Se durante un arresto cardiaco un paziente vedesse o credesse di aver visto dove un infermiere ha appoggiato la sua dentiera prima di intubarlo, come si fa a stabilire se è successo davvero o se il suo cervello l’ha semplicemente indovinato o ricostruito a posteriori? È la domanda che si trascina da anni chi studia le esperienze pre-morte, specie di fronte a casi come quello di un paziente olandese che nel 2001 ha descritto un dettaglio che nessuno gli aveva riferito e che corrispondeva esattamente alla realtà.
Fino ad ora si giudicava a sensazione: ora un team internazionale ha provato a dare un metro comune a queste circostanze, sperando di venirne a capo in modo incontestabile.
Le esperienze pre-morte senza uno standard comune
Le cosiddette esperienze pre-morte veridiche (vNDE, dall’inglese veridical near-death experiences) sono quei casi in cui una persona clinicamente incosciente racconta, al risveglio, dettagli che non avrebbe potuto percepire con i sensi ordinari. Non è il classico “tunnel di luce” o la sensazione di pace a interessare i ricercatori: è che, in alcuni resoconti, quei dettagli vengono poi confermati da testimoni indipendenti.
Tra i casi più controversi, quelli in cui i pazienti hanno riportato conversazioni parola per parola tra medici in sala operatoria, o hanno riferito di un oggetto spostato e ritrovato in posti ben precisi.
Il problema è che questi casi vengono quasi sempre ricostruiti a posteriori, con interviste raccolte dopo il fatto, spesso a distanza di mesi dall’episodio e senza un protocollo condiviso su cosa chiedere e cosa verificare per primo.
Più di 120 casi pubblicati, secondo la letteratura, ma con standard di documentazione molto diversi tra loro (ne avevamo passato in rassegna un buon numero qualche tempo fa). Un caso raccontato bene su una rivista seria pesa quanto un aneddoto da conferenza: manca un criterio comune per distinguerli. Ora questo criterio c’è, anzi: ce n’è ben più di uno.
13 esperti umani, 3 artificiali, 8 criteri e 17 casi
Un gruppo di 13 esperti di esperienze pre-morte, coordinato tramite il metodo Delphi (che prevede revisioni successive fino a un consenso condiviso su ogni voce contestata) ha costruito quella che chiamano vNDE Scale.
Cos’è? È una scala che assegna un punteggio su otto criteri: l’incoscienza clinica dimostrata al momento della percezione, la verifica indipendente dei dettagli riportati, l’assenza di spiegazioni sensoriali ordinarie plausibili, la presenza di eventuali errori nel racconto ed altre.
Il team è guidato da un italiano, lo psicologo Patrizio Tressoldi dell’Università di Padova, insieme allo psichiatra Bruce Greyson. E ha già testato questa scala di valutazione su 17 casi già pubblicati. Il risultato: in 14 casi su 17, l’accordo tra giudici umani e artificiali ha superato il 75%. Non hanno sempre trovato lo stesso punteggio esatto, ma quasi sempre lo stesso ordine di grandezza.
Qui viene la parte scomoda, sapete che sono il solito guastafeste. Robert Alexander, ricercatore in neuroscienze alla New York Institute of Technology, la definisce un progresso metodologico reale: aiuta a separare i resoconti deboli da quelli documentati bene. Ma ottenere un punteggio alto su un singolo caso, dice, non equivale ad avere in mano una prova straordinaria di qualcosa che sfida la fisiologia del cervello.
La domanda che gli sta più a cuore è un’altra: quando esattamente si è formato il ricordo. Durante l’incoscienza vera e propria, mentre il cervello si stava spegnendo o riattivando, oppure solo dopo, quando la memoria ricuce da sola frammenti sensoriali sparsi in una storia che sembra coerente? Questo, mi sa, ancora non è chiaro.
Lo studio dietro la scala
Pubblicazione: Greyson, Long, Holden, Jourdan, King, Mays, Mays, Rivas, Tassell-Matamua, van Lommel, Woollacott, Tressoldi, “The veridical Near-Death Experience Scale: construction and a first validation with human and artificial raters”, pubblicato su Frontiers in Psychology (2025). DOI: 10.3389/fpsyg.2025.1661390.
Cosa cambierebbe, se i casi migliori di esperienze pre-morte resistessero
Ovviamente non vi nascondo la posta in gioco, che sarebbe enorme: se un numero consistente di casi venisse verificato al massimo livello della scala, l’ipotesi che la coscienza possa operare indipendentemente dal cervello guadagnerebbe terreno scientifico vero. E sarebbe un problema serio per l’assunto su cui si regge gran parte delle neuroscienze contemporanee: che ogni pensiero, ricordo ed esperienza cosciente nasca dentro quell’organo di circa un chilo e mezzo che abbiamo in testa.
Lo scetticismo di Alexander, va detto, non è un muro. Anche lui ammette che le osservazioni che resistono a ogni spiegazione convenzionale segnalano una lacuna nella comprensione attuale. Solo che una lacuna, per quanto reale, non implica automaticamente che la coscienza galleggi libera dalla biologia: implica solo che alla nostra conoscenza manca ancora un pezzo del meccanismo, e quel pezzo potrebbe benissimo restare dentro il cervello.
Cosa serve prima di parlare di prove
Orizzonte stimato: incerto, forse mai in senso definitivo.
Non è un problema di tempo, ma di soglia probatoria. Servirebbero molti più casi valutati con la scala, monitoraggio in tempo reale (non ricostruito dopo) e repliche indipendenti sugli stessi criteri.
Il caso del paziente olandese, quello della dentiera sul carrello, resta oggi esattamente quello che è stato per quasi venticinque anni: uno dei misteri più intriganti nella scienza della coscienza, senza una spiegazione che metta tutti d’accordo. Nessuna certezza nuova, dunque, sulle esperienze pre-morte più estreme. La vNDE Scale non promette di risolverle.
Promette solo, per la prima volta, di misurarle con lo stesso righello per tutti.