Nel frigorifero di una farmacia di quartiere le “penne” preriempite stanno accanto ai vaccini antinfluenzali, in scatoline identiche, e la commessa le consegna senza fare commenti. È lì che finirà anche retatrutide, se i numeri della fase 3 reggeranno fino all’autorizzazione. Numeri che hanno fatto alzare il sopracciglio anche a chi segue questa corsa da anni.
Nello studio TRIUMPH di Eli Lilly, che seguiamo dalla sua partenza, i partecipanti con obesità hanno perso fino al 25% del peso corporeo. Il confronto interno è impietoso: tirzepatide si ferma intorno al 20%, la “superstar” semaglutide sta sotto il 15%. Su un corpo di 110 chili significa 27 chili, cioè il territorio che finora apparteneva alla chirurgia bariatrica.
Perché retatrutide “pesta su tre pedali” invece di due
La molecola imita tre ormoni: GLP-1 e GIP, già noti, più il glucagone. Quest’ultimo è una scelta quasi in controtendenza, perché il glucagone alza la glicemia ed è storicamente il nemico giurato di chi cura il diabete. Qui invece viene arruolato per un altro mestiere, cioè aumentare il dispendio energetico a riposo e spingere il fegato a smaltire grasso.
In sintesi: due ormoni frenano l’appetito, il terzo accelera il consumo. In sostanza, il corpo viene convinto a mangiare meno e contemporaneamente a bruciare di più, cosa che nessuna dieta riesce a ottenere perché il metabolismo, messo a stecchetto, rallenta per difesa. È una strada diversa da quella dei lavori che provano a colpire direttamente il metabolismo delle cellule adipose, e per ora sta vincendo la gara.
Gli effetti collaterali restano quelli delle altre sostanze che vi ho menzionato: nausea, vomito, diarrea. Una quota di partecipanti abbandona per questo motivo, come in tutti gli studi della categoria.
Ottanta settimane sono un anno e mezzo di giovedì
Il risultato migliore arriva dopo 80 settimane di iniezioni settimanali. Faccio il conto che i comunicati non fanno: 27 chili distribuiti su 560 giorni (le famose 80 settimane) fanno meno di 50 grammi al giorno.
Detto altrimenti, il farmaco più potente mai testato contro l’obesità lavora a una velocità che nessuno percepirebbe guardandosi allo specchio la mattina. Il che spiega perché l’aderenza sia il vero campo di battaglia commerciale, molto più della percentuale finale sbandierata nei titoli.
Quanto manca alla farmacia sotto casa
I risultati di fase 3 sono stati pubblicati questo mese, e riportati da Ars Technica. Il deposito regolatorio è atteso tra la fine di quest’anno e i primi mesi del 2027, e l’arrivo in Europa sarà realisticamente non prima del 2028.
Ostacoli concreti: la capacità produttiva dei peptidi iniettabili, già satura per tirzepatide, e il prezzo (i congeneri viaggiano intorno ai 1.000 dollari al mese di listino USA, circa 920 euro). I primi a riceverlo saranno pazienti con obesità grave e comorbidità. E sottolineo: nessun sistema sanitario pubblico ha oggi i soldi per trattare milioni di persone a vita.
Perché di questo si tratta: a vita
Chi smette col retratrutide recupera buona parte del peso, come abbiamo già raccontato parlando di cosa succede quando si interrompe la terapia, e la farmacologia dell’obesità somiglia ormai più a quella dell’ipertensione che a una cura.
La conseguenza meno ovvia non riguarda la bilancia. Con il retatrutide il confine tra chirurgia e prescrizione si assottiglia, e quando un intervento viene sostituito da una scatolina nel frigo, cambia chi decide: non più un’équipe ospedaliera dopo mesi di valutazioni, ma un medico di base con sette minuti a disposizione.
Le porte girevoli dei reparti di bariatrica rallenteranno: quelle degli ambulatori, probabilmente, molto meno.