Il team di Sami Kanaan al Fred Hutchinson Cancer Center di Seattle lavorava su una domanda semplice e scomoda: quante cellule materne finiscono davvero nel cervello di un figlio, e ci restano? Per rispondere avevano bisogno di due cose difficili da mettere insieme, campioni di tessuto cerebrale umano e DNA di entrambi i genitori. La soluzione l’hanno trovata negli ospedali pediatrici: bambini con epilessia grave a cui era stata asportata chirurgicamente una porzione di cervello, e mamme disposte a un tampone salivare. 37 coppie madre-figlio, un dato che nessuno aveva mai avuto in mano.
Il preprint è uscito su bioRxiv lo scorso mese, firmato da Kanaan e dal collega Lee Nelson, che di microchimerismo si occupa da trent’anni. Non ha ancora completato la peer review, e questo va tenuto a mente per tutto quello che segue. Ma i numeri, presi così come sono, suonano piuttosto suggestivi.
70% dei bambini, e non solo in periferia
Su 37 bambini osservati, 26 avevano cellule della madre nel cervello. In media 2,2 su 100.000, un valore che sembra modesto finché non ci pensate bene. Ma in un caso l’ippocampo di un bambino ne conteneva 459 su 100.000: duecento volte la media, in una regione che governa memoria ed emozioni. Le cellule non erano confinate alla superficie: lobi frontali, temporali, parietali, e appunto ippocampo, sepolto in profondità. La barriera emato-encefalica, il presunto muro che separa il cervello dal resto del corpo, evidentemente ha un ingresso di servizio che nessuno aveva mappato bene.
C’è un dettaglio che il team registra e menziona solo una volta nello studio. Non ci torna più sopra, ma mi risuona: dei 26 bambini con cellule materne, 14 erano primogeniti; degli 11 senza, solo uno lo era. La coincidenza è troppo netta per essere solo coincidenza, ma è anche vero che il campione è troppo piccolo per essere qualcos’altro. 37 coppie sono un inizio, non una prova. Va detto. Ma chissà, forse qualcosa vorrà dire.
Cellule materne che diventano neuroni
Dopo aver ottenuto una risposta iniziale alle loro domande, i ricercatori hanno cercato di osservare cosa fanno quelle cellule una volta arrivate. E hanno scoperto che no, non stanno lì come ospiti silenziosi: si differenziano. Diventano neuroni veri e propri, in particolare quelli dello strato 2/3 della corteccia. Diventano oligodendrociti, che avvolgono i neuroni con la guaina che permette al segnale di viaggiare. Diventano astrociti che nutrono, microglia che fa il lavoro immunitario, cellule endoteliali che rivestono i vasi sanguigni.
Nei cervelli giovani, tendono a diventare neuroni. In quelli anziani, microglia. Come se il compito cambiasse con l’età dell’ospite, o come se sopravvivessero meglio le cellule utili in quel momento. I ricercatori non si sbilanciano su quale delle due ipotesi sia giusta, e fanno bene: serve studiare ancora.

Nel rovescio già noto, quello dei figli le cui cellule restano nella madre, tra i motivi sospetti c’era una funzione riparativa. Qui la direzione è opposta ma il registro simile: c’è del lavoro, in corso, di cui non conosciamo bene il contenuto.
A 90 anni sono ancora lì
Per capire se il fenomeno riguarda solo i bambini malati di epilessia (che magari, con l’infiammazione cronica, aprono la barriera emato-encefalica più del normale), il team ha guardato 32 cervelli sani prelevati per autopsia, da 22 settimane di gestazione fino a 40 anni, più tre uomini tra 88 e 92 anni raccolti in uno studio sull’Alzheimer. Le cellule estranee erano presenti nel 78% dei casi. Compreso quello del novantenne.
Qui bisogna essere onesti su cosa sappiamo e cosa no. In quelle 32 autopsie non c’era il DNA della madre da confrontare. Il team lo scrive apertamente nel paper: quelle cellule potrebbero essere materne, ma potrebbero anche venire da un “gemello fantasma”1, da una gravidanza precedente della madre, da un aborto, o in casi rari perfino dalla nonna materna, passate attraverso la madre come una staffetta genetica. Lo scrivo, tutto questo, per dare il giusto peso a quel 78%.
Il numero cala con l’età, si arriva a novant’anni con quantità minime. Mai a zero, però. Un contatto biologico che non stacca mai del tutto.
Il lavoro di Kanaan e Nelson in cifre
Pubblicazione: Kanaan, McDonough, Gentil et al., “Microchimerism in the human brain, quantitative assessment and single nuclei profiling establish cell types and diversity”, pubblicato su bioRxiv (2026, preprint non ancora peer-reviewed). DOI: 10.64898/2026.06.05.730225.
A cosa serve saperlo, e quando sarà tutto più chiaro
Orizzonte stimato: 10-15 anni prima che ci si possa dire qualcosa di clinicamente utile. Forse.
Il problema ora non è più il rilevare, dopo questo studio: è capire la funzione. Se le cellule materne che diventano neuroni fanno un lavoro utile, la loro presenza (o assenza) potrebbe spiegare pezzi di autismo, schizofrenia, malattie autoimmuni del sistema nervoso, o forme di neurodegenerazione.
Ma per saperlo servono campioni molto più grandi, di regioni cerebrali comparabili, presi a età diverse.
Amy Boddy, che studia il microchimerismo2 all’Università di California Santa Barbara e non ha partecipato al lavoro, ha detto una cosa che vale la pena riportare così com’è: se queste cellule materne sono così comuni, probabilmente stanno facendo un lavoro importante nel cervello, e capire quale potrebbe essere decisivo per capire come si sviluppa un cervello sano. La domanda che tiene aperta è più larga: la diversità cellulare nel cervello, tra le nostre cellule e le cellule di tua madre, è un requisito o un sottoprodotto dell’essere mammiferi placentati?
Nel frattempo, mi porto a casa un’immagine che trovo poetica: un uomo di novant’anni, in una stanza qualsiasi, con dentro la testa qualche cellula che è sopravvissuta a un viaggio partito dal ventre di una donna nata un secolo prima. Il confine tra chi siamo noi e chi ci ha fatti, a quanto pare, è ancora tutto da scoprire.
- Il “gemello fantasma” (o sindrome del gemello scomparso) si verifica quando una gravidanza inizia come gemellare ma uno dei feti non sopravvive nel primo trimestre e viene riassorbito. ↩︎
- Il microchimerismo è la presenza in un individuo di una piccola popolazione di cellule geneticamente distinte, derivate da un’altra persona. Il caso più comune ed evidente è il microchimerismo fetomaterno, in cui cellule del feto migrano nel corpo della madre durante la gravidanza e vi rimangono per anni o per tutta la vita. Ora sappiamo che anche le cellule della madre, in diversi casi, passano nel corpo dei figli (e ci restano). ↩︎