C’è un labirinto a T nel laboratorio dell’Okinawa Institute of Science and Technology: prima dell’esperimento i topi lo esploravano, imparavano dov’era nascosto il cibo e memorizzavano i percorsi. Poi venivano messi in ibernazione artificiale: la loro temperatura corporea crollava, e anche l’attività cerebrale era ridotta al lumicino. Quando si svegliavano, il labirinto era ancora lì, identico. E loro sapevano ancora dove andare. Il problema è che nel frattempo il cervello aveva perso metà delle sue sinapsi. I neuroscienziati, di fronte ai dati sulla memoria neurale, non avevano una spiegazione.
Il cervello si spegne, i ricordi restano
Durante l’ibernazione, l’ippocampo (la regione cerebrale che gestisce la formazione e il recupero dei ricordi) riduce la propria attività del 70%. Le spine dendritiche, le piccole protuberanze sui neuroni attraverso cui passano i segnali sinaptici, si contraggono drasticamente. Il numero di sinapsi attive si dimezza.
Sulla carta, il sistema che sostiene la memoria neurale collassa. Eppure i topi si svegliano. E ricordano.
Il gruppo di ricerca guidato da Y. J. Lin all’Okinawa Institute of Science and Technology ha pubblicato su Science i risultati di questo esperimento il 13 agosto 2026. La memoria neurale, misurata con precisione prima e dopo l’ibernazione artificiale, era rimasta intatta: stessa accuratezza nel labirinto, stesse rappresentazioni neurali dell’esperienza nell’ippocampo. Come se il blackout non fosse mai avvenuto.
Memoria neurale, un’architettura che resiste alla demolizione
La domanda che i ricercatori si sono portati a casa è più sottile di quanto sembri. Ok, è accertato, i ricordi sopravvivono: si tratta però di capire dove sono conservati, se le strutture fisiche che li ospitano spariscono a metà. La risposta provvisoria, l’unica che il paper offre, è che non conta la forza delle singole sinapsi. Conta l’architettura complessiva della rete.
In pratica: un sottogruppo di spine dendritiche, quelle collegate a bottoni sinaptici multipli (i cosiddetti multisynaptic boutons), sopravvive all’ibernazione anche quando tutto il resto si riduce. Sono una minoranza, ma sembrano essere il nucleo strutturale dell’engram, il termine tecnico per la traccia fisica che un ricordo lascia nel cervello. Non è la quantità a contare, ma quali connessioni restano.
Questo particolare, attenzione, ribalta un’idea abbastanza consolidata: quella per cui sinapsi più grandi e forti equivalgono a ricordi più stabili. Su un tema vicino avevamo già sollevato qualcosa parlando di vitrificazione cerebrale, il cervello congelato che conserva le sue strutture. Qui siamo davanti a qualcosa di diverso: parliamo di resistenza selettiva alla perdita.
Memoria neurale e ibernazione, un intreccio che interessa più di un campo
La ricerca sull’ibernazione non è mai solo zoologia. Da anni i ricercatori cercano di capire come indurre stati simili negli esseri umani, per la chirurgia d’emergenza o per i viaggi spaziali di lunga durata: situazioni in cui rallentare il metabolismo potrebbe fare la differenza. Se durante l’ibernazione il cervello può dimezzare le connessioni senza perdere ciò che sa, questo dice qualcosa di importante su come proteggere la mente umana in stati critici.
C’è anche l’altra direzione. Le malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson sono condizioni in cui la perdita sinaptica precede e accompagna la perdita di memoria. Se esiste un’architettura di connessioni resistente alla demolizione, identificarla potrebbe aprire strade terapeutiche che oggi non abbiamo. Il connettoma (la mappa completa delle connessioni cerebrali) era già al centro di questa domanda. Ora c’è qualcosa in più: non solo quale connessione esiste, ma quale davvero tiene.
Per il momento la risposta ufficiale è che la memoria neurale si conserva attraverso l’architettura sinaptica, non attraverso la forza delle singole connessioni. Come funzioni esattamente questo meccanismo è ancora da capire. Il labirinto a T è ancora lì. I topi sanno dove andare. I neuroscienziati, per ora, no.
Lo studio e i numeri
Pubblicazione: Y. J. Lin et al., “Artificial hibernation reveals synaptic engram architecture associated with memory retention”, pubblicato su Science (2026). DOI: 10.1126/science.aee7004. PMID: 42594194.