A luglio 2026, sotto il cratere del Vesuvio, la rete sismica dell’Osservatorio ha contato 93 terremoti. Il più forte ha toccato magnitudo 2. Ottantasette di quei 93 eventi sono così deboli che nessuno, sul Vesuvio, li ha sentiti: li ha registrati solo uno strumento, in un container pieno di server a Ercolano, a poche centinaia di metri dal cono. È il tipo di dato che non fa notizia perché conferma quello che già sappiamo, e infatti quel bollettino è finito online senza che nessun giornale lo riprendesse, letteralmente seppellito da notizie più urgenti dai Campi Flegrei.
Eppure è esattamente da lì che passa la risposta alla domanda che tutti, prima o poi, si fanno guardando quella sagoma da Napoli: quando erutterà di nuovo? La risposta onesta, quella che nessun vulcanologo serio evita, è che non lo sappiamo: perché un vulcano non è un treno con l’orario scritto sul tabellone. Però sappiamo un sacco di altre cose su quella che i napoletani chiamano, con un misto di affetto e soggezione, semplicemente “A’ Muntagna”.
Spento, silenzioso o solo distratto?
Il Vesuvio non erutta dal marzo 1944. Ottantadue anni di silenzio bastano a far pensare a molti che il vulcano si sia, in qualche modo, come dire, ritirato. La differenza tra le tre parole che i vulcanologi usano per descriverlo vale la pena capirla bene, perché il Vesuvio si muove tra queste categorie senza fermarsi mai davvero: estinto è un vulcano che ha perso la camera magmatica sotto di sé; quiescente è un vulcano che al momento non mostra segni di risveglio, ma conserva la camera magmatica viva e alimentata; attivo, nel senso più stretto, sta eruttando proprio ora.
Il Vesuvio è nella seconda categoria: quiescente. Dal 1944 l’attività a condotto aperto, quella che teneva il camino del vulcano libero e permetteva sfoghi regolari di lava e gas, si è interrotta. Il condotto si è ostruito, e il vulcano è entrato in quella che i geologi chiamano fase di quiescenza a condotto ostruito: fumarole superficiali, sismicità bassa, nessuna eruzione, ma niente che dica che il magma se ne sia andato. È rimasto sotto, a otto chilometri di profondità circa, e nessuno può misurarne la composizione esatta con la tecnologia sismica di oggi.

Perché nessuno può dirti una data su quando erutterà di nuovo il Vesuvio
C’è una confusione di fondo che vale la pena chiarire subito: una cosa è prevedere, un’altra è valutare il rischio. Prevedere significherebbe indicare un giorno, o almeno un anno, in cui il vulcano eromperà. Nessuna disciplina scientifica sa fare questo con i vulcani, Vesuvio incluso. Valutare il rischio è un’altra faccenda: significa leggere segnali, stimare probabilità, aggiornare scenari man mano che arrivano nuovi dati.
Conoscere la storia eruttiva del Vesuvio, per quanto dettagliata, non basta a ricavarne una cadenza regolare. Il vulcano ha alternato eruzioni catastrofiche separate da secoli (il 79 d.C. di Pompei, l’eruzione del 1631) a periodi con eruzioni più piccole e ravvicinate, quasi ogni anno, come nell’Ottocento (al punto che in tutte le cartoline d’epoca, il vulcano veniva mostrato sempre con il suo caratteristico “pennacchio” di fumo). Il fatto che sia silenzioso dal 1944 non significa né che un’eruzione sia imminente, né che il vulcano abbia smesso di essere pericoloso. Significa “solo” (e non è poco) che, in questo momento, i dati non mostrano nulla di anomalo.
Cosa guardano ogni giorno i vulcanologi
Il monitoraggio non cerca un singolo campanello d’allarme: incrocia famiglie diverse di segnali, perché nessuna da sola basta a dire granché. Gli sciami sismici vengono seguiti non solo per il numero di eventi, ma per dove si spostano e a che profondità avvengono: un terremoto che sale verso la superficie racconta una storia diversa da uno che resta fermo a due chilometri. Le stazioni GPS misurano deformazioni del suolo, sollevamenti o abbassamenti anche di pochi millimetri, che potrebbero tradire un accumulo di magma in risalita. Le fumarole crateriche vengono analizzate per temperatura, quantità e composizione dei gas: un cambio nel rapporto tra anidride carbonica e vapore acqueo dice qualcosa sul sistema idrotermale sottostante.
Un singolo dato fuori norma, da solo, non equivale a un’eruzione imminente. Conta l’insieme: intensità, rapidità con cui i parametri cambiano, e soprattutto la coerenza tra segnali diversi che raccontano tutti la stessa direzione. È un lavoro fatto di pazienza più che di allarmi, e la maggior parte dei giorni produce esattamente quello che ha prodotto luglio 2026: numeri bassi, dentro i valori di base, nessuna variazione degna di nota.
