Un… diciamo collega di lavoro mi ha detto una sera, davanti a un aperitivo (vedere alla voce “eventi a cui Gianluca si sottrarrebbe volentieri”), che la sua casa è, testuale, “dove c’è il WiFi”. Mi è bastata questa battuta per riflettere sul destino delle metropoli: luoghi nati perché era più facile tenere insieme tutto. Specialmente il lavoro, i medici e le scuole: chi voleva una di queste cose accettava in automatico tutte le altre, buone e cattive, traffico e affitti costosi inclusi. È così praticamente da sempre.
Adesso però, a quanto pare, il pacchetto si sta svuotando via via di senso: lo racconta il futurologo americano Thomas Frey in un suo pezzo. Io, se permettete, ci ragiono su nel mio piccolo, e sottolineo un fattore che per lui è forse più marginale: per me le città restano dove sono. Probabilmente vivranno un momento di stagnazione, ma non vedo un futuro in cui saranno abbandonate: anzi, paradossalmente, qualcuna potrebbe finire a comportarsi come un piccolo Stato. Vi dico come sono arrivato a questa conclusione? Ovviamente, facendo prima un passettino indietro: tipo i calciatori di oggi che non tirano giù la porta quando battono un rigore.
Che cosa vendeva la metropoli, prima che iniziassimo a pensarci due volte prima di comprare?
Per circa 6.000 anni la metropoli ha venduto un solo prodotto: la vicinanza. Gli economisti parlano di agglomerazione e dicono che stare ammassati conviene, perché il programmatore incontra la designer al bar, il fornitore apre accanto al cliente e l’ospedale attira specialisti che attirano ricercatori che attirano startup che al mercato mio padre comprò. Insomma, per millenni non c’era altro modo di avere tutti questa vicinanza e tutti questi contatti senza stare in una metropoli.
Oggi, questo grande agglomerato di attività e di opportunità sta piano piano “smontandosi”. Frey usa proprio il termine unbundling. Una disgregazione, come è già successo alla tv che oggi viene vista in streaming o su un’app, o ai giornali sempre più ridotti a articoli sparsi nei feed.
Il primo pezzo a staccarsi è stato il lavoro
Frey cita Richard Florida e la sua «Meta City», la città con uno strato digitale sopra quello fisico. Ricorda che il lavoro da remoto negli Stati Uniti è triplicato nei due anni a cavallo della pandemia, e che gli uffici vuoti hanno fatto il resto: a San Francisco oltre il 30%, a Los Angeles oltre il 22%, sempre secondo lui. Anche in città come Milano, che non conosce ancora il fenomeno massivo degli edifici sfitti, molte scrivanie restano vuote due o tre giorni a settimana per il lavoro agile. Fin qui, il quadro è chiaro, ma da qui in poi non lo seguo del tutto.
Per Florida quella persona continua a far parte dell’economia milanese, anche se non timbra il cartellino ogni giorno in Porta Nuova. Milano, Bologna, Bergamo, Torino o Lugano possono diventare nodi di una stessa rete economica.
Il conto degli uffici vuoti, secondo Gupta e colleghi
Pubblicazione: Arpit Gupta, Vrinda Mittal e Stijn Van Nieuwerburgh, “Work From Home and the Office Real Estate Apocalypse”, pubblicato su American Economic Review (febbraio 2026), nato come working paper NBER 30526. DOI: 10.3386/w30526.
Dati chiave: il valore a lungo termine degli uffici di New York cala del 46% (scheda SSRN). Gli edifici migliori reggono grazie alla fuga verso la qualità, quelli più vecchi rischiano di restare beni incagliati.
Gli uffici si svuotano, ma i conti dei Comuni tengono
Se il pacchetto si sgretolasse davvero, le casse comunali delle metropoli dovrebbero saltare per prime. Non stanno saltando. Nel rapporto Pew di maggio 2026 su cinque città americane (Atlanta, Boston, Dallas, Denver e Milwaukee) nessuna è finita nel cosiddetto doom loop, la spirale in cui uffici vuoti significano meno tasse, servizi peggiori e altra gente che se ne va. Una dirigente di S&P Global Ratings racconta a Pew che ormai nessuno usa più quell’espressione, “doom loop”. Curioso, no? Per un termine nato nel 2022.
A Milano, checché se ne dica, non c’è alcun segno di collasso: il bilancio 2026 prevede oltre 4 miliardi di euro per servizi e cura urbana. Anche Roma ha parecchi soldi da spendere, e sapete perché? Perché noi abbiamo una cosa chiamata IMU. All’IMU non importa se un ufficio è sfitto o pieno, continua a generare IMU: ci metteremo un po’ di più ad entrare nel “doom loop”, mi sa.
I dati vanno nella stessa direzione. Un working paper del Lincoln Institute su 135 città, citato nel rapporto, calcola una perdita media del 2,9% nella capacità di fare cassa, e un’analisi di Moody’s parla di meno del 2% di gettito perso nella maggior parte dei casi. Insomma: se c’è una catastrofe per le metropoli, è tipo al rallentatore. In fondo, gli edifici perdono valore solo quando scadono i contratti. Ci vorrà un po’ di tempo.
