Mentre qualcuno festeggia i 32 anni con una cena tra amici, nella sua testa sta succedendo qualcosa di più grande di qualunque torta: secondo un nuovo studio, è l’età in cui lo sviluppo cerebrale attraversa la trasformazione strutturale più ampia di tutta la vita. Non ce ne accorgiamo, ovviamente. Nessun sintomo, nessun segnale. Ma i dati di risonanza magnetica raccolti su oltre quattromila persone, dalla nascita ai 90 anni, dicono che è lì che qualcosa cambia rotta per davvero.
Lo studio è di un gruppo dell’Università di Cambridge guidato da Alexa Mousley, ed ha un campione enorme per gli standard delle neuroscienze: 4.216 cervelli, raccolti mettendo insieme 9 archivi di dati diversi. I ricercatori hanno usato la risonanza a diffusione, che segue il movimento delle molecole d’acqua per ricostruire il cablaggio fisico del cervello, e ne hanno ricavato 12 misure diverse di organizzazione: quanto le regioni comunicano tra loro, quanto si specializzano in gruppi locali e quali nodi diventano hub centrali.
Quattro svolte nel corso della nostra vita
Il punto centrale della ricerca è che il cervello non invecchia con una curva dolce e continua. Cambia rotta in quattro momenti precisi: a 9 anni, a 32, a 66 e a 83 anni. Questi quattro punti dividono la vita in cinque epoche, ognuna con un proprio verso di sviluppo. È come un giro sulle montagne russe, se ci pensate: dalla nascita ai nove anni l’integrazione globale scende progressivamente, mentre la segregazione locale sale, in altri termini il cervello si specializza. Dai nove ai 32 anni succede l’opposto: la rete diventa sempre più integrata su scala globale. E poi arriva il salto più grande di tutti.
Che anno era quando ho fatto 32 anni? Ok. Il 2007. Beh, cambiamenti in quell’anno ne ho vissuti parecchi, ma non credevo di aver cambiato struttura del mio cervello.
A 32 anni la traiettoria cambia direzione più bruscamente che in qualunque altro punto della vita, e la coincidenza è precisa: è anche il picco noto del volume di materia bianca, il cablaggio isolante che collega le regioni cerebrali. Da lì parte la fase più lunga, tre decenni fino ai 66 anni, relativamente stabile. Poi la modularità aumenta: il cervello si riorganizza in sottogruppi più separati, un pattern che gli autori leggono come semplificazione strutturale, coerente col deterioramento atteso della materia bianca. Infine, dagli 83 ai 90 anni, quasi tutto smette di seguire un andamento chiaro con l’età: resta rilevante solo la centralità di alcuni nodi locali, che diventano hub sempre più indispensabili.
Qualche punto debole, a ben guardare, questo studio ce l’ha
Il dato che emerge da questo studio sullo sviluppo cerebrale è cross-sectional, cioè confronta persone diverse di età diverse invece di seguire gli stessi individui nel tempo: non si può stabilire causalità, né dire come cambia lo stesso cervello nel corso degli anni. E l’ultima epoca, quella dagli 83 ai 90, si regge su appena 93 partecipanti: la maggior parte delle associazioni in quella fascia non è statisticamente significativa.
C’è anche un dettaglio che i ricercatori stessi segnalano: chi accetta di sottoporsi a una risonanza magnetica a 85 anni è probabilmente più in salute della media dei suoi coetanei, il che potrebbe far sembrare quei cervelli più resilienti di quanto siano nella popolazione generale.
Ancora: lo studio, va detto, non ha nemmeno separato i dati per sesso biologico: non si sa se questi punti di svolta arrivino alla stessa età per uomini e donne. Insomma: spunti molto interessanti, ma ci sono diverse cose da mettere a punto.
Lo studio
Pubblicazione: Alexa Mousley, Richard A. I. Bethlehem, Fang-Cheng Yeh, Duncan E. Astle, “Topological turning points across the human lifespan”, pubblicato su Nature Communications. DOI: 10.1038/s41467-025-65974-8.
Non è la prima volta che la scienza prova a mettere paletti fissi su un processo che, altri studi hanno mostrato dipendere anche da variabili come l’istruzione o lo stile di vita, non solo dall’anagrafica pura. E il campo dell’anti-invecchiamento cerebrale, tra tentativi di stimolare la neurogenesi e ricerche su come persino la perdita di peso in mezza età possa avere effetti collaterali sul cervello, resta un terreno dove ogni nuovo dato si aggiunge a un mosaico ancora incompleto, mai a un quadro chiuso.
Se scremiamo lo studio da tutti i caveat statistici, questo studio riafferma un’idea semplice: il cervello non invecchia, si riscrive.