Quanto può durare ancora il silenzio
Pubblicazione: F. Forni et al., studio sui cristalli di granato delle quattro maggiori eruzioni esplosive del Vesuvio degli ultimi 9.000 anni, coordinato dal Politecnico di Zurigo, pubblicato su Science Advances.
Dati chiave: analizzando composizione ed età di cristallizzazione dei granati nelle eruzioni di Mercato (8.890 anni fa), Avellino (3.950 anni fa), Pompei (79 d.C.) e Pollena (472 d.C.), i ricercatori stimano che una futura eruzione pliniana o sub-pliniana, quella capace di ripetere Pompei, richieda almeno un migliaio di anni di accumulo di magma fonolitico nella camera superficiale. Il condizionale resta d’obbligo: lo studio non esclude, nel frattempo, eruzioni più piccole ma comunque pericolose per un territorio così densamente abitato.
Nel 2022 raccontammo una prima versione di questa ricerca, quando il gruppo di Zurigo ipotizzava scenari simili basandosi sulla composizione del magma prodotto dal vulcano dal 1631 in poi. Quattro anni dopo, con più dati sui cristalli di granato, la stima non è cambiata di segno: si è solo affinata. Ed è proprio questo il punto che la vulcanologia insegna meglio di ogni altra scienza previsionale: non arriva mai a una data, arriva a una finestra sempre più stretta.

Il sistema che non dorme mai
Chi tiene d’occhio tutto questo, ventiquattr’ore su ventiquattro, è l’Osservatorio Vesuviano dell’INGV, il più antico osservatorio vulcanologico al mondo ancora attivo. Reti sismiche, stazioni GPS, sensori per le deformazioni del suolo, campionamenti dei gas fumarolici, sopralluoghi diretti: i dati confluiscono in una sala di monitoraggio a Napoli che non chiude mai, nemmeno a Ferragosto. Se un terremoto supera magnitudo 2,5 sul Vesuvio, l’Osservatorio emette un comunicato entro cinque minuti.
Vale la pena essere chiari su cosa serve davvero questo apparato: riconoscere, il prima possibile, un’evoluzione dello stato del vulcano, e dare alle autorità il tempo di reagire prima che sia tardi. Compra tempo, ogni singolo giorno, anche quando quel tempo non serve mai a niente.
Dal verde in su: cosa cambia davvero
Il sistema di allerta italiano per il Vesuvio prevede quattro livelli. Verde, quello attuale, significa parametri entro i valori ordinari. Giallo (attenzione) scatta quando alcuni parametri iniziano a discostarsi dallo stato base, e comporta un rafforzamento del monitoraggio. Arancione (preallarme) indica anomalie che segnalano un’evoluzione più concreta, e attiva le prime misure operative del piano di protezione civile. Rosso (allarme) è la fase in cui l’eruzione è ritenuta imminente o già in corso.
C’è una tentazione a leggere questa scala come un contatore che sale meccanicamente verso l’eruzione, gradino dopo gradino, ma il passaggio da un livello all’altro dipende soltanto dalla variazione reale dei parametri monitorati: sismicità, deformazioni, gas. La durata di ciascun livello può essere estremamente variabile, mesi o anni, e in teoria anche zero se un’anomalia si rivelasse improvvisa e rapida. Il livello di allerta traduce dati scientifici complessi in decisioni operative comprensibili per chi deve gestire l’emergenza: uno strumento, non un oracolo.
Quando erutterà di nuovo il Vesuvio non sarà per forza un’altra Pompei
C’è un cortocircuito mentale che scatta ogni volta che si parla del Vesuvio, ed è l’equazione automatica con il 79 d.C. Nella sua storia il vulcano ha prodotto eruzioni di energia molto diversa: dalla catastrofe pliniana che seppellì Pompei ed Ercolano, alle eruzioni effusive più contenute come quella del 1631, fino a episodi relativamente piccoli come il 1944, che pure costrinse all’evacuazione oltre 10.000 persone tra San Sebastiano, Massa e Cercola.
Il Piano nazionale di protezione civile assume come scenario di riferimento un’eruzione esplosiva sub-pliniana. Non perché sia una profezia su cosa accadrà, ma perché pianificare su un evento grave e plausibile protegge anche da quelli minori. Uno scenario del genere comporterebbe colate di lava nelle aree più vicine al cratere, caduta di cenere e lapilli su un raggio molto più ampio, e flussi piroclastici: nubi di gas e materiale incandescente che scendono lungo i fianchi del vulcano a decine di metri al secondo. Sono, dei quattro pericoli, il più rapido e il più letale per chi si trovasse nell’area esposta.
La zona rossa e il numero che conta davvero
Qui arriva il dato che chiunque viva a ridosso del vulcano dovrebbe conoscere meglio del livello di allerta di oggi. La zona rossa, l’area in cui in caso di allarme l’evacuazione preventiva è l’unica misura di protezione possibile, comprende 25 comuni tra le province di Napoli e Salerno, più alcune aree specifiche del Comune di Napoli. Si divide in due fasce: la zona rossa 1, quella esposta ai flussi piroclastici, dove restare significherebbe non avere scampo; e la zona rossa 2, dove il rischio principale è il collasso dei tetti sotto il peso di cenere e lapilli.
