A Øygarden, costa occidentale norvegese, un tecnico apre una valvola su un molo che sembra il parcheggio di un ipermercato che se la passa male: nel tubo scorre anidride carbonica liquida sbarcata da una nave. È l’ultimo metro di un percorso che comincia nel più grande impianto di cattura del carbonio d’Europa, a circa 1.000 chilometri di distanza.
Quell’impianto sta a Sluiskil, in Zelanda, dentro lo stabilimento di ammoniaca di Yara. Da lì la CO2 viene purificata, liquefatta e caricata su navi cisterna. Destinazione: 2.600 metri sotto il fondale del Mare del Nord, in una formazione salina che il progetto Northern Lights considera stabile per qualche migliaio di anni. La catena logistica sembra una sorta di opera di architettura industriale, e in un certo senso lo è.
Cattura carbonio, ma quanto esattamente?
Il numero che circola è 800.000 tonnellate all’anno. Sembra enorme. Lo stesso gruppo, però, descrive altrove il sito di Sluiskil come uno dei singoli emettitori più pesanti dei Paesi Bassi, con un ordine di grandezza intorno ai 4 milioni di tonnellate annue.
Le due affermazioni convivono nella stessa comunicazione aziendale, a poche righe di distanza, e nessuna delle due è falsa: semplicemente, messe una accanto all’altra, raccontano che l’impianto più grande del continente intercetta circa un quinto del camino sotto cui è stato costruito.
Rapportato all’intero inventario olandese, siamo sotto l’1% delle emissioni nazionali. È proprio poco per arrivare alla frase “abbiamo risolto il problema”. E l’ammoniaca di Sluiskil nasce comunque da gas naturale.
Da Sluiskil al fondale: i numeri della catena
Cattura: circa 800.000 t/anno di CO2 dall’impianto ammoniaca Yara di Sluiskil (Paesi Bassi). Trasporto: navi cisterna verso il terminal di Øygarden. Stoccaggio: 2.600 m sotto il fondale del Mare del Nord.
Capacità della prima fase di Northern Lights: 1,5 milioni di t/anno, in crescita verso 5 milioni con la seconda fase. Il programma statale norvegese Longship, che lo finanzia in larga parte, vale intorno ai 2,4 miliardi di euro.
Quando il gas diventa un carico
L’aspetto legato alla logistica fa riflettere. Per la prima volta, un gas di scarto viene trattato come merce: ha un porto di partenza, una bolla di carico, una dogana da attraversare e un magazzino finale (che è un pezzo di crosta terrestre). Qualcuno, da qualche parte, ha dovuto scrivere il codice merceologico della CO2. Ed è, se ci pensate, un paradosso geografico.
La Norvegia guadagna vendendo idrocarburi all’Europa e poi si offre di riprendersi indietro il risultato della combustione, a pagamento, in un giacimento vuoto. Un servizio di ritiro a domicilio con fattura in entrambe le direzioni.
Intanto i sistemi che il carbonio lo assorbivano gratis stanno arretrando: le foreste tengono, gli oceani meno. E le vie alternative restano sperimentali, come la polvere minerale che imita un albero, promettente sulla carta e minuscola sul terreno.
Intanto, a Øygarden qualcosa succede davvero. Ci sono navi che attraccano e pompe che girano, con contratti firmati anche da clienti svedesi e danesi. In un settore fatto per l’80% di annunci, una cosa fatta davvero ha un suo peso morale.
«Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma»: lo diceva Lavoisier, o almeno così mi hanno insegnato, visto che la frase in quella forma l’ha probabilmente scritta qualcun altro molto dopo di lui. Vale anche per la cattura del carbonio: quella CO2 non sparisce, cambia solo indirizzo.
Poi toccherà a qualcuno, fra qualche decennio, controllare che il tappo tenga.