A gennaio del 2026 un brillamento di classe X1.9 ha spedito verso la Terra la tempesta di radiazioni solari più intensa dal 2003. Non ha spento niente: ha solo messo in allerta i controllori dei satelliti in orbita bassa e i piloti sulle rotte polari per un paio di giorni, e poi il traffico è tornato quello di sempre. Nessun titolo apocalittico ha retto più di 48 ore, e infatti quasi nessuno se lo ricorda: è solo il ciclo solare che fa il suo mestiere.
Eppure quell’episodio di gennaio rientra in una statistica che gli astronomi avevano già annunciato con largo anticipo: il ciclo previsto si sta dispiegando quasi esattamente come atteso, con qualche sorpresa solo sui tempi. Il Sole attraversa da tempo il periodo più vivace del suo ciclo magnetico undecennale, il numero 25, e continuerà a farlo ancora per un po’.
Cosa hanno annunciato NASA e NOAA (e perché non è la stessa cosa di “il sole sta impazzendo”)
Il 15 ottobre 2024, rappresentanti di NASA, NOAA e del Solar Cycle Prediction Panel hanno dichiarato in conferenza stampa che il Sole era entrato nella fase di massimo del Ciclo solare 25. Non è un giorno preciso: è un periodo, che secondo le stime del panel poteva durare fino a marzo 2026, prima di scivolare verso la fase discendente.
Qui va fatta una distinzione che i titoli spesso saltano. Il ciclo solare è un fenomeno magnetico regolare, osservato e catalogato da oltre 180 anni: quello che accade oggi rientra nel comportamento atteso della nostra stella, non in una deviazione dalla norma. Il Ciclo 25 è iniziato con un minimo nel dicembre 2019, ed è poi salito più rapidamente e più in alto di quanto il panel di esperti avesse previsto nel 2019 stesso. La stima originale parlava di un picco a luglio 2025 con 115 macchie solari massime; le previsioni riviste dal NOAA nel 2023 hanno alzato l’asticella a un intervallo tra 137 e 173 macchie, con picco anticipato già tra gennaio e ottobre 2024.
In pratica: il Sole ha fatto i compiti in anticipo rispetto al programma, ma non ha cambiato materia. Resta comunque un ciclo più debole della media storica (che è di 179 macchie), anche nella versione “rinforzata” della previsione.
Macchie, brillamenti, CME: il vocabolario minimo per non confondersi
L’attività solare non è un fenomeno unico, ma un insieme di eventi collegati che aumentano e diminuiscono insieme, seguendo il campo magnetico del Sole. Vale la pena separarli, perché nei titoli vengono spesso confusi.
Le macchie solari sono zone più fredde e scure sulla fotosfera, dove il campo magnetico è particolarmente intenso: il loro numero è l’indicatore storico usato per misurare il ciclo. I brillamenti solari sono esplosioni improvvise di radiazione elettromagnetica: viaggiano alla velocità della luce e possono raggiungere la Terra in circa otto minuti, disturbando le comunicazioni radio ad alta frequenza sul lato illuminato del pianeta. Le espulsioni di massa coronale, le CME, sono nubi di plasma magnetizzato lanciate nello spazio: molto più lente, impiegano in genere da uno a tre giorni per arrivare, se sono dirette verso di noi. Non tutti i brillamenti generano una CME, e non tutte le CME colpiscono la Terra: la maggior parte manca semplicemente il bersaglio.
Quando una CME arriva e comprime il campo magnetico terrestre, si parla di tempesta geomagnetica, misurata su una scala che va da G1 a G5. È qui che il fenomeno smette di essere astratto e comincia a toccare cose che usiamo tutti i giorni.

Maggio 2024: il caso che ha reso il fenomeno tangibile
Nel maggio 2024 avevamo raccontato in tempo reale l’arrivo di una tempesta geomagnetica che sarebbe poi passata alla storia come “la Madre di tutte le tempeste” (Dio solo sa quanto io detesti questa espressione e le sue derivate). Una regione attiva del Sole, la AR3664, aveva prodotto una serie di brillamenti e CME che il 10 e 11 maggio hanno colpito la Terra con una violenza che non si vedeva da oltre 20 anni: livello G5, il massimo della scala, indice DST di picco a -412 nanotesla.
