Si chiama Tina, pesa 2,5 chili e prima di ogni volo qualcuno le controlla le eliche con una checklist in mano, come si fa con un aereo vero. Non è un vezzo: sopra Vulcano, nelle Isole Eolie, tra i fumi che arrivano a 140 gradi, un guasto a mezz’aria non si recupera facilmente. Jonas Krajewski, dottorando all’università di Magonza, la lancia verso la nuvola di gas che sale dal cratere. Il resto lo fa il drone da solo, seguendo un percorso già programmato, svolazzando per 40 minuti a debita distanza dai miasmi di zolfo.
Poco più in là, un secondo gruppo di ricercatori tedeschi, questa volta del Politecnico di Monaco, lavora con un metodo diverso. Un sensore montato su un treppiede spara un raggio laser verso il cratere: il drone si posiziona dall’altra parte, il fascio attraversa i gas vulcanici e rimbalza su un piccolo riflettore agganciato al velivolo, tornando indietro. Un algoritmo trasforma quel viaggio di luce in una mappa della concentrazione di gas, in appena 15 minuti.
I “droni da vulcani” non sono una novità assoluta: li usano per il monitoraggio da circa 15 anni. Quello che cambia ora è la precisione degli strumenti, e soprattutto il fatto che permettono di restare fuori dal pennacchio. “Il nostro drone vola dietro il pennacchio, e anche la nostra unità a terra resta fuori dal pennacchio”, spiega Marius Schaab, che guida il test del Politecnico di Monaco.
Tenere sensori e velivolo lontani dal gas evita che si corrodano e vadano ricalibrati in continuazione.
Perché misurare i gas prima che il vulcano si muova
Tjarda Roberts, ricercatrice del CNRS di Parigi che collabora con il gruppo di Magonza, lo dice senza troppi giri: la composizione dei gas può cambiare prima che arrivi un’eruzione. Più risale la lava dall’interno della Terra, più gas viene rilasciato in superficie. Leggerlo per tempo, in teoria, significa avere un indizio in anticipo.
Un paradosso comico, che la mia parte cattivella non può fare a meno di notare: i ricercatori si tengono a distanza di sicurezza, sensori compresi, per non danneggiare l’attrezzatura nel gas corrosivo. I turisti, nel frattempo, camminano tranquilli sull’orlo dello stesso cratere (che degassa in modo intenso da quando l’ultima eruzione vera, alla fine dell’Ottocento, si è fermata).
La prudenza tecnologica è massima. Quella umana, per chi visita l’isola, resta una questione di cartelli e buon senso.
Il drone della squadra di Monaco può lavorare intorno ai vulcani fino a 3.000 metri di quota, ed è la prima volta che viene testato in uno scenario reale. Quello di Magonza, Tina, porta con sé sensori per gas, particelle e alogeni come cloro e bromo, e secondo Krajewski restituisce dati “molto affidabili” proprio perché il flusso di gas a Vulcano è costante.
Roberts aggiunge che il vero vantaggio, oltre ai numeri, è la flessibilità: il drone può spostarsi rapidamente se il pennacchio cambia direzione, cosa che un impianto fisso non può fare. Ha ragione.

Il test in cifre
Fonte: reportage di Juliette Rabat (AFP), pubblicato su Phys.org (luglio 2026). Test sul campo dei team del Politecnico di Monaco (TUM) e dell’Università Johannes Gutenberg di Magonza, in collaborazione con il CNRS di Parigi.
Il prossimo banco di prova si chiama Etna
Nei prossimi giorni la squadra di Monaco sposta il test sull’Etna, il vulcano attivo di 3.000 metri che domina la costa orientale della Sicilia e che nelle ultime settimane ha ripreso a eruttare. Qui il rischio cambia scala: non è più un cratere degassante ma stabile, bensì un vulcano che si muove per davvero, dove certe cime non sono nemmeno raggiungibili a piedi.
“Qui non abbiamo un rischio maggiore di eruzione imminente, ma ci sono vulcani dove non si può raggiungere la vetta a piedi”, dice Roberts. Con un drone, invece, si possono prendere misure senza mettersi in pericolo.
In archivio FP di episodi simili ce ne sono altri: la valigia di sensori Skate per osservare i vulcani attivi, raccontata l’anno scorso, andava nella stessa direzione ma restava a terra. Qui il salto è che lo strumento vola, si avvicina da solo e torna indietro con i dati. Nei Campi Flegrei, dove il monitoraggio del rischio sismico resta un tema aperto e quotidiano per chi ci vive, una tecnologia così potrebbe un giorno affiancarsi alle reti di sensori fissi già esistenti.
Da test a strumento vero: quanto ci vuole
Orizzonte stimato: almeno 3 anni prima di un uso operativo diffuso sui vulcani sorvegliati.
Il problema è tutto organizzativo: servono protocolli di volo validati, personale addestrato e un modo di integrare i dati del drone con le reti di sensori fissi già esistenti. I primi a beneficiarne saranno i vulcani difficili da monitorare a terra o troppo pericolosi da avvicinare, non necessariamente quelli più noti al pubblico.
Per ora Tina e il suo gemello laser restano delle dimostrazione, non sono ancora sistemi di allerta operativi. Ma la domanda che resta, guardando quel drone tornare dal pennacchio con addosso solo un po’ di zolfo, è quanto tempo ci vorrà prima che diventi routine anche sui vulcani dove la gente ci vive sopra, letteralmente. Ve ne viene in mente qualcuno?