Per svuotare quell’area, il piano stima un tempo massimo di 72 ore. Ve lo immaginate? Appena tre giorni per far muovere, in modo ordinato, centinaia di migliaia di persone da una delle zone più densamente popolate d’Europa. È qui che il livello verde di oggi e la macchina organizzativa pensata per il peggio si guardano da distanze siderali, e nessuno dei due mente: uno descrive lo stato attuale del vulcano, l’altro descrive quanto tempo servirebbe se le cose cambiassero. La distanza tra i due numeri, verde oggi e 72 ore domani, è la misura reale di cosa significhi vivere accanto a un vulcano attivo.
La raccomandazione ufficiale, per chi vive in quell’area, è informarsi sul piano comunale specifico e sulla propria zona di appartenenza attraverso i canali della Protezione Civile, non affidarsi a post virali o presunti segnali circolati sui social. Negli ultimi anni, complice l’attenzione mediatica sui Campi Flegrei (il vulcano gemello a ovest di Napoli, oggi in una fase sismica molto più movimentata del Vesuvio), la tentazione di leggere ogni piccolo scossone come un presagio è aumentata. I bollettini ufficiali restano, banalmente, la fonte più noiosa e più affidabile che esista.
I tempi possibili, non le date
Orizzonte stimato: incerto, con una forbice che spazia da decenni (per eruzioni minori paragonabili al 1944 o al 1631) a secoli o oltre un millennio (per un evento pliniano paragonabile al 79 d.C.).
Cosa può fare davvero la ricerca, da qui in avanti
Il taglio con cui guardiamo di solito la tecnologia, su queste pagine, chiede sempre la stessa domanda: cosa cambierà nei prossimi anni? Per il Vesuvio la risposta onesta non è una previsione più precisa della data, perché quella, con ogni probabilità, resterà per sempre fuori portata. È il miglioramento progressivo degli strumenti che leggono i precursori: più reti di sensori sismici a bassa energia, dati satellitari capaci di misurare deformazioni millimetriche su scala regionale, analisi geochimiche più rapide dei gas fumarolici, modelli fisici che integrano tutte queste fonti in tempo quasi reale.
Ognuno di questi passi avanti riduce il tempo che serve per accorgersi che qualcosa sta cambiando, e allunga, di conseguenza, quello disponibile per reagire. Ma resta un limite strutturale che nessuna tecnologia futura cancellerà: la vulcanologia lavora per probabilità e finestre di rischio, non per certezze puntuali. Chi promette una data, oggi come tra vent’anni, sta vendendo qualcosa che la scienza non produce.
La domanda del titolo, in fondo, è quella sbagliata, anche se è la più naturale da farsi guardando quel profilo grigio-azzurro da un balcone di Napoli. Quella più utile forse è un’altra, meno epica e più scomoda: quanto saremmo pronti, oggi, se un giorno quei 93 terremoti al mese dovessero diventare 900? La macchina che dovrebbe rispondere esiste già, è collaudata sulla carta, e per fortuna, finora, non ha mai dovuto dimostrare sul campo se regge davvero.
Domande frequenti sul Vesuvio
Il Vesuvio erutterà presto? Non ci sono segnali che lo indichino. Il livello di allerta è verde e i parametri di monitoraggio restano entro i valori ordinari.
Da quanto tempo il Vesuvio non erutta? Dal marzo 1944. Sono passati oltre 80 anni.
Il Vesuvio è spento? No. È quiescente: la camera magmatica resta attiva sotto la superficie, ma non ci sono segni di risveglio imminente.
Che cosa significa allerta verde? È il livello base del sistema di allertamento italiano: i parametri monitorati (sismicità, deformazioni, gas) sono entro i valori ordinari del vulcano.
Qual è la differenza fra Vesuvio e Campi Flegrei? Sono due sistemi vulcanici distinti a est e a ovest di Napoli. I Campi Flegrei mostrano oggi un’attività sismica e deformativa più intensa e in evoluzione; il Vesuvio resta stabile su livelli bassi.
Quali zone verrebbero evacuate? La zona rossa, che comprende 25 comuni tra le province di Napoli e Salerno più alcune aree del Comune di Napoli, divisa in zona rossa 1 (rischio flussi piroclastici) e zona rossa 2 (rischio crollo tetti per cenere e lapilli).
Quanto tempo è previsto per l’evacuazione? Il piano nazionale stima un massimo di 72 ore per l’allontanamento completo della popolazione dalla zona rossa.
Dove verificare gli aggiornamenti ufficiali? Sui siti dell’Osservatorio Vesuviano dell’INGV e del Dipartimento della Protezione Civile, mai su segnalazioni non verificate sui social.