Il risultato più fotografato è stata l’aurora visibile da gran parte dell’Italia, comprese le regioni del Sud: un evento che due anni prima sarebbe sembrato fantascienza da queste latitudini (io, con la mia ben nota fortuna, non le ho viste perché mi trovavo a Parigi). Ma dietro le foto colorate c’erano anche effetti meno instagrammabili, gli stessi che i bollettini NOAA continuano a segnalare a ogni evento severo: errori temporanei nella precisione del GPS, disturbi alle comunicazioni radio HF, un incremento del trascinamento atmosferico sui satelliti in orbita bassa.
Da allora, gli episodi si sono ripetuti a cadenza quasi regolare: una tempesta G4 in ottobre 2024, di nuovo aurore boreali osservabili dall’Italia settentrionale; e appunto quella di gennaio 2026, la più intensa in termini di radiazioni solari dal 2003, anche se geomagneticamente meno estrema della “Madre di tutte le tempeste” (e sono due).
Ciclo solare, cosa può succedere davvero sulla Terra
Qui conviene separare l’effetto scenografico da quello infrastrutturale. L’aurora spinta a latitudini insolite è la parte che si fotografa, ma non è la parte che preoccupa chi gestisce le reti.
Il GPS e la navigazione satellitare perdono precisione perché la ionosfera diventa più turbolenta durante gli eventi geomagnetici intensi: per un uso quotidiano l’effetto è spesso impercettibile, ma per l’agricoltura di precisione, i rilievi topografici e l’aviazione può contare. Le comunicazioni radio ad alta frequenza, ancora usate da navigazione aerea e radioamatori, possono degradarsi o interrompersi per ore sul lato diurno del pianeta durante un brillamento intenso. I satelliti in orbita bassa, Starlink incluso, subiscono un aumento della densità atmosferica che li rallenta e li costringe a correzioni di rotta più frequenti. Le reti elettriche, infine, possono vedere correnti indotte nei conduttori più lunghi: uno scenario che avevamo già esplorato, e che resta un rischio gestibile con procedure operative dedicate, non un pericolo di blackout automatico.
Nessuno di questi effetti, da solo, giustifica i titoli da fine del mondo che periodicamente circolano. Ma la loro somma spiega perché NOAA mantiene un centro di previsione dedicato, lo Space Weather Prediction Center, e perché aziende e agenzie aerospaziali seguono i bollettini con la stessa attenzione con cui un capitano segue le previsioni meteo marittime.
Otto minuti contro tre giorni
Brillamento solare: radiazione elettromagnetica, viaggia alla velocità della luce, raggiunge la Terra in circa 8 minuti. Effetto principale: disturbo delle comunicazioni radio HF sul lato illuminato del pianeta, quasi in tempo reale.
Espulsione di massa coronale (CME): plasma magnetizzato, molto più lento, impiega da 1 a 3 giorni per arrivare se diretta verso la Terra. Effetto principale: tempesta geomagnetica, con un preavviso che dà tempo a satelliti e reti elettriche di prepararsi.
Perché il ciclo solare sale e scende, e non è un orologio preciso
Il motore di tutto è la rotazione differenziale del Sole: l’equatore gira più veloce dei poli, e questo attorciglia progressivamente le linee del campo magnetico. Con il passare degli anni le regioni magnetiche instabili aumentano, crescono le macchie solari, e vicino al massimo la configurazione magnetica diventa così complessa da produrre più brillamenti e più CME. A un certo punto i poli magnetici solari si invertono, e il Sole comincia la discesa verso il prossimo minimo.
Il ciclo solare dura in media, come detto, 11 anni: ma si tratta di una media, non di una legge fisica precisa: può essere più corto, più lungo, più intenso o più debole del previsto. Il Ciclo solare 24, il precedente a questo, è stato il più debole degli ultimi cento anni. Il 25 lo ha superato, ma resta comunque sotto la media storica di lungo periodo. Prevedere l’esatto momento del picco resta, per ammissione degli stessi scienziati NOAA, un esercizio con margini di errore ampi: lo si capisce con certezza solo a posteriori, osservando quando l’attività ha smesso di crescere.
Le domande che tornano sempre
L’attività solare è pericolosa per chi sta a terra? In generale no. Magnetosfera e atmosfera schermano gran parte delle radiazioni e delle particelle più energetiche. L’esposizione conta soprattutto per astronauti, missioni spaziali e, in misura minore, per gli equipaggi sulle rotte polari durante gli eventi più intensi.
Una tempesta solare può spegnere internet? Non nel senso immediato di certi titoli. Le reti moderne hanno ridondanze; un evento estremo può però creare problemi a satelliti, energia e comunicazioni, e indirettamente pesare su alcune infrastrutture digitali. Molto dipende da intensità, durata e orientamento del campo magnetico della CME in arrivo.
C’entra con terremoti o ondate di calore? Non esistono prove solide che colleghino la normale variabilità del ciclo solare a fenomeni sismici o vulcanici. L’influenza del ciclo undecennale sul clima terrestre è minima rispetto a gas serra e variabilità climatica interna: una correlazione che circola spesso online, senza base scientifica solida dietro.
Chi guarda il cielo per lavoro, non per hobby
Dietro ogni bollettino NOAA c’è un pubblico che raramente finisce nei titoli: compagnie aeree che ridisegnano le rotte polari durante gli eventi più intensi, per ridurre l’esposizione degli equipaggi e i disturbi radio; operatori satellitari che rimandano manovre delicate quando la densità atmosferica aumenta e rende meno prevedibile la traiettoria; agricoltori di precisione che sanno che il trattore autoguidato può sbagliare di qualche centimetro proprio nei giorni sbagliati. Sono gli stessi soggetti che, paradossalmente, beneficiano di più della finestra di preavviso delle CME: da uno a tre giorni non è molto, ma è abbastanza per spostare un satellite, rimandare un lancio, avvisare un pilota.
Per il resto di noi, l’attività solare resta perlopiù uno spettacolo a intermittenza: una notte di cielo colorato ogni tanto, un telefono che segnala per qualche minuto una posizione GPS un po’ incerta, e la sensazione vaga di vivere in un momento in cui il Sole “fa più cose del solito”. Il che è vero, ma nel senso più noioso e rassicurante possibile: sta facendo quello che fa sempre, solo che questa volta lo stiamo osservando con satelliti che due cicli fa non esistevano.
Quanto durerà ancora
Le stime più recenti collocano la fase discendente in avvio già nel corso del 2026, ma con una coda di eventi geomagnetici severi che secondo gli astrofisici resta probabile almeno fino al 2027: il declino del ciclo non è mai un interruttore, è una pendenza lenta.
Chi si aspetta un ritorno immediato alla calma resterà deluso; chi si aspetta l’apocalisse pure.
Il Sole continuerà semplicemente a fare quello che fa da centinaia di migliaia di cicli, un po’ più intensamente di quanto pensassimo nel 2019, un po’ meno di quanto la media storica richiederebbe.
Cosa resta ancora da capire
Orizzonte stimato: la fase discendente del Ciclo 25 è già iniziata o inizierà entro fine 2026, ma singoli eventi geomagnetici severi restano probabili almeno fino al 2027.
Il limite pratico resta la previsione a breve termine: i brillamenti si osservano quasi in tempo reale, ma per le CME si sa con certezza se colpiranno la Terra solo poche ore prima dell’impatto, quando i satelliti al punto lagrangiano L1 misurano velocità e orientamento del campo magnetico. Chi ne beneficia per primo non è il grande pubblico, ma chi gestisce infrastrutture critiche: operatori satellitari, reti elettriche, aviazione polare, che possono attivare protocolli preventivi nella finestra di preavviso.
A gennaio, quando il brillamento X1.9 ha prodotto la tempesta di radiazioni più forte da vent’anni, la reazione più diffusa è stata una scrollata di spalle informata: si sa cosa sta succedendo, si sa a che punto del ciclo solare siamo, e si sa che il cielo tornerà a colorarsi di nuovo, prima o poi, sopra qualche città italiana che due anni fa non ci avrebbe creduto.