Alla fine anche Frey tiene il piede in due scarpe. Mentre annuncia lo “smontaggio” della metropoli, cita il caso di posti come Philadelphia, dove il centro allargato ha 210.710 residenti e ne ha guadagnati il 28% tra il 2011 e il 2024 (dati del Center City District).
E poi c’è Napoli. Napoli, la città dove le torri sono arrivate 30 anni prima della metropolitana
Se pensate che questo trend da Future Studies sia solo un “caso americano”, vi dico come funziona qui a Napoli.
Si, perché anche Napoli, lo sapete, ha la sua “città degli uffici”. Anzi: il Centro Direzionale progettato da Kenzo Tange, completato nel 1995 viene raccontato come il primo gruppo di grattacieli d’Italia (giuro), e nacque per portare gli uffici fuori dal centro storico e alleggerire il traffico. La stazione della Linea 1, però, è arrivata da quelle parti il 1 aprile 2025, alle 15:21, dopo 11 anni di lavori: visto tutto quel tempo e il giorno speciale, i napoletani sospettarono uno scherzo. E mentre, lentamente, un quartiere nato per tenere il lavoro in un posto solo otteneva finalmente il suo collegamento diretto, l’idea di ufficio imparava a stare ovunque.
Il Comune di Napoli conta 905.050 residenti al 1 gennaio 2026 su 119 chilometri quadrati, cioè 7.590 persone per chilometro quadrato secondo Tuttitalia su dati Istat, e l’area metropolitana è la più densa d’Italia. Su una densità così, il lavoro da remoto si nota poco. Dove tutti stanno già addosso a tutti, il portatile finisce sul tavolino del bar, e alla fine in fondo anche io lavoro almeno 3 giorni a settimana a casa, o dove c’è una presa.
Se poi zoomiamo verso l’esterno, c’è il South working. Lo studio Svimez fatto con l’associazione di Elena Militello stimò 45mila dipendenti di grandi aziende del Nord potenzialmente interessati a lavorare dal Mezzogiorno, e la parola che conta è potenzialmente. Come ricordava un commento su Avvenire, chi può lavorare a distanza di rado ha i salari più bassi: è facile spostarsi, nel suo caso. Ma gli altri?
Il concetto di metropoli si sgretola davvero, anche se piano piano, ma la città resta a fare il condominio
La mia tesi, che non ha bisogno di statistiche, è questa: le metropoli restano dove sono e come concetto si stanno sgretolando filosoficamente, perché per 6.000 anni «abito qui perché devo» è stata una risposta sufficiente e oggi questa risposta non basta più. Ogni città deve trovarne una migliore (parchi, cultura, strade in cui si cammina): chiamatela “campagna di fidelizzazione permanente”, cioè un abbonamento da rinnovare ogni mattina a gente che potrebbe vivere ovunque.
Una metropoli nella quale non siamo più obbligati ad abitare deve darci buoni motivi per farlo. Giusto?
E qui vengo al punto
Una città che compete per attirare residenti come se fosse un’azienda… Ha bisogno di poteri da azienda, cioè tasse sue, regole e margini di manovra, e oggi di solito non ne ha nemmeno un pezzo. Prendete Boston. Il rapporto Pew racconta la sindaca, Michelle Wu, che ha chiesto ai legislatori del Massachusetts l’autorizzazione a tassare di più gli uffici. L’idea era non scaricare il conto sui proprietari di casa.
Nel 2024 le hanno detto di no. A fine 2025, dopo che ha riprovato, la risposta ancora non c’era, e un piccolo Stato che chiede il permesso a uno più grande per ritoccare un’aliquota è ancora in prova. Un giorno (qualche piccola avvisaglia la vediamo qua e là con le tasse di soggiorno a Venezia, o quelle di New York sul traffico e contro L’AI a scuola, o ancora quelle sui SUV a Parigi) qualcuna tra le metropoli che conosciamo sarà solo formalmente una città in uno Stato. Piuttosto, sarà uno Stato nello Stato, una enclave con regole e meccanismi anche piuttosto diversi dagli altri.
Napoli, che è stata capitale di un Regno per qualche secolo, ha un vantaggio: sa (ancora per poco, magari) quanto costa. Ne ho scritto altre volte, dalle città dopo il coronavirus alle città senza auto, passando per i nomadi digitali e i pionieri del lavoro ibrido a Venezia, e ogni volta la risposta è arrivata con qualche anno di ritardo, come la metropolitana al Centro Direzionale.
Comunque, se lo volete sapere, quell’aperitivo l’abbiamo bevuto in una metropoli. Una con i tavolini appiccicosi e una cameriera che ha chiesto con troppa insistenza se volevamo altro (un modo servizievole per dirci “ve ne dovete andare, mi serve il tavolo”).
Succede, quando si è in troppi.