Da qualche parte c’è un camino fatto di mattoni, spento da decenni, con l’erba che spunta tra le crepe del basamento. Chi ci passa davanti vede un pezzo di archeologia industriale, non un disastro climatico ancora in corso. Eppure la CO2 che quel camino ha mandato in cielo è ancora lassù, e secondo un nuovo studio pubblicato su PLOS Climate ci resterà per secoli.
Le cifre le hanno messe in fila due climatologi dell’Università di Washington, Dargan Frierson e Lauren Henrie. Hanno preso i 178 maggiori produttori di petrolio, gas, carbone e cemento del database Carbon Majors (società private e statali, più alcune nazioni intere). Poi hanno cancellato le loro emissioni dal 1854 al 2024 e hanno simulato l’andamento del clima fino al 2500, con e senza quel passato.
La differenza tra i due mondi (quello reale con i 178 maggiori inquinatori e quello che sarebbe stato senza di loro) è la misura del danno: vale da solo 0,66°C.
Il disastro climatico che ci sopravviverà
Nello scenario più virtuoso, quello in cui il mondo si ripulisce in fretta, nel 2500 restano ancora 0,45°C. Sono il 68% del riscaldamento attribuito a quei 178 grandi inquinatori. Oceani e vegetazione hanno già assorbito più della metà della CO2 emessa, ma il resto la natura non lo smaltisce in tempi umani, e nel modello una parte non scende mai.
Nel peggiore degli scenari, quello con le emissioni fuori controllo, il contributo storico scende a 0,31°C. Sembra un’assoluzione e dipende dal logaritmo: con l’atmosfera già satura, ogni rabbocco di CO2 scalda meno che in un cielo pulito. In un mondo che si ripulisce, invece, il conto del passato pesa di più. Il passato non ha bisogno di nuove emissioni per continuare a scaldare.
Cosa dice davvero quel 2500, nell’economia del disastro?
Il 2500 va letto per quello che è: il punto dove la simulazione si ferma, non quello dove il calore finisce. La forchetta di incertezza, poi, è ampia: da 0,30 a 0,77°C. E gli autori mettono le mani avanti da soli. Il loro calcolo è un limite inferiore, perché i 178 grandi inquinatori stanno ancora lavorando, e dal 2025 in poi le loro emissioni non sono state sottratte. Aggiungono che FaIR, il modello scelto, fa durare la CO2 meno di quanto facciano i modelli più complessi.
Frierson ne trae una conseguenza che con il clima c’entra poco e con i tribunali molto. Se il riscaldamento attribuibile a un emettitore si calcola con questa precisione, e quasi non dipende da ciò che faremo da domani, ogni discussione sulla responsabilità legale riguarda anche gli anni a venire. Chi verrà a chiedere il conto avrà tempo, e numeri.
Su queste pagine i conti col tempo li facciamo da un po’. Nel 2019 scrivevamo che, anche smettendo subito di costruire centrali, fabbriche, auto e case inquinanti, l’1,5°C sarebbe saltato lo stesso. A settembre l’ONU ha ammesso che abbiamo superato quel limite. E nel 2024, quando raccontammo il database Carbon Majors, elencava 122 nomi: oggi ne conta 178, come se l’elenco dei responsabili fosse l’unica cosa che cresce senza fatica.
I numeri di Frierson e Henrie
Pubblicazione: Dargan M. W. Frierson e Lauren A. Henrie, “Centuries of global heating from Carbon Majors: Dependence on future emissions pathways”, pubblicato su PLOS Climate (2026). DOI: 10.1371/journal.pclm.0001036.
Dati chiave: 178 produttori, emissioni 1854-2024 (circa 1.290 miliardi di tonnellate di CO2). Riscaldamento attribuito nel 2025: 0,66°C (0,49-0,85). Nel 2500: 0,45°C (0,30-0,77) nello scenario SSP1-2.6, 0,31°C (0,16-0,56) nello SSP5-8.5. Modello: FaIR. Sintesi divulgativa su ZME Science.
A chi leggerà nel 2500, se qualcuno leggerà e se questa pagina risulterà ancora indicizzata (i modelli di Google hanno orizzonti più corti di FaIR), un chiarimento: quei camini erano spenti da secoli.
Il disastro climatico, però, è rimasto acceso per tutto questo tempo.