara in un lampo perché il cervello la spezza in tre pacchetti familiari, e ognuno occupa un solo slot di memoria di lavoro. La seconda, senza pacchetti pronti, costringe a tenere a mente nove elementi separati, e la capienza si esaurisce quasi subito. Stesso numero di lettere, esperienza completamente diversa.
Lo spazio di lavoro globale, cugino stretto della coscienza
La teoria più citata per collegare la memoria di lavoro alla coscienza si chiama global neuronal workspace: un’informazione diventa cosciente quando viene amplificata e trasmessa a raffica in tutto il cervello, un po’ come un annuncio negli altoparlanti di una stazione. Il punto di partenza di questo annuncio, secondo diversi studiosi, coincide spesso con la corteccia prefrontale, la stessa zona centrale anche per la memoria di lavoro. Messi insieme, l’attenzione e quel meccanismo farebbero la coscienza.
Poi però arriva un esperimento del 2011 a complicare questa teoria. Ai partecipanti veniva mostrata per 16 millesimi di secondo un’immagine inclinata che il cervello non faceva in tempo a vedere consapevolmente. Subito dopo, guardando una seconda immagine più lunga, riuscivano comunque a indicare da che parte fosse inclinata la prima, meglio del puro caso. L’informazione, secondo chi ha condotto lo studio, era finita in memoria di lavoro. Solo che nessuno ne era cosciente.
L’esperimento del battito d’ape
Pubblicazione: studio del 2011 pubblicato su Current Biology, citato da Henry Taylor a sostegno della sua ipotesi sulla memoria di lavoro.
Dati chiave: immagine mostrata per 16,67 millesimi di secondo, sotto la soglia della percezione cosciente; i partecipanti indovinavano comunque l’orientamento sopra il livello del caso.
Non è la prima volta che ci giriamo intorno. A maggio 2025 vi abbiamo aggiornati sulla caccia all’origine della coscienza umana, con la comunità scientifica spaccata su dove cercarla nel cervello; lo scorso febbraio spiegavamo perché la coscienza artificiale, per motivi opposti, resta lontana. La memoria di lavoro aggiunge un sospettato in più alla lista, non troppo diverso da quello che nel 2024 sfidava già le teorie di Chalmers.
Per chi si sente svuotato dopo una giornata iperconnessa, tra notifiche e finestre aperte, c’è anche una lettura più pratica: quel senso di nebbia mentale potrebbe non essere un difetto, ma il magazzino che fa esattamente il suo lavoro, buttando fuori quello che in quel momento non serve.
Stasera, prima di dormire, attraversate una porta di casa pensando a qualcosa di preciso: una scadenza, un nome, un numero. Guardate cosa resta in testa dall’altra parte. Se sparisce, la colpa è della memoria di lavoro, il cassetto che decide cosa resta cosciente.
Non è mai più grande di quanto ci piaccia